Le elezioni regionali del 28 ottobre scorso
consegnano ai siciliani un risultato di grande sconvolgimento del panorama
sociale e politico dell’isola. L’elezione di Rosario Crocetta costituisce senza
alcun dubbio una rottura significativa con una prassi consolidata che ha visto
susseguirsi alla Presidenza della Regione, tranne qualche eccezione, personaggi del blocco di potere dominante,
cioè il blocco affaristico-mafioso-clientelare. L’irrompere sulla scena
politica siciliana di quello che, a ragione, è stato definito il ciclone
Grillo, costituisce, altresì, un altro elemento di rottura rispetto all’atteggiamento,
spesso corresponsabile, che larga parte del popolo siciliano ha conservato nei
confronti della propria classe dirigente. Parlare di una presa di coscienza
popolare del declino di una Regione, che della propria autonomia ha fatto una
fiera prerogativa, e dell’esigenza di avviare una nuova fase di riscatto e di
libertà, è ancora troppo presto, ma non c’è alcun dubbio che queste elezioni
hanno creato uno spartiacque tra il prima e il dopo di questa stagione
elettorale. La presenza di Grillo, sottovalutata fino alla vigilia da tutte le
forze politiche in campo, ha sparigliato le carte della politica siciliana e
reso definitivamente impraticabile quel nuovo
connubio che fino a pochi mesi prima aveva caratterizzato il nuovo blocco di
potere tra MPA-PD-UDC, anche se durante
la campagna elettorale molti dei protagonisti si sono affannati a riproporlo
come possibile rimedio rispetto alla palesata impossibilità, rilevata
attraverso i sondaggi, di dare vita ad una maggioranza organica di governo,
giusto sull’esempio delle larghe intese che sostengono il governo Monti.
Malgrado, però, queste novità e questi stravolgimenti, le elezioni non hanno
sciolto tutti i nodi lasciati in eredità dal precedente governo Lombardo, per l’impossibilità
di costituire un governo al quale affiancare una organica maggioranza
parlamentare. Anzi, ad un’attenta lettura dei risultati, la composizione dei
seggi in larga parte rappresenta proprio il vecchio blocco di potere, anche se
in qualche caso rinnovato negli uomini ma non certo nella volontà di favorire
il rinnovamento delle istituzioni. Crocetta, dunque, dovrà muoversi
necessariamente al di fuori degli schemi classici e formare un governo capace
di raccogliere consenso innanzitutto fuori dall’istituzione, nell’opinione
pubblica, per condizionare l’assemblea regionale e puntare su una forma di
trasversalità capace di privilegiare cambiamento e innovazione a discapito
della fame di potere dei partiti e dei loro interessi clientelari e mal
affaristici. Un governo, perciò, di competenti, di persone oneste e senza “storie”
di cui vergognarsi, non necessariamente di appartenenza, privi di vincoli verso
consorterie e massonerie di vario genere. Lo vuole il popolo siciliano, ma è
anche una necessità dovuta alla contingenza di una Regione che si trova sull’orlo
di un baratro economico, una Regione alla quale non solo manca l’autorevolezza
di una classe dirigente all’altezza della situazione, ma che si trova anche
priva di un progetto di futuro. La recente campagna elettorale è stata
caratterizzata da troppi slogans e da pochi proponimenti, dall’assenza di idee
credibili e spendibili, dalla mancanza di autorevolezza senza la quale
qualunque progetto resta solo un buon proposito senza quella spinta
motivazionale capace di conquistare il cuore di un popolo sofferente. Con lo
zainetto sulle spalle, dalle nostre parti si può andare solo a raccogliere “babbaluci”,
non basta l’audacia di un rottamatore, l’arroganza giovanilistica e
inconcludente a mobilitare le masse. A chi rimprovera i cittadini di non essere
stati lungimiranti per avere disertato le urne facendo, così, perdere l’opportunità
di eleggere un deputato locale, occorre rinfacciare come il familismo amorale, fenomeno
di cui si sono occupati autorevoli studiosi come Alberto Alesina e Andrea
Ichino, trova indulgenza soltanto in quelle plaghe sottosviluppate economicamente
e culturalmente, non certo nell’area iblea, dove, fortunatamente, alligna la
fierezza di quelle genti che hanno saputo determinare il proprio destino grazie
alle proprie capacità, all’intelligenza e all’ansia di libertà che le ha
animate. Sono le scelte da intraprendere
che caratterizzerà il nuovo governo della Regione Sicilia, ed i tagli non
possono che essere un corollario necessario e irrinunciabile dell’azione di
Governo, perché solo dai tagli possono arrivare le risorse per pagare il debito
e rilanciare lo sviluppo. Non è più, dunque, rinviabile il nodo della Formazione Professionale, per la quale la
Regione spende oltre 500 milioni di euro l’anno per mantenere un apparato
clientelare di nessuna utilità per i disoccupati; il nodo della forestazione,
altro carrozzone clientelare svicolato da qualunque ipotesi di sviluppo
produttivo del territorio; il pesante carrozzone burocratico della Regione dove
maggiormente si alligna l’intreccio clientelare-affaristico-mafioso; la sanità
sulla quale pesano interessi trasversali di casta che alimentano la spesa senza
contropartite in termini di efficienza ed efficacia dei servizi resi ai cittadini; i
fondi europei, bloccati da interessi clientelari e mafiosi, utilizzati finora in
minima parte e solo per favorire un dilagante malcostume dal quale nessuna
istituzione, anche la scuola, risulta ormai estranea. Da questi comparti, oltre
che da un rinnovato rapporto tra Stato e Regione, possono venire le risorse da
destinare ai territori e ai ceti produttivi per rilanciare l’economia. Ma qui è
necessario allontanare i centri di spesa dalla Regione. Occorre una riforma
dell’istituzione regionale che la privi
da qualunque attività di gestione, se non per quelle altamente qualificate
(quali grandi infrastrutture, gestione
delle calamità naturali ecc.), per dare più risorse, più mezzi, più autonomia ai
territori, riservando ad essa compiti legislativi e di controllo. La
ridefinizione delle provincie può essere l’occasione per fare scelte coraggiose
e innovative in direzione del decentramento, basterebbero tre o quattro macro
aree su cui disegnare il nuovo assetto amministrativo cui far corrispondere
altrettanti progetti di sviluppo in sintonia con le vocazioni territoriali, senza
attardarsi su inutili quanto stereotipate posizioni di retroguardia a difesa
dell’assetto istituzionali esistente. Dieci proposte di legge per cambiare la
Sicilia che il nuovo governo dovrebbe sottoporre all’Assemblea Regionale entro i
primi cento giorni, oppure il ritorno alle elezioni. Su un’ipotesi del genere
si scommette il futuro della Sicilia per evitare la più gattopardesca delle soluzioni: l'inciucio. Crocetta, rivoluzionario bon grè mal grè . mercoledì 31 ottobre 2012
Le sfide di Crocetta tra ipotesi di sviluppo e timori di immobilismo
Le elezioni regionali del 28 ottobre scorso
consegnano ai siciliani un risultato di grande sconvolgimento del panorama
sociale e politico dell’isola. L’elezione di Rosario Crocetta costituisce senza
alcun dubbio una rottura significativa con una prassi consolidata che ha visto
susseguirsi alla Presidenza della Regione, tranne qualche eccezione, personaggi del blocco di potere dominante,
cioè il blocco affaristico-mafioso-clientelare. L’irrompere sulla scena
politica siciliana di quello che, a ragione, è stato definito il ciclone
Grillo, costituisce, altresì, un altro elemento di rottura rispetto all’atteggiamento,
spesso corresponsabile, che larga parte del popolo siciliano ha conservato nei
confronti della propria classe dirigente. Parlare di una presa di coscienza
popolare del declino di una Regione, che della propria autonomia ha fatto una
fiera prerogativa, e dell’esigenza di avviare una nuova fase di riscatto e di
libertà, è ancora troppo presto, ma non c’è alcun dubbio che queste elezioni
hanno creato uno spartiacque tra il prima e il dopo di questa stagione
elettorale. La presenza di Grillo, sottovalutata fino alla vigilia da tutte le
forze politiche in campo, ha sparigliato le carte della politica siciliana e
reso definitivamente impraticabile quel nuovo
connubio che fino a pochi mesi prima aveva caratterizzato il nuovo blocco di
potere tra MPA-PD-UDC, anche se durante
la campagna elettorale molti dei protagonisti si sono affannati a riproporlo
come possibile rimedio rispetto alla palesata impossibilità, rilevata
attraverso i sondaggi, di dare vita ad una maggioranza organica di governo,
giusto sull’esempio delle larghe intese che sostengono il governo Monti.
Malgrado, però, queste novità e questi stravolgimenti, le elezioni non hanno
sciolto tutti i nodi lasciati in eredità dal precedente governo Lombardo, per l’impossibilità
di costituire un governo al quale affiancare una organica maggioranza
parlamentare. Anzi, ad un’attenta lettura dei risultati, la composizione dei
seggi in larga parte rappresenta proprio il vecchio blocco di potere, anche se
in qualche caso rinnovato negli uomini ma non certo nella volontà di favorire
il rinnovamento delle istituzioni. Crocetta, dunque, dovrà muoversi
necessariamente al di fuori degli schemi classici e formare un governo capace
di raccogliere consenso innanzitutto fuori dall’istituzione, nell’opinione
pubblica, per condizionare l’assemblea regionale e puntare su una forma di
trasversalità capace di privilegiare cambiamento e innovazione a discapito
della fame di potere dei partiti e dei loro interessi clientelari e mal
affaristici. Un governo, perciò, di competenti, di persone oneste e senza “storie”
di cui vergognarsi, non necessariamente di appartenenza, privi di vincoli verso
consorterie e massonerie di vario genere. Lo vuole il popolo siciliano, ma è
anche una necessità dovuta alla contingenza di una Regione che si trova sull’orlo
di un baratro economico, una Regione alla quale non solo manca l’autorevolezza
di una classe dirigente all’altezza della situazione, ma che si trova anche
priva di un progetto di futuro. La recente campagna elettorale è stata
caratterizzata da troppi slogans e da pochi proponimenti, dall’assenza di idee
credibili e spendibili, dalla mancanza di autorevolezza senza la quale
qualunque progetto resta solo un buon proposito senza quella spinta
motivazionale capace di conquistare il cuore di un popolo sofferente. Con lo
zainetto sulle spalle, dalle nostre parti si può andare solo a raccogliere “babbaluci”,
non basta l’audacia di un rottamatore, l’arroganza giovanilistica e
inconcludente a mobilitare le masse. A chi rimprovera i cittadini di non essere
stati lungimiranti per avere disertato le urne facendo, così, perdere l’opportunità
di eleggere un deputato locale, occorre rinfacciare come il familismo amorale, fenomeno
di cui si sono occupati autorevoli studiosi come Alberto Alesina e Andrea
Ichino, trova indulgenza soltanto in quelle plaghe sottosviluppate economicamente
e culturalmente, non certo nell’area iblea, dove, fortunatamente, alligna la
fierezza di quelle genti che hanno saputo determinare il proprio destino grazie
alle proprie capacità, all’intelligenza e all’ansia di libertà che le ha
animate. Sono le scelte da intraprendere
che caratterizzerà il nuovo governo della Regione Sicilia, ed i tagli non
possono che essere un corollario necessario e irrinunciabile dell’azione di
Governo, perché solo dai tagli possono arrivare le risorse per pagare il debito
e rilanciare lo sviluppo. Non è più, dunque, rinviabile il nodo della Formazione Professionale, per la quale la
Regione spende oltre 500 milioni di euro l’anno per mantenere un apparato
clientelare di nessuna utilità per i disoccupati; il nodo della forestazione,
altro carrozzone clientelare svicolato da qualunque ipotesi di sviluppo
produttivo del territorio; il pesante carrozzone burocratico della Regione dove
maggiormente si alligna l’intreccio clientelare-affaristico-mafioso; la sanità
sulla quale pesano interessi trasversali di casta che alimentano la spesa senza
contropartite in termini di efficienza ed efficacia dei servizi resi ai cittadini; i
fondi europei, bloccati da interessi clientelari e mafiosi, utilizzati finora in
minima parte e solo per favorire un dilagante malcostume dal quale nessuna
istituzione, anche la scuola, risulta ormai estranea. Da questi comparti, oltre
che da un rinnovato rapporto tra Stato e Regione, possono venire le risorse da
destinare ai territori e ai ceti produttivi per rilanciare l’economia. Ma qui è
necessario allontanare i centri di spesa dalla Regione. Occorre una riforma
dell’istituzione regionale che la privi
da qualunque attività di gestione, se non per quelle altamente qualificate
(quali grandi infrastrutture, gestione
delle calamità naturali ecc.), per dare più risorse, più mezzi, più autonomia ai
territori, riservando ad essa compiti legislativi e di controllo. La
ridefinizione delle provincie può essere l’occasione per fare scelte coraggiose
e innovative in direzione del decentramento, basterebbero tre o quattro macro
aree su cui disegnare il nuovo assetto amministrativo cui far corrispondere
altrettanti progetti di sviluppo in sintonia con le vocazioni territoriali, senza
attardarsi su inutili quanto stereotipate posizioni di retroguardia a difesa
dell’assetto istituzionali esistente. Dieci proposte di legge per cambiare la
Sicilia che il nuovo governo dovrebbe sottoporre all’Assemblea Regionale entro i
primi cento giorni, oppure il ritorno alle elezioni. Su un’ipotesi del genere
si scommette il futuro della Sicilia per evitare la più gattopardesca delle soluzioni: l'inciucio. Crocetta, rivoluzionario bon grè mal grè . mercoledì 17 ottobre 2012
Dopo lo "sbarco" di Grillo la Sicilia potrebbe non essere più la stessa
Dopo lo “sbarco” di Grillo, le
elezioni in Sicilia sembrano non avere più storia. Su un aspetto della campagna
elettorale sembra oramai acquisito un fatto: Grillo conquista le piazze. Mai
vista tanta gente dai tempi in cui arrivavano i big nazionali come Berlinguer,
Moro e tanti altri. Qualcuno dice che la gente è attratta dal Grillo comico,
dallo spettacolo. Ma tanto si sa, quando la volpe non arriva all’uva dice che è
acerba. La verità è ben più tragica, ed è chiaro che nell’epoca in cui i
partiti come organizzazioni sono letteralmente spariti dalla scena e tanti
piccoli scilipoti devono confrontarsi sul terreno della comunicazione, allora
veramente non c’è più storia, chi lo frega Grillo che è un guru della
comunicazione, chi può vincerlo sul terreno che gli è proprio? Non sappiamo
cos’altro si inventerà prima della conclusione della campagna elettorale, ma lo
“sbarco” in Sicilia attraversando lo Stretto di Messina a nuoto è stata una
trovata geniale. Ci stanno tutte le proprietà per la costruzione di un evento
capace di tramutarsi in mito. Preparato con l’annuncio attraverso la stampa, ha
creato curiosità ed attesa, ha scommesso sul coraggio e sulla forza. Si è
preparato bene per recitare la parte dell’eroe in quest’arena dove parecchi
sono i cavalieri che competono con le spade spuntate per le loro qualità di onorevoli
falliti o di outsider buttati lì dai pupari più furbi, quelli che capiscono che
non è aria che tira e che è meglio aspettare momenti migliori. D’altronde non
sono stati i dirigenti dei partiti a scommettere sul carisma, sul personalismo
al posto del collettivo? Mi ricordo ancora, tanto tempo fa, quando i comunisti
e i democristiani affiggevano i manifesti con i loro simboli, la falce e il
martello o lo scudo crociato, evitando di esporre facce ammiccanti e spesso
anche stucchevoli, tempi in cui si andava porta a porta a parlare con la gente.
Oggi, a causa di un’errata interpretazione della modernità, nel simbolo si
trovano i nomi dei leader, con il risultato che trombato il leader non resta nemmeno
il partito. Quasi tutti hanno voluto puntare sulla forza del proprio carisma
personale, costruito a colpi di frasi ad effetto, sulla propria capacità di
“bucare il video”, a discapito dei programmi e del buon governo. Ma se tutto
ciò può andare bene per chi si presenta ingenuamente per la prima volta al
cospetto dell’elettorato, altrettanto non si può certo dire per chi ha
governato per venti anni. E’ emblematico il video che mostra il candidato
Presidente Miccichè che parla in una piazza quasi deserta davanti ad uno
striscione sorretto da un gruppetto di ragazzi su cui campeggia la scritta:”17
anni con Lombardo, Berlusconi, Cuffaro, Dell’Utri , Miccichè togliti dalle
liste elettorali!”. Qui non è più sufficiente la seduzione del tribuno bello ed
intelligente, la gente vuole resoconti, fatti e non più parole…parole…parole.
La costruzione mediatica del dirigente non funziona più, su questo terreno vince Grillo perché è il
suo mestiere. La gente chiede partecipazione, confronto delle idee, costruzione
di un progetto e certamente Grillo non è tutto questo. Grillo fa il suo
mestiere di comico, dice alla gente ciò che la gente vuole sentire. La gente sa
che i politici rubano e vuole qualcuno che glielo dice e glielo canta. I
discorsi di Grillo rafforzano il sentimento popolare e amplificano l’antipolitica.
Fanno male i politici a sottovalutare Grillo liquidandolo come un abominevole
pifferaio magico. In Sicilia la sconfitta della politica potrebbe rafforzare il
sistema clientelare-mafioso che potrebbe avere più presa su un’assemblea
regionale composta prevalentemente da personaggi inquinati e da persone
inesperte. Ma la campagna elettorale continua nell’assenza assoluta di
confronto, in piazze deserte e nella continua recita di monologhi così
omolagati che sembrano costruiti in serie dalla moderna fabbrica elettorale.
Manca una visione realistica della Sicilia di domani, manca il coraggio dell’autocritica,
mancano le idee, un progetto a cui legare le ansie e le aspettative
dei giovani, manca la capacità di rigenerare fiducia. E poi c'è un deficit di competenze necessarie per affrontare seriamente il nodo
della riforma della Regione, presupposto utile ed inderogabile per la sua
rinascita morale e civile, senza la quale è impossibile parlare di sviluppo.
Così, mentre i cittadini continuano con sacrificio e timore ad affrontare le
loro giornate pervase ed aggravate dai problemi di sempre, continuano gli
eventi inventati da Grillo tra gli applausi e gli entusiasmi di quel popolo
che, ancora una volta resta sedotto, come scriveva Antonio Gramsci nei
Quaderni:”… «dall’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale,
per l’uomo intelligente come tale… forse unica forma di sciovinismo popolare in
Italia”. Alla fine, com’è successo per l’altro “sbarco” più famoso, molti
chiederanno di dedicargli una strada o costruirgli
un monumento, magari senza sapere perché.martedì 16 ottobre 2012
Risolto il caso della piccola disabile privata dell’assistenza, ma chi paga per l’incuria?
Ho letto oggi sul giornale “La Sicilia” che
l’Assessore Giovanni Caruano ha chiesto scusa alle famiglie per i ritardi con
cui il Comune di Vittoria ha provveduto ad assegnare il personale alle scuole
per occuparsi dei bambini disabili. Ho colto in questo gesto un segno di civiltà
e di educazione che è difficile trovare in questo deserto che è diventato la
politica nel nostro territorio. Ma mi sono chiesto anche, come credo se lo chiedano
tanti altri cittadini, chi paga per questo ritardo che non trova nessuna giustificazione?
In questo caso non si possono addurre scuse banali o di semplice circostanza,
non si possono invocare i soliti ritardi nei trasferimenti della regione, delle
risorse sottratte agli Enti Locali dal Governo Monti, quando poi si assiste,
malgrado i continui piagnistei e mugugni, all’assunzione di esperti per i quali
possono esprimersi solo seri e fondati giudizi di inopportunità. Anzi, in
questa circostanza sono stati addotti motivi legati ai tempi tecnici necessari
per l’espletamento della gara, ma allora viene da chiedersi perché non si è
provveduto in tempo utile? Perché per fare una disinfestazione bisogna
aspettare sempre l’arrivo inoltrato dell’estate, per pulire le spiagge aspettare il mese di agosto? Perché i servizi
arrivano sempre alla fine, quando ormai non servono più? Mi chiedo allora, come
se lo chiedono tanti cittadini, ma che fanno i dirigenti del Comune, come viene
valutato il loro lavoro, ma, soprattutto, con quali criteri sono scelti dall’amministrazione
e quali sono i provvedimenti adottati in caso di inefficienza o di inadeguatezza rispetto al ruolo che svolgono?
Sarebbe ora, che di fronte all’ennesimo ingiustificato ritardo che ha costretto
una famiglia a rivolgersi ai carabinieri per avere riconosciuto un diritto
sacrosanto, subendo l’umiliazione di finire pure sulle pagine dei giornali, ci
fosse un provvedimento disciplinare, uno solo, per potere dimostrare,
finalmente, di esercitare utilmente
l’incarico politico ricevuto dai cittadini. Una volta gli alti burocrati
lamentavano il fatto che da loro ci si aspettavano i miracoli a fronte di
stipendi miserabili, ma oggi ci sono dirigenti che costano alle casse comunali
oltre centomila euro l’anno ed è giusto che vengano censurati quando dimostrano
di non essere all’altezza della situazione. giovedì 11 ottobre 2012
Noi, i ragazzi del ' 68.
martedì 9 ottobre 2012
Psicosociologia del manifesto elettorale
C’è da chiedersi se vale la pena di
finire in coma per difendere il diritto di affissione di un manifesto elettorale. Nel caso di un
ragazzo che trae l’opportunità di guadagnare qualcosa, in tempi davvero grami per chi
ancora un lavoro non ce l'ha, può essere anche comprensibile, ma per
tutti gli altri non lo è. Non lo è per coloro che militanti di un partito
dovrebbero essere rispettosi delle più elementari regole di civiltà, non lo è
per i candidati i quali, ancora non approdati in parlamento, già fanno
esercizio di un discutibile metodo di affidamento della propria propaganda elettorale
ricorrendo ad elementi violenti e, a volte, anche poco raccomandabili sotto il
profilo della fedina penale. C’è da chiedersi, poi, se vale la pena continuare
a svolgere la campagna elettorale veicolando la propria immagine attraverso i
manifesti elettorali, surrogato anche degli spot televisivi che, per contenuti
e qualità, non sono dissimili dai primi. Tutti si affannano a scrivere di onestà
e legalità, ma di fatto sono i primi a violare la legge, disseminando le città
di quintali di cartaccia e di colla che spetta ai Comuni poi bonificare a spese
dei contribuenti. Carta spesso stracciata e buttata con noncuranza per le vie cittadine,
unitamente ad altri quintali di volantini e “santini” pieni di facce multicolori,
ora ammiccanti ora sorridenti, spesso ridondanti di sicula scipitanza. Onestamente occorre dire, ma solo in alcuni
casi, certi candidati, di persona, riescono a dare un’immagine anche migliore
di sé. Per il resto, sembrano tanti pupi siciliani, messi rigorosamente tutti in fila,
appittati di tutto punto, appaiono come tante facce artificiali, ora serie ora felici,
e ci vorrebbero i cantastorie per spiegare il significato dei loro messaggi.
Quasi sempre si tratta di una comunicazione “fai da te”, perché questi futuri
onorevoli hanno anche la fottuta presunzione di capire di comunicazione,
oppure si affidano a qualche pseudo giornalista di quelli che si aggirano in
cerca di fortuna in molti siti istituzionali, retribuiti, come è prassi, a carico del povero contribuente. Così c’è
quello che compiaciuto afferma tout court “sugnu sicilianu”, credendo di
concorrere alle elezioni della Lombardia dove, per l’appunto, nessuno ne conoscerebbe
la provenienza; e c’è quello che, già condannato per peculato, dice: “non parole,
ma fatti”, evidentemente riferendosi ai fatti criminosi per cui è stato processato;
c’è poi quello che fresco reduce dalla galera, comunica di essere umile, alla
faccia di chi ancora non crede nella capacità rieducativa della detenzione. Ci
sono, poi, quelli che si sono riscoperti rivoluzionari tout court, altri che fanno riferimento alla primavera araba e al
protagonismo spontaneo delle grandi masse popolari, la cui domanda di dignità è da intendersi come
rispetto dei diritti e dei bisogni delle persone. Purtroppo ai comizi di questi
novelli rivoluzionari mancano proprie le masse popolari e a stento si
intravedono gli amici e i parenti più
stretti. Per non parlare, infine, di coloro che sostengono che la rivoluzione
si può fare solo governando, e questo mi ha colpito molto, perché sovverte, e
qui c’è il fatto rivoluzionario, il principio stesso su cui poggia la vocazione
rivoluzionaria; infatti, se prima con rivoluzione si è inteso il radicale
cambiamento della forma di governo mediante l’azione del popolo, adesso è il
governo che si propone, mediante l’azione rivoluzionaria, di cambiare il
popolo. L’asserzione è di tale portata che solo un paragone regge al confronto,
allorché Galileo Galilei affermò nel suo manifesto elettorale “.. e pur si
muove!”, intendendo così che era la terra a girare intorno al sole e non
viceversa. A mio avviso, però, il manifesto elettorale che più mi ha affascinato
per l’impeto di sincerità e di onestà che ha saputo esprimere, e che resta una
pietra miliare nella storia della
comunicazione, è quello di Cetto La Qualunque quando afferma: “I have no dream,
ma mi piaci ‘u pilu”.
giovedì 4 ottobre 2012
Dialogo molto serio sull'immondizia
“Mamma, perché il sindaco non
toglie l’immondizia dalla strada?” Chiedeva ieri il piccolo alla sua mamma
mentre lo conduceva a scuola. “Stai attento alla strada, non vedi che passano
le macchine!” . “Mamma, ma il sindaco non deve risolvere i problemi dei
cittadini, perché non toglie l’immondizia? . “Ricordati che oggi viene a
prenderti papà e non dimenticare la merendina dentro lo zainetto!”.” Va bene
mamma, lo chiederò alla maestra perché il sindaco non toglie l’immondizia dalle
strade!” Avranno sicuramente un gran da fare le maestre nelle nostre scuole a
spiegare ai bambini come si fa a rispettare l’ambiente, quando cumuli di
immondizie sovrastano gli ingressi delle scuole e centinaia di discariche
abusive, ormai da anni, abbrutiscono un territorio una volta bellissimo, poi
deturpato dal cemento colato a tonnellate sotto lo sguardo di amministratori “distratti”,
oggi ingiuriato dal fetore e dalla vista
dissacrante di sacchi multicolori. All’immondizia ci si abitua. Come ci si
abitua alle prepotenze e alla violenza. E’ così che il senso comune si forma e
costruisce la coscienza collettiva che s’incunea fino a plasmare la coscienza
del singolo individuo. Oggi si riunisce il consiglio comunale, come l’anno
scorso, per decidere come il sindaco deve togliere l’immondizia dalle strade. Sapranno
i nostri eroi decidere in modo che le maestre diano una risposta ai bambini prima
che arrivino all’esame di maturità?
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venerdì 28 settembre 2012
Elezioni in Sicilia, la rivoluzione dei gattopardi!
Mi sono chiesto se le dimissioni
del Governo Lombardo potrebbero essere un’opportunità per la Sicilia. La Storia
ci insegna che qualche volta dalle macerie sorgono occasioni e sviluppi
imprevisti, ma dopo queste prime battute di campagna elettorale, mi sono
convinto ancora di più del fatalismo di noi siciliani.
Ancora una volta altri hanno deciso per noi, in luoghi lontani. I presidenti
candidati che raccolgono allo stato i maggiori consensi, Musumeci e Crocetta,
sono stati scelti a Roma, il primo da Berlusconi, il secondo da Casini e da Bersani.
C’è da credere, pure, che dopo la defaillance di Fava, la soluzione della
sindacalista FIOM sia stata concepita altrove. Gli altri sono il prodotto
tipico di un certo ribellismo isolano, mai produttivo di alcunché. E’ la storia
delle classi dirigenti di quest’isola sfortunata, pronte a prostrarsi pur di
garantirsi meschini privilegi e laute prebende. Una massa acritica ed un’elite
di furbi costituiscono la strana mistura che ci fa tanto “brutti, sporchi e
cattivi”, ancora una volta il solito film che sa tanto di dejavu. E a livello
locale lo schema non è cambiato, la stessa classe dirigente che si era
prostrata verso Roma, ha preteso la stessa prostrazione dei più piccoli
notabili locali, decidendo le candidature secondo il peso delle signorie
palermitane. Le primarie, la partecipazione degli iscritti e degli elettori, i
programmi: cose che si scrivono negli statuti, per la plebe. La Sicilia, così,
non va avanti, anzi sembra rovinosamente precipitare indietro. Qualcuno ha
sostenuto che è di quattro secoli il gap socioeconomico tra la Sicilia e il
resto dell’Europa più progredita. E forse è vero, considerato che nessuna
rivoluzione ha inciso nell’Isola come negli altri Paesi. Né la rivoluzione
liberale francese, né la rivoluzione industriale novecentesca, né la
rivoluzione digitale di oggi ha prodotto cambiamenti radicali se la struttura politica
e morale, ancora oggi, si ispira alle funzioni tipiche del medioevo, qui dove,
per una maliziosa furbizia della storia, nacque il primo parlamento del mondo.
Il trasformismo sembra irrimediabilmente il metodo più congeniale ai politici siciliani.
Ex galeotti, ex corrotti, ex ladri, ex inutili, di fronte al più grande
fallimento politico che la Storia della Sicilia abbia mai registrato (un ex
presidente in carcere, un altro inquisito e dimissionario), oggi ritornano con
una faccia, da puttana?, non c’è altro termine, per ribadire che la Sicilia ha
bisogno del loro insostituibile contributo (sic!). Ma ciò è tanto più grave allorché
forze mature per segnare l’era del cambiamento allestiscono scialuppe per
raccogliere naufraghi di ogni tipo con l’intento, manifesto, di vincere a
qualunque costo una partita che sembra truccata in partenza. In un articolo
apparso su la Sicilia dello scorso mese di agosto, il professore Francesco
Renda, dopo un’analisi appassionata della situazione politica siciliana,
auspicava un intervento decisivo di Roma per dirimere la complicata matassa
della politica siciliana, non intravedendo una soluzione facile di fronte alla
complessa vicenda regionale. Ma se Sparta piange Atene non ride, tant’è che
tutti gli osservatori internazionali continuano ad auspicare il
commissariamento del governo italiano anche per la prossima legislatura. Penso
che la soluzione giusta per la Sicilia, a questo punto, non sarebbe il
commissariamento della Regione, un’ulteriore
umiliazione per i siciliani che di umiliazioni ne hanno già subite tante, ma
una nuova fase costituente. Basterebbe che tutti gli uomini e le donne di buona
volontà, elettori ed elettrici, trascendendo le proprie aspettative, anche le
più importanti, quale potrebbe essere la promessa di un posto di lavoro,
spulciando la lista del partito cui credono di potersi affidare, alla fine
scelgano un uomo o una donna (le donne sarebbero ancora più affidabili, perchè sono
state poche quelle che hanno sperimentato la mala politica, sempre considerando
il caso della Polverini un caso isolato), sulla base dell’onestà, della competenza,
del rigore morale, del programma, ma non il programma intriso dei soliti
slogans del tipo incentivare l’occupazione, favorire lo sviluppo dell’agricoltura
e dell’artigianato, lotta alla mafia, perché
è da cinquant’anni che dicono le stesse cose. Un’Assemblea Regionale composta
da onesti e capaci, potrebbe fare veramente la rivoluzione, del tipo: tutti i
raccomandati, a casa! Tutti i ladri, a casa! Tutti gli incapaci, a casa! I
soldi, a chi lavora! Le tasse, a chi ha rubato di più!I mafiosi, in galera! E
cosi via continuando… senza timore! Sogno. E votare, per una volta, senza timore.
martedì 25 settembre 2012
INTEGRAZIONE, QUESTA SCONOSCIUTA
Il punto con
Don Beniamino Sacco parroco della Parrocchia dello Spirito Santo
e Giovanni Lucifora, sociologo
venerdì 14 settembre 2012
Quelle torture sui gatti, un brutto segno!
Si è levato un coro di indignazione alla notizia
riguardante le sevizie consumate ai danni di due gattini, ne abbiamo parlato
pure con Giovanna Cascone nel corso della rassegna stampa di EventiSicilia. Ma
l’argomento merita un approfondimento, poiché fenomeni di questa natura,
sommati ad altre violenze di cui la stampa si occupa ormai quotidianamente,
contro i disabili, contro le donne, contro i diversi di ogni genere,
testimoniano il fatto che nel territorio si sta verificando un angoscioso
aumento dell’aggressività. Occorre premettere che l’aggressività è connaturata
nell’individuo, addirittura Konrad Lorenz la definisce come un aspetto positivo
dell’indole umana a presidio della propria conservazione, necessaria per
garantirsi l’accoppiamento e provvedere alle funzioni vitali. Lo stesso Freud
la considera una pulsione innata alla stessa stregua della pulsione sessuale.
Il male, dunque, esiste ed è segnato nel nostro patrimonio genetico, è
un’azione che presiede i nostri bisogni fondamentali. Così, il dolore (il male)
ci avverte di un pericolo per la vita, il piacere (il bene) ci spinge alle
azioni che presidiano e sviluppano la vita come il mangiare, il dormire,
l’accoppiarsi. L’uomo, però, da animale dotato di cultura, attraverso il
processo di civilizzazione, non solo ha trovato il modo di soddisfare i propri
bisogni fondamentali mediante l’adozione di strategie sempre più sofisticate,
ma ha pure concepito nuove forme di espressione del piacere e del dolore fino a
rendere ambiguo il discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male, fino a
pervenire ad un processo di fascinazione del male che è andato oltre il male
“necessario”. La guerra è la massima espressione del male, ma la “cultura” in
ogni epoca l’ha presentata come “male necessario” per la convivenza civile,
fino alla degenerazione estrema dello sterminio. Così i romani la ritenevano
essenziale per il mantenimento della pace (si vis pacem, para bellum), oggi la
si definisce semplicemente “missione di pace”, cancellando così del tutto il
residuo di “male” insito nell’azione di guerra, con il risultato che uccidere
per la pace trapassa dal genere “male” al genere “bene”. Esempio di tale
degenerazione sono i videogames ove si uccide, certamente per la pace, che
possono liberamente essere utilizzati anche dai bambini, maschi e femmine,
perché le bambine, in questi giochi, inzuppate di tritolo, si fanno esplodere
per la causa. Siamo pervenuti, dunque, ad una degenerazione dei valori che per
millenni hanno presidiato la convivenza civile, ciò che il sociologo Zygmunt
Bauman definisce come passaggio dalla società solida alla società liquida, un
mondo, cioè, che vede la trasformazione delle persone da produttori a
consumatori, dove l’esclusione sociale non si misura più per la propria
estraneità dal mondo produttivo, ma per la non appartenenza alla modernità
intesa come capacità di consumare. L’aumento del sentimento della frustrazione,
così, a causa della perdita di sicurezza, costringe sempre più persone ad
adeguarsi alle abitudini di taluni gruppi, considerati emergenti, secondo un
processo di omologazione e di assorbimento di modelli culturali, di usi e di
consuetudini che in un determinato momento storico caratterizzano il contesto
sociale di riferimento, anche a causa della svalutazione del senso critico
individuale e collettivo.
Ritornando al problema dell’aggressività sociale,
dunque, non possiamo non rilevare come i comportamenti pubblici non possono non
ispirarsi alla pratica del rigore etico, rigore che non può essere confuso con
la semplice persecuzione dei reati, essendo necessario, invece, un
comportamento che serva e si proponga da esempio, perché per questo motivo si è
chiamati a svolgere la funzione pubblica. Pertanto, l’assunzione in una
pubblica amministrazione di un proprio cliente politico al posto di un
cittadino che ne ha diritto, l’uso spregiudicato del denaro pubblico per scopi
non propri essenziali alla collettività, il venire meno agli obblighi assunti
solennemente al cospetto dei cittadini quale quello di mantenere pulita la
città e di garantire il funzionamento dei servizi per i bambini, gli anziani e
i disabili, a fronte, invece, di spese per consulenti ed amministratori
incapaci ed inconcludenti, costituisce una delle cause, se non la più
importante, sulla quale si fonda la degenerazione dei comportamenti sociali.
Altrettanto è il farsi merito di non pagare le tasse, il parcheggio nelle aree
vietate, omettere di denunciare il pizzo, aggredire una persona anziana per
puro compiacimento. L’aggressività nella società è, perciò, come il colesterolo
nel sangue, alla giusta dose fa bene all’organismo, oltre quella misura è una
minaccia per la vita. Il medico, in questo caso, consiglia una moderazione
nell’assunzione di cibo e una vita ispirata alla pratica sportiva per mantenere
il colesterolo ai giusti livelli. Nella pratica sociale occorre dare il buon
esempio e comportarsi di conseguenza. Bene, dunque, l’indignazione per una
pratica atroce contro gli animali innocenti, ma credo che sia altrettanto
necessario testimoniare ogni giorno l’amore per gli animali, per l’ambiente, per
la vita attraverso comportamenti privati e pubblici ispirati al buon senso e al
rispetto dei diritti di tutti.
venerdì 7 settembre 2012
Caro amico ti scrivo...così mi distraggo un pò!
Ricevo
da Turi Migliore e pubblico con vero piacere la seguente nota:
Giovanni,
scusami
se pubblico qui tutta sta mappazza! L’avrei voluto fare a margine dei commenti
nel tuo blog, ma non me l’ha fatto pubblicare (Non accetta il codice antirobot che c’è da
copiare!) .Mi dispiace prendermela con te che sei stato il miglior sindaco
dell'ultimo mezzo secolo (e come sai, nel mio libro "Tuttapposto!"
sei l'unico politico vittoriese ad esserne uscito indenne), ma non posso fare a
meno di dirti: bisognava aspettare che Nicosia si dimettesse dal PD per dire
FINALMENTE pane al pane e vino al vino? So bene la tua estraneità da tutti i
giochini, ma vedo che ritieni insostituibile questo gioco malsano del
"meno peggio", della serie: questo abbiamo di partito e questo
dobbiamo bonificare. Senza questo meccanismo partigiano, il tuo sfogo
sull'Amiu, tanto per fare un esempio e restare in tema, si sarebbe potuto fare
prima, molto prima, quannu forsi ci putia aiutu. Ma soprattutto si sarebbero
potute levare altre "penne libere" come te (ce ne fossero!).Invece
c'è sempre stato il terrore di aprire critiche per non fare il gioco degli
avversari politici e delle terribili "destre"! Personalmente credo
che sia stata proprio questa codardia, questa prudenza da conservazione, questo
vendere gli interessi della città a puri e semplici clan spacciati per partiti
(Il percorso di Cicciaiello è esemplare), ha determinato la palude che oggi è
la politica vittoriese e la sinistra in particolare. Sono cose dell'altro
mondo! E che non si pensi riguardino solo gli interessati. E allora, se l'Amiu
è la struttura più inquietante ed inefficiente che ci sia, se siamo l'unico
comune della provincia che non prova neppure a fare finta di fare la raccolta
differenziata; se le fumarole cancerose e tossiche continuano a squarciare il
cielo impunemente, nella famigerata "fascia trasformata"; se per
tutta l'estate le nostre strade extraurbane non sono riuscite a fare a meno di
ospitare inauditi cumuli di munnezza putrescente e rifiuti pericolosi da
mostrare in bella vista ai pochi turisti che passano da queste parti (e che
fuggono solo dopo poche ore); se nessuna voce si è levata, 10 anni fa, nei
confronti di quella vergognosa gara di cavalli per le vie della città, spacciata
per Palio ma gestita da malavitosi che spadroneggiavano come sceriffi; se non
esiste una vera e propria categoria di giornalisti locali ma solo
"copincollisti" e lacché che altro non fanno che omettere o far finta
di essersene dimenticati; se non si ha la lungimiranza per capire quanto si
potrebbe fare in termini di turismo colto e qualitativo, solo se si riuscisse
ad "agganciare" la città ed il territorio ad un fenomeno che è già
mondiale da almeno un ventennio: il Cerasuolo di Vittoria. Se tutto ciò, e
molto altro ancora, è accaduto o non è stato fatto, la colpa non è della
politica della sinistra e del tuo partito in particolare che è stato sempre al
timone? Cosa bisognerà fare allora, in futuro, per evitare di sbagliare ancora?
(ma non c'è più tempo e ormai è troppo tardi) Cosa sarebbe giusto fare oggi?
Quando dici che i partiti sono insostituibili mi muore il cuore! A Parma, ma
pure a Mira (VE), a Sarego (VI), a Comacchio (RA), sono riusciti a cacciarli i
partiti e ora stanno governando i cittadini. Ma lì c'è una società civile, a
Vittoria, già la parola provoca un fremito di fastidio e a volte pure di
repulsione.
Facci caso, prova a pronunciare davanti ad un
politico la parola "società civile", e vedrai che faccia farà, che
espressione schifata sfodererà! Il meglio dei vittoriesi è fuggito, caro
Giovanni, e sono rimasti solo le mediocrità, ed ora non ci si può lamentare se
l'Amiu è diventata un covo (fosse solo l'Amiu!). Oggi come oggi,caro Giovanni,
c'è da fare solo un gran lavoro distruttivo, per poi ovviamente ricostruire
tutto ex novo. Ma per fare ciò è pur vero che servirebbero tanti operai,
manovali, caricatori...e qui invece tutti vogliono fare gli ingegneri! Il
declino è vicino.
Caro Turi,
apprezzo le tue
riflessioni, ma sui partiti credo che sia necessario ritornare a riflettere.
Non si può governare senza i partiti in un paese democratico e, comunque, anche
nelle dittature si fa sempre riferimento, oltre al leader, ad un partito. In
pratica l’esercizio del governo fa sempre riferimento ad una azione
organizzativa, espressione di gruppi di persone che esprimono bisogni o
interessi da perseguire mediante l’uso di risorse immateriali e materiali,
strumentali ai fini (la mission) che si vogliono perseguire. I partiti, dunque,
sono delle organizzazioni che, in ossequio al dettame costituzionale, si
pongono l’obiettivo del governo del Paese. Quando tu porti l’esempio di Parma,
in effetti parli di organizzazioni nuove che si sono sostituite ad altre (i
vecchi partiti). Queste organizzazioni dovranno, comunque, esprimere una
mission, nominare dei dirigenti, indicare delle persone che dovranno assumere
degli incarichi amministrativi. Faranno, cioè, tutto quello che fanno le
organizzazioni e saranno, all’inizio, tutti duri e puri, tranne a scoprire, nel
tempo, un Lusi o un Trota qualunque tra le loro fila. L’esempio della Lega
Nord, l’organizzazione i cui dirigenti rinnovavano il proprio orgoglio di purezza bagnandosi
il capo alla foce del Po, ne è un esempio classico che, sicuramente, diverrà un caso da manuale in tutti i corsi di Scienza della Politica. Erano partiti sani e puri,
sono finiti nella cloaca delle peggiori ruberie per fini personali, senza
pagare fio. Altrettanto io ti posso portare un esempio, quello di Reggio Emilia,
dove esistono 28 aziende speciali comunali che si occupano dei bisogni più
svariati, dai bambini agli anziani, dai trasporti all’ambiente, e sono tutte
aziende in attivo e nessun amministratore risulta indagato o rinviato a
giudizio o condannato. C’è qualcosa, allora, che va oltre le forme
organizzative e che tocca la sostanza, cioè gli uomini che compongono le
organizzazioni, le loro qualità, la loro cultura, le loro aspirazioni, la loro
storia personale e collettiva, cioè tutto ciò che si incide nel DNA di un
popolo e che, ad certo punto, anche a causa degli accidenti della Storia,può
muoversi per un verso o per un altro. Ritengo utile suggerirti di leggere il
libro di Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, che a mio avviso è esemplare nella spiegazione
dei fenomeni che portano alla formazione delle dittature o, comunque, di tutte
quelle forme di organizzazioni politiche che confluiscono in forme estreme e
distruttive. Ti suggerisco, altresì, di leggere il bellissimo volume di Amitai
Etzioni, Organizzazioni e Società, il quale descrivendo la storia dell’operaio
divenuto Segretario Generale del Partito Socialista Francese, alla fine dell’ottocento,
espone in modo davvero suggestivo e scientifico il funzionamento delle
organizzazioni ed in particolare delle organizzazioni politiche. Se lo vorrai,
dopo queste letture, sarà veramente gradito per me potere approfondirne con te
i contenuti e chissà, una buona volta, di poterci ritrovare d’accordo.Ti abbraccio con tanta stima.
mercoledì 5 settembre 2012
L'AMIU chiude. Per ammessa incapacità!
Dopo quasi mezzo
secolo, chiude a Vittoria l’azienda municipalizzata di igiene urbana. Va via un
pezzo di storia di questa Città, ma segna anche la sconfitta di tante battaglie
ideali, di tanti che hanno creduto nella pubblicità dei servizi pubblici
essenziali. Ci si potrebbe chiedere a questo punto perché lottare per l’acqua
pubblica se le premesse ci portano alle stesse conclusioni: il privato fa
risparmiare l’ente pubblico! La delibera con cui la Giunta Municipale rivolge l’invito
al Consiglio Comunale di dismettere l’azienda speciale è un capolavoro di superficialità,
di indolenza, di doppiezza. Nessun cenno
autocritico, né un esame serio ed analitico dei motivi che stanno alla base di
una scelta che, comunque, segna una svolta per Vittoria e e i suoi cittadini. Per più di
16 mesi è stato annunciato alla cittadinanza tutto e il contrario di tutto. L’ultima
trovata: l’AMIU chiude per legge! Ma come mai nella delibera della Giunta non
si fa cenno a tale legge! L’AMIU, come si legge bene nella delibera chiude per
manifesta incapacità; perché i bilanci degli ultimi cinque anni sono in perdita
di svariati milioni di euro; perché il presidente e il direttore si sono
rifiutati di rispondere alle pressanti richieste di presentazione dei rendiconti da parte degli
uffici deputati al controllo; perché come recita testualmente la delibera "l’Azienda negli
anni ha svolto una funzione sociale”, cioè è andata oltre l’esercizio delle funzioni
statutarie soddisfacendo un ingordo bisogno di pratiche clientelari
assolutamente estranee alle reali esigenze dell’Ente; perché l’Assessore alla
trasparenza ha denunciato l’Azienda alla Procura della Repubblica per la
mancata esibizione della documentazione riguardante le assunzioni del
personale. Nel frattempo il Consiglio di Amministrazione si è dimesso. Il
direttore, che dovrebbe essere il legale rappresentante dell’Azienda, tace.
Intanto la stampa incalza, per giorni e giorni, per settimane: Palazzo Iacono
annuncia la nomina di un nuovo CDA, è solo questione di ore, oggi, domani. Ma
pare che pazzi in giro non ce ne sono. Nel frattempo si annuncia un nuovo
progetto per la raccolta dei rifiuti (ma il Consiglio Comunale non l’aveva approvato
giusto l’anno scorso?) e l’avvio della raccolta differenziata entro 60 giorni.
Ma già dal primo annuncio i sessanta giorni sono trascorsi. Oggi il Sindaco
dichiara che la nomina del nuovo CDA non è prioritaria, ma allora chi governa l’Azienda?
Tutto è rinviato alle decisioni del Consiglio Comunale, il quale dovrà
dichiarare la soppressione del servizio e l’avvio della privatizzazione,
soltanto dopo il Sindaco può nominare il Liquidatore senza prima avere
presentato un Progetto di dismissione dell’azienda, che allo stato ancora non
esiste, e bandire la nuova gara. Secondo i principi della rivoluzione della
dignità enunciati da Crocetta in questi casi cosa bisognerebbe fare? Come
minimo mandare tutti a casa! Ce la farà il nostro eroe… ?
Considerato che tutti i
Comuni della provincia sono fuorilegge in materia di rifiuti perché, per legge, nessuno dovrebbe
gestire direttamente il servizio di raccolta, dovendovi provvedere, per legge, l’ATO Ambiente, non sarebbe
più utile e conveniente insediare il nuovo CDA della istituenda SRR, composto,
per legge, dai Sindaci, per
bandire l’appalto del servizio unico per tutti i comuni della provincia? Il
signor Commissario straordinario della Provincia non può intervenire per
accelerare l’iter di formazione del nuovo organismo? Non è che per caso la rivoluzione
siciliana che tutti dichiarano di volere attuare alla fine consiste nello
scaricare sempre sugli altri ogni responsabilità?
lunedì 3 settembre 2012
Una rivoluzione? Si, indigniamoci!
Ho partecipato, l’altra
sera, alla riunione della direzione provinciale del Partito Democratico,
convocata per discutere delle prossime elezioni regionali. In un Partito che
decide di iniziare una Rivoluzione, seppure della dignità, la riunione avrebbe
dovuto registrare una grande partecipazione e un notevole entusiasmo, ma né l’una
né l’altro. Visi scuri, poca voglia di parlare, né la relazione del Segretario
è stata invogliante e carica di spunti, piuttosto burocratica e scontata, come
di chi deve solo comunicare un evento di cui poco o niente si sente responsabile.
In pratica abbiamo ricevuto la comunicazione che la direzione regionale aveva
ratificato la candidatura di Rosario Crocetta a presidente della Regione Sicilia,
che, come si sa, era stato già candidato dall’UDC dopo che lo stesso si era
autocandidato. Inoltre, siamo stati informati che lo stesso Rosario Crocetta
aveva in corso una trattativa con il dimissionario sindaco di Ragusa Nello Dipasquale,
ex dirigente di Forza Italia e storico avversario del PD ragusano. Infine, una
sollecitazione ai circoli a definire le proposte di candidature per l’Assemblea
Regionale, che sarebbero state vagliate in una successiva riunione. Prendono la
parola, tra gli altri, il segretario del circolo di Vittoria, fra i più entusiasti,
per annunciare che il candidato designato dal proprio circolo era il fratello
del Sindaco Fabio Nicosia e, anche, per esprimere il proprio compiacimento per
il fatto di essere stato fra i primi a credere nella candidatura di Rosario
Crocetta. Lo segue un altro del circolo di Modica, il quale annuncia che il
circolo rivendica la candidatura di un modicano, sottolineando che lo stesso
deve essere rigorosamente di sesso maschile (qualche risata, proteste delle donne
presenti). Intervengono Gianni Battaglia e Peppe Calabrese, il primo per
sostenere la propria candidatura, l’unica che può verosimilmente contrapporsi con
successo a quella di Dipasquale (sic!), il secondo per sfogare la propria
rabbia per l’approdo del sindaco nella lista di Crocetta che rende vana la
strenua lotta condotta dallo stesso nei confronti di Nello, il sindaco
folgorato improvvisamente sulla via di Damasco. A questo punto mi assale
improvvisa la voglia di andarmene, ho come la sensazione che non mi interessa
nulla di questa riunione, mi alzo e vado via lasciando dietro di me solo
rumori; la Sicilia, i siciliani, la gente con i suoi problemi e le sue speranze,
i giovani e la loro rabbia mi appaiono su un orizzonte che è oltre quella
stanza. Cerco di definire il mio stato d’animo. Ecco, sono indignato!sabato 14 luglio 2012
Bocciati a 6 anni, che tristezza la Scuola!
Fra i tanti, tantissimi, bocciati delle scuole di Vittoria di cui
tanto si è occupata la stampa in questi primi giorni di luglio, quelli che più
hanno colto la mia attenzione sono due bambini della prima elementare. Essere
bocciati a 6 anni! Chissà quali pensieri nella mente di questi bimbi per questa
esperienza difficile da spiegare, difficile da capire. Andare alla scuola
elementare, quella di tantissimi anni fa, mi incuteva paura, mi ricordo che
vivevo sempre nell’ansia, perché il maestro ci picchiava. Tanti colpi di
bacchetta sui palmi delle mani per tante righe di poesia dimenticate, e i
genitori si raccomandavano pure: “ Maestro glieli suoni pure, non abbia
remore!”. E alla scuola media il preside puniva le nostre marachelle facendoci
mettere sull’attenti e giù due ceffoni da lasciare i segni. Per fortuna oggi la
scuola non è più così, ma essere bocciati alla prima elementare rimane pure una
cosa incomprensibile. Ho chiesto lumi a mia moglie, che è una pedagogista, mi
ha spiegato che a volte può succedere che, di comune accordo con i genitori,
gli insegnanti scelgano di optare per un “fermo maturativo” nel caso in cui i
bambini non raggiungano i pre-requisiti necessari per affrontare i compiti
successivi e colmare, così, eventuali ritardi. Mi auguro che i casi segnalati
dalla stampa abbiano le stesse ragioni o altre dello stesso tenore, anche se
personalmente resto della convinzione che provvedimenti di questa natura
costituiscono dei traumi per i bambini, preferendo considerare la Scuola come
un luogo dove i cittadini dovrebbero maturare tutti insieme, dove insegnare con gioia, apprendere con gioia . La Scuola non può
riflettere l’ideale di una società competitiva e punitiva, la Scuola che
boccia, la Scuola del merito, dell’individualismo, non necessariamente è la Scuola migliore.
Sono sempre stato convinto che dietro la bocciatura di un bambino si nasconde il
fallimento di noi adulti, della stessa istituzione scolastica e che la storia
di ogni studente è una storia individuale di apprendimento, di personali
capacità intellettuali e relazionali. Sono, altresì, convinto che l’insegnante è come un maestro
d’orchestra cui è affidato il “compito della concertazione e della
coordinazione tra gli esecutori, leggendo da una partitura completa e dando
indicazioni verbali, uditive e gestuali”, capace, cioè, di far prevalere il
lavoro di squadra esaltando ogni singolo contributo nell’ambito di un progetto
comune. Immaginate un maestro che nel vivo di una rappresentazione riducesse al
silenzio due o tre strumenti, verrebbe meno il risultato finale del suo lavoro,
gli spettatori finirebbero per non capire; ecco, i bocciati della scuola sono
degli strumenti di un’orchestra ridotti al silenzio. Comenio, teologo e
pedagogista vissuto nel ‘600, sosteneva la necessità che l'insegnamento fosse esteso a tutti, non stimolando eccessivamente
la mente dei ragazzi , ma abituandoli alla “ricerca del sapere lungo tutta la
vita”, ciò che la moderna teoria dell’insegnamento definisce come “lifelong
learning”. Anche le donne e gli handicappati devono essere partecipi
dell’insegnamento, perché, secondo Comenio, anche loro hanno un'anima che deve progredire
con il sapere. Ma ha ancora un senso la bocciatura a Scuola? Secondo il
ministro austriaco Claudia Schmied la bocciatura non aiuta la
competitività e ha annunciato che da quest’anno nelle scuole austriache sarà
abolita.
Ma non si tratta di un provvedimento tout court, bensì di un insieme
di strumenti a favore degli studenti che ne hanno bisogno tra i quali corsi di
recupero e rinforzo, in particolare per il tedesco, la matematica e le lingue
straniere, che eviti una valutazione finale negativa con bocciatura. In Italia
il problema è stato più volte affrontato, ma con un limite, perché quando si
parla di intervenire in settori delicati della vita dello stato, quali la
scuola o la sanità, il problema non viene mai affrontato con leggi di riforma
capaci di incidere sulla sostanza del problema, bensì nell’ambito di
provvedimenti di spesa, e con i tagli non si può certo incidere sulla qualità
dei servizi. Così a pagarne le conseguenze sono sempre i soggetti più deboli
della società, i portatori di handicap e le fasce più povere ed emarginate. A
Vittoria il problema delle bocciature, delle ripetenze e della dispersione
scolastica ha assunto caratteri di una vera e propria emergenza, nei confronti
della quale le istituzioni locali devono sentire forte la necessità di
interventi non più rinviabili. Come si evince dalla Relazione Generale dello
Schema di Variante al PRG: “… per quanto riguarda l’istruzione e la
scolarizzazione, nel comune di Vittoria il censimento del 2001 consegnava all’attenzione
del territorio la difficile situazione di Vittoria che risultava uno dei Comuni
meno scolarizzati di Italia con il 19% della popolazione analfabeta o senza
alcun titolo di studio”. Nell’epoca della Società della Conoscenza, ciò non
costituisce certo un requisito capace di invertire le sorti di un destino che,
allo stato, senza le opportune contromisure, sembra segnato da un lento quanto
irrimediabile declino.
venerdì 6 luglio 2012
Denaro insiste, ma l'EMAIA resta un flop
Ricevo dal Presidente dell'EMAIA Giovanni Denaro la seguente comunicazione: Caro Giovanni Lucifora,mi sarei aspettato da un ex sindaco come te un contributo di alto profilo. Non una polemica sterile e fine a se stessa. Questo è il momento della responsabilità non delle invettive. Se tu ti scagli contro l’Emaia attacchi l’economia di questo territorio. E ti assumi una responsabilità storica che io non posso condividere. Io sono dalla parte delle imprese. E, con umiltà e pragmatismo, cerco di affrontarne i problemi concreti.
Non ho mai nascosto le difficoltà relative al contesto in cui si è svolta la 30ª MEDEXPO. Purtroppo la crisi esiste ed è tangibile. Chi è a contatto con le imprese, come il sottoscritto, lo sa bene. Tant’è vero che l’idea della campionaria estiva è stata intesa nell’ottica del rilancio dell’economia del territorio. La presidenza dell’Emaia è riuscita, nonostante tutto, a coinvolgere il tessuto produttivo della città. A questo proposito, non mi stancherò mai di ringraziare gli espositori che hanno mostrato il coraggio della sfida e hanno colto l’opportunità offerta dall’ente. Hanno capito che si tratta davvero della vetrina delle imprese siciliane.
Sono, comunque, convinto che debbano essere apportati dei correttivi alla prossima MEDEXPO. L’obiettivo è quello di incrementare la qualità dell’edizione. Questo è quanto emerge anche da una serie d’incontri effettuati con gli imprenditori del territorio.
La Fiera Emaia non solo resiste ma rilancia. Numerosi enti fieristici sono passati dall’annualità alla biennalità. La Fiera, in controtendenza, ha invece riavviato il rapporto commerciale con una serie di associazioni che si muovono in modo proficuo.
Quanto al progetto di cui parli, t’informo che esiste ed è molto chiaro. Io mi sono fatto carico di renderlo pubblico. La mia proposta di rilancio della Fiera Emaia è nota a tutti. E i media ne hanno dato ampio risalto. Persino Il Sole 24 ore del 3 luglio scorso sostiene il coraggio e la sfida dell’ente fieristico, a dispetto delle fiere di Palermo e Messina da tempo defunte. Mi spiace che tu non sia attento. Ma tant’è. Ti riassumo i concetti-cardine della mia proposta.
Io penso che debba registrarsi una vera attenzione nei confronti di una fiera esistente da quarantasei anni. La Fiera Emaia non può più ricevere i contributi destinati alle sagre paesane. Occorre una svolta non più rinviabile. Deve cambiare l’assetto societario. Oltre alla Città di Vittoria, della futura società di gestione devono farne parte sia la Camera di Commercio di Ragusa sia la Provincia di Ragusa. Così come la Regione Siciliana che, purtroppo, continua ad essere assente.
Rispetto a questa proposta di mutamento societario ho registrato la positiva apertura di Antonio Prelati, presidente dell’Ascom. Il responsabile di un’importante organizzazione di categoria come l’associazione dei commercianti, con tutta evidenza, condivide la bontà dell’idea. Ho ravvisato nelle parole del presidente dell’Ascom un’attenzione nei confronti degli sforzi che intende compiere la Fiera Emaia. Ho ringraziato Prelati e l’ho invitato ad un tavolo di confronto per discutere la proposta di rilancio dell’ente fieristico.
Ancora. La Fiera Emaia, finalmente, si aprirà all’internazionalizzazione
Anche se la campionaria rientra ancora nell’alveo delle fiere multisettoriali. le prospettive future della fiera risiedono in settori commerciali specifici. Va data una nuova e connotata identità all’ente. Viviamo un passaggio epocale. Paragonabile a ciò che è avvenuto a proposito dello switch off televisivo: il passaggio dal segnale analogico a quello digitale. Ebbene, la Fiera Emaia è in mezzo a questo cambiamento. Che va governato. Occorre imprimere una svolta che può risultare rivoluzionaria. Da una fiera “generalista” è obbligatorio procedere verso una fiera “tematica”. Questa è una scommessa decisiva. Non per niente, dal 2013 le fiere passeranno da quattro a cinque. Si aggiunge infatti un salone di valore nazionale dedicato ai motori. L’unica fiera multisettoriale targata Emaia sarà esclusivamente quella di novembre. Le altre (Agrem, Kamò, Medexpo e quella dedicata ai motori) saranno settoriali.
Sostengo da tempo che la Fiera Emaia, il Mercato ortofrutticolo di Vittoria, l’aeroporto di Comiso, l’autoporto di Vittoria e il porto di Pozzallo costituiscano il volano di sviluppo sinergico dell’intero Sud Est siciliano. Se non si punta su queste realtà il territorio ibleo non può uscire dalla crisi epocale in cui versa.
Io guardo al futuro. E credo, in prospettiva, che ci si debba porre come orizzonte l’ottimismo della ragione. Non il pessimismo fine a se stesso.
In conclusione, ritengo utile per l’economia della nostra città e dell’intera isola uno sforzo comune. Evitando inutili diatribe che creano solo lacerazioni all’interno di un fronte che deve essere unito e solidale.
Con affetto.
Giovanni Denaro
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Caro Giovanni,
ho apprezzato il fatto che tu sia
intervenuto in risposta alla mia riflessione sulla Fiera EMAIA, ma purtroppo
non condivido né il tenore, né il contenuto della tua proposta. Non sono aduso,
proprio per la mia personale esperienza e per la lunga militanza politica,
applaudire comunque pur di fare parte del coro, né mi piace appartenere ad
alcun cerchio magico, passato o presente, con cui condividere le “gioie” del
potere rimanendo in silenzio per puro compiacimento. Ho avuto il pregio di dire
sempre quello che penso e di confrontarmi, rimanendo sempre “refrattario” alle
discipline imposte da altri per fini estranei agli interessi della collettività.
Intanto nella mia riflessione non c’era alcun intento polemico, semmai un
tentativo di riportare in terra i termini del dibattito in modo costruttivo,
evidenziando il fatto che non serve a nessuno lo sbandieramento di un ottimismo
idiota che serve solo a creare distanza tra la pubblica amministrazione e i
cittadini, stante, tra l’altro, che tutti abbiamo potuto vedere ciò che è stato
realizzato quest’anno dall’EMAIA. Né, tantomeno, ho attaccato la Fiera, semmai
ho tracciato le linee di un possibile rilancio della stessa, quello vero, nell’ottica
di un rafforzamento della nostra economia, nel solco di quell’autentica
tradizione artigianale che l’ha promossa. E poi è ora di finirla con l’idea che
appena un cittadino muove una critica ad un amministratore, allora è come se si
criticasse il popolo o l’istituzione in sé, come se ci fosse una naturale immedesimazione
tra l’amministratore e l’istituzione che rappresenta, mi sembrava che ciò
appartenesse ad un lontano passato. Ma di quale rilancio dell’economia del territorio
parli, di quale coinvolgimento del tessuto produttivo? Se quello che abbiamo
visto alla Fiera è il tessuto produttivo della città, veramente possiamo
affermare di essere alla frutta. E poi quale sarebbe il progetto, quello di
coinvolgere la Camera di Commercio nel Consiglio di Amministrazione? Una fumosa
“internazionalizzazione”, una nuova edizione dedicata ai motori, ma a vantaggio
di chi, con quali attori protagonisti?. Vedi, Giovanni, tu hai la presunzione
di affermare che hai un progetto, che sarebbe quello che hai esposto in questo
tuo intervento in risposta alla mia riflessione e che io ripropongo all’attenzione
di chi ci segue, ma io in questo tuo progetto non ci vedo niente di interessante
e resto convinto che un progetto va costruito con i produttori e i loro
rappresentanti, con l’obiettivo di attrarre risorse economiche per la gente che
lavora a Vittoria e nel suo hinterland e non certamente per investire risorse
nostre per fare arricchire gli altri. L’unica cosa positiva che registro è la
disponibilità di Antonio Prelati a contribuire, con idee e proposte, al
rilancio della Fiera, il resto sono chiacchiere come quelle riportate dal Sole
24 Ore che ha solo ripreso, tal quale, il comunicato stampa dell’AMAIA senza
alcun approfondimento critico. Con una maggiore disponibilità all’ascolto,
senza presunzione e arroganza, credo che potresti essere un buon presidente. Un
abbraccio da Giovanni Lucifora.
mercoledì 4 luglio 2012
La Fiera EMAIA ovvero la “fiera delle vanità”
E’ calato il sipario sul 30° MEDIEXPO, la
rassegna fieristica che l’EMAIA dedica alla celebrazione del Santo Patrono di
Vittoria San Giovanni Battista. Aldilà della retorica dei suoi amministratori,
sempre felici e contenti anche quando le cose vanno malissimo, questa edizione
credo che sia stato il peggio di quanto si sia visto negli ultimi trent’anni, un
luogo dove si entra con un minimo di ottimismo e si esce semi-depressi. E’ vero
che siamo in un periodo di forte
recessione economica, ma le fiere, da sempre, sono state uno stimolo per l’economia.
Nel Medioevo venivano promosse, anche grazie a sgravi ed esenzioni di gabelle,
per rendere le merci più allettanti e stimolare la partecipazione di compratori
provenienti dai paesi vicini in modo da favorire il commercio locale. Con
l’Esposizione Universale, l’Ottocento celebra l’avvento del Capitalismo
mondiale ed offre agli Stati la possibilità di esibire in un unico spazio opportunamente
organizzato ed attrezzato i prodotti capaci di stimolare i consumi e, quindi,
l’economia. Nel corso degli anni, sono cresciute iniziative su scala minore ai
vari livelli territoriali, sempre con lo scopo di promuovere la vendita dei
prodotti locali suscitando l’interesse dei compratori.
A Vittoria, l’EMAIA (Esposizione Macchine
Agricole Industria ed Artigianato) nacque sull’onda dello sviluppo della
serricoltura che aveva stimolato il sorgere di una miriade di piccole attività
industriali, grazie all’intuito di artigiani locali che intravedevano nello
sviluppo agricolo una parallela espansione della richiesta di abitazioni e
macchine da destinare all’agricoltura. Sorsero così piccole attività
industriali con la formazione di un discreto nucleo operaio, testimoniato dalla
CAMIS (settore infissi in alluminio), DOMUS SICILIA (Infissi in legno), TRINGALI
(Metalmeccanica), BALLONI (Metalmeccanica), VINDIGNI (Metalmeccanica), SCIACCO
(Metalmeccanica), DESARI (Meccanica di precisione), e tante altre che meriterebbero
di essere pure citate almeno per testimoniare lo spirito di iniziativa e di
inventiva dei nostri artigiani. Questo primo nucleo di piccoli imprenditori
decise, attorno agli anni ’70, di mettersi in vetrina con lo scopo di attrarre
compratori dai Comuni viciniori mediante l’offerta di una molteplicità di
prodotti che spaziavano dalle macchine agricole ai prodotti per l’edilizia,
attraversando una vasta gamma di beni utili a soddisfare i più disparati
bisogni. La tradizionale Fiera di San Martino, che si è sempre celebrata l’11
di novembre, annoverava, così, una più moderna esposizione, l’EMAIA appunto,
che, in un certo senso, stravolgeva il senso originario della Fiera. La
tradizionale fiera di San Martino, che si svolgeva lungo la Via Rosario Cancellieri,
il Calvario, e la Via dei Mille nell’area adiacente la Villa Comunale, aveva
avuto, fino ad allora, il ruolo di “mercato speciale” per approvvigionare le
famiglie soprattutto di beni strumentali per l’avvio della nuova annata agraria
e di beni di consumo durevole per la casa; si acquistavano dalle zappe alle
carriole, dalle pentole alle coperte di lana. Il mese di novembre era,
soprattutto, il periodo in cui si effettuavano le transazioni per la vendita
del vino novello, ed era un fiorire di attività con protagonisti sensali e
piccoli proprietari o mezzadri, quindi il momento clou dell’anno quando le
famiglie raccoglievano il frutto dei propri sacrifici e spendevano per
soddisfare i propri bisogni fondamentali. L’EMAIA, all’inizio ospitata dentro
la Villa Comunale, invece, testimoniava
la volontà degli artigiani locali di fare un passo più avanti, un’esposizione
capace di proiettare i propri prodotti oltre il mercato locale, per richiamare
commercianti ed operatori dei vari settori ed ampliare il giro delle commesse, consolidare ed estendere il proprio apparato
produttivo, incrementare fatturato e
manodopera.
Varie ragioni, nel tempo, hanno condotto
alla crisi delle piccole “fabbriche” locali, ragioni che andrebbero, e lo
saranno sicuramente, analizzate in un contesto più approfondito rispetto ad una
semplice riflessione sulla Fiera. L’affievolirsi, comunque, della spinta
industriale nel corso degli anni, ha
sicuramente trasformato il senso, il rigore, l’impianto organizzativo
dell’EMAIA, cosicché, perdendo ogni relazione con il sistema produttivo, questo
grande evento promozionale del territorio
si è trasformato in una fiera
delle vanità, campionaria di tutto e di niente, passerella di attori e comparse
della politica locale in cerca di un’effimera quanto gratuita pubblicità.
L’EMAIA, così, non più vetrina dei
prodotti locali, rimase un’opportunità per tanti commercianti, piccoli e
grandi, provenienti da ogni dove, per vendere le proprie merci. Mi ricordo, un
giorno di tanti anni fa, a conclusione di un’edizione novembrina, il direttore
di una banca locale mi disse: “ E così oggi sono andati via cinque miliardi di
lire!”. Come per dire, il territorio con questo tipo di fiera non guadagna
nulla, anzi si indeboliscono le attività commerciali locali e va in fumo il
risparmio. La fiera ha finito, ma già da tempo, di interpretare le aspettative
dei produttori locali. Forse la fiera in
sé, come istituto di promozione ha fatto il suo tempo. E se non fosse per le
forti ricadute in termini di investimenti pubblici, altre realtà più famose, ed
è discussione di questi giorni, come la Fiera di Milano, andrebbero fortemente
ripensate, anzi, reinventate, adattandone i contenuti e gli scopi ai nuovi
scenari economici e politici internazionali. Occorre, allora, un progetto e questo si costruisce muovendo
dai bisogni del territorio e con le risorse di cui esso dispone, tenendo conto
che il contesto di riferimento oggi è la società della conoscenza, naturale
prosecuzione della società industriale, che a sua volta è stata la naturale
prosecuzione della società agraria. La società della conoscenza si basa
sostanzialmente sui prodotti culturali, sulla “fabbricazione di eventi”, per
cui qualunque prodotto, si tratti pure del ciliegino, non si commercializza se
non è legato appunto alla cultura, ad un evento. Oggi i bisogni urgenti della
Città di Vittoria sono contenuti nella necessità di:
§ dare sbocco occupazionale alle migliaia di
ragazzi e ragazze che hanno scommesso sullo studio per garantirsi un futuro
migliore;
§ favorire la riconversione colturale
coniugando i saperi appresi nella coltivazione protetta con le nuove
tecnologie, per sviluppare nuovi prodotti per nuovi mercati in una prospettiva
di sviluppo sostenibile;
§ sfruttare i beni culturali ed ambientali,
la tradizione e la cultura locale per apprestare nuovi prodotti per il mercato
turistico, stante che nei prossimi dieci anni si prevede l’arrivo in Europa di oltre
cento milioni di nuovi turisti dai Paesi in via di sviluppo.
Entro queste direttrici la Fiera, adeguatamente
ripensata, potrebbe promuovere le giuste sinergie tra gli attori dello sviluppo locale interessati ad
elaborare una nuova strategia di crescita economica. La Fiera, dunque, potrebbe diventare
incubatore di impresa, laboratorio di ricerca, organismo di formazione, servizi
logistici e consulenziali, esposizione permanente. Si potrebbe cominciare con il convocare gli
Stati Generali della Fiera, ed anche cambiarne, perché no, la denominazione.
Quando, nel 1976, iniziai la trattativa
con il Genio Militare della Regione Sicilia per l’acquisizione dell’area “ex
campo di prigionia”, attuale sede dell’EMAIA, il comandante mi chiese: “ Come
mai avete tanto interesse per quest’area? Gli risposi:”In quell’area c’è un
pezzo di futuro della nostra Città”. Ed è ancora vero.
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