Certo che ne sono successe di cose nell’anno che ci ha appena
lasciati! Probabilmente, presi dall’angoscia della fine del mondo pronosticata
dai Maya, non ci siamo accorti del tutto che tante cose , dopo il 2012, non
sono più come prima. La politica, che negli ultimi anni non ha certamente dato
il meglio di sé, ha finito per perdere quel ruolo di centralità nella vita
sociale così come si era venuta a determinare all’indomani delle due
rivoluzioni moderne, la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese, due
eventi che sconvolsero il mondo per l’avvento sul proscenio della Storia delle
masse, divenute viepiù protagoniste del loro destino. Il potere, così, di conseguenza, migrò
dall’assolutismo delle caste nobiliari alle folle, masse, cioè, organizzate con
fini diversi, ora economiche, ora religiose, ora culturali che la politica, nel tempo, ha tentato
di armonizzare nella prospettiva di realizzare il bene comune. Il termine
rivoluzione, agli inizi dell’ottocento, irruppe, dunque, con veemenza in gran
parte dell’Europa avocando a sé la voglia incontenibile di cambiamento, e non
tanto di libertà, che questa, piuttosto, non è l’aspirazione delle grandi masse.
Acuto osservatore di questa peculiarità
delle masse fu Gustave Le Bone, il quale osservando l’irrompere delle folle
nella vita pubblica osservava come gli individui, allorchè confusi in una moltitudine,
proiettassero fuori di sé una porzione della propria anima che, in unione con
quella degli altri individui ivi convenuti, formava ciò che lui stesso definiva
l”anima delle folle”. Purtroppo, a differenza dell’anima individuale, modellata
sull’esperienza personale, risultato di una costruzione affettiva e relazionale
con l’ambito familiare e sociale di provenienza, l’anima della folle era la
risultanza, per Le Bone, degli istinti più primitivi che ciascuno individuo
conserva, perché ascritti, come sostenne più tardi Jung, negli archetipi
primordiali che caratterizzano le specie viventi. Di queste osservazioni si
occupò pure Sigmund Freud riconoscendo a Le Bone il merito di avere scoperto
come negli individui, allorché parte di
moltitudini anche occasionali, si determina una regressione dell’attività
psichica. Altri studiosi ebbero modo di occuparsi del fenomeno, talché lo
stesso J.A.Schumpeter ebbe ad evidenziare come nei parlamenti, ma anche in
forme associative più ristrette, è possibile rilevare una diminuzione del
livello intellettuale delle persone da ascrivere ad “influenze extralogiche”
sicchè “…i lettori dei giornali, gli ascoltatori dei programmi radiofonici, i
membri di un partito, anche se non fisicamente riuniti in gruppo, tendono a
divenire, dal punto di vista psicologico, una folla, a cadere in uno stato di
eccitazione in cui ogni tentativo di ragionamento logico ha il solo effetto di
stimolare impulsi bestiali”. Tesi, queste ultime, che a molti sono sembrate
azzardate, ma colte, anche se in una prospettiva di analisi scientifica, anche
da studiosi come Horkheimer e Adorno che hanno rilevato come anche “nella moderna
società tecnica, le tesi di Le Bone, trovano conferma, seppure in superficie”. D'altronde,
oggi basta portarsi in uno stadio per assistere ad una partita di calcio, per
vedere il nostro vicino di casa, il rigoroso ed impettito avvocato,
distinguersi fra i più esagitati per gridare: “ Arbitro cornuto!”, per farsi un’idea
dello stato regressivo della psiche cui incorrono persone che mai e poi mai
avremmo sospettato nei panni di pericolosi agitatori da stadio. Sarà, forse,
per questo motivo, che una giovane africana ha potuto assumere, in Italia, per
legge, i connotati di una nipote di un capo di stato straniero nel corso di una agitata seduta parlamentare. E sarà anche
per lo stesso motivo che tutte le sconcezze legislative, in Italia, vengono prodotte nel corso dell’approvazione
delle cosiddette leggi finanziarie che, di prassi, vengono portate al voto
prima di natale in un clima di straordinaria euforia e concitazione, causa, per
l’appunto, di quella regressione psichica di cui ci stiamo occupando. L’irrompere
delle masse sulla scena pubblica, dunque, per ritornare al nostro discorso
iniziale, avviene subito dopo le due grandi rivoluzioni in Europa e,
soprattutto in Italia, sotto lo stimolo di gruppi ed orientamenti diversi,
accomunati dal desiderio di determinare un cambiamento dello stato di cose
esistenti, così gruppi di rivoluzionari sotto
sigle diverse, dalla Carboneria fino agli Adelfi e i Filadelfi, si espansero lungo
tutto lo Stivale. Ma fu la Sicilia a dare il via ai moti insurrezionali che
successivamente dilagarono in Europa fino a raggiungere la Francia e la Germania,
quando il 12 gennaio del 1848 scoppiò un’insurrezione popolare che portò alla
proclamazione dell’indipendenza siciliana (lo Stato di Sicilia), durata poco
più di un anno. La parola rivoluzione, dunque, correva lungo percorsi
accidentati portando con sè un virus capace di contagiare popoli differenti,
ceti sociali diversi, accomunati dall’ansia di un cambiamento che ormai le
rivoluzioni, quella economica e quella politica, avevano innescato senza alcuna
possibilità di arretramento. In quell’anno 1848 successero tali e tanti di quegli
avvenimenti che ancora oggi, quando si vuole fare riferimento ad una situazione
di scompiglio e di confusione si suole ripetere: “ Qui succede un quarantotto!”.
Anche oggi, il termine rivoluzione muove lungo percorsi, a volte apparentemente
dissimili, ma nella sostanza convergenti nella direzione di un cambiamento.
Oggi, come allora, altre rivoluzioni, una economica (tecnologia dell’informazione),
l’altra politica (globalizzazione), costituiscono le premesse di un processo
ormai avviato, segnato dalla fine della centralità dei Partiti e dall’irrompere
delle folle (mediatiche, televisive) sulla scena pubblica. Ancora una volta i
moti partono dalla Sicilia, è il caso della Rivoluzione della Dignità di
Crocetta o della Rivoluzione Civile di Ingroia, ma non sono i soli perché anche
le forze della Restaurazione organizzano la loro controrivoluzione ed il
linguaggio si è fatto confuso, così come confuse sono le forze in campo: il
ceto medio si è proletarizzato, i capitalisti rinnegano il libero mercato, i
grandi finanzieri rivendicano il potere che prima fu dei nobili e poi della
borghesia. Per raggiungere il proprio obiettivo, ogni protagonista cerca di
rivolgersi direttamente alle masse, che perlopiù sono costituite da folle
televisive, occupando ogni spazio reso disponibile dai nuovi mezzi di
comunicazione (anche facebook, twitter), usando un linguaggio omologato che
punta direttamente a fare presa in quella parte irrazionale della psiche umana
che, davanti la televisione, vive quel processo di retrocessione ad una
condizione di primitività. E’ allora possibile che nel volgere di qualche
giorno si possa dire tutto ed il contrario di tutto, perfino che il Presidente
del Consiglio possa affermare che l’IMU non può essere messa in discussione e,
contemporaneamente, alla televisione accanto, ribadire che forse qualcosa va
cambiata, e, in tutto questo è difficile scorgere un barlume di logica. Oggi,
come allora, di fronte a tanta confusione, è possibile che succeda di nuovo un
quarantotto. Marx, ribaltando la
premessa del “Manifesto”, direbbe: “Degli spettri oggi si aggirano per l’Europa…si
chiamano Monti, Berlusconi, Merkel, Lagarde, Putin…! ”, e lancerebbe un nuovo
monito: “Consumatori di tutto il mondo, unitevi!”
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venerdì 25 gennaio 2013
Elezioni politiche 2013… qui si fa un quarantotto!
Certo che ne sono successe di cose nell’anno che ci ha appena
lasciati! Probabilmente, presi dall’angoscia della fine del mondo pronosticata
dai Maya, non ci siamo accorti del tutto che tante cose , dopo il 2012, non
sono più come prima. La politica, che negli ultimi anni non ha certamente dato
il meglio di sé, ha finito per perdere quel ruolo di centralità nella vita
sociale così come si era venuta a determinare all’indomani delle due
rivoluzioni moderne, la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese, due
eventi che sconvolsero il mondo per l’avvento sul proscenio della Storia delle
masse, divenute viepiù protagoniste del loro destino. Il potere, così, di conseguenza, migrò
dall’assolutismo delle caste nobiliari alle folle, masse, cioè, organizzate con
fini diversi, ora economiche, ora religiose, ora culturali che la politica, nel tempo, ha tentato
di armonizzare nella prospettiva di realizzare il bene comune. Il termine
rivoluzione, agli inizi dell’ottocento, irruppe, dunque, con veemenza in gran
parte dell’Europa avocando a sé la voglia incontenibile di cambiamento, e non
tanto di libertà, che questa, piuttosto, non è l’aspirazione delle grandi masse.
Acuto osservatore di questa peculiarità
delle masse fu Gustave Le Bone, il quale osservando l’irrompere delle folle
nella vita pubblica osservava come gli individui, allorchè confusi in una moltitudine,
proiettassero fuori di sé una porzione della propria anima che, in unione con
quella degli altri individui ivi convenuti, formava ciò che lui stesso definiva
l”anima delle folle”. Purtroppo, a differenza dell’anima individuale, modellata
sull’esperienza personale, risultato di una costruzione affettiva e relazionale
con l’ambito familiare e sociale di provenienza, l’anima della folle era la
risultanza, per Le Bone, degli istinti più primitivi che ciascuno individuo
conserva, perché ascritti, come sostenne più tardi Jung, negli archetipi
primordiali che caratterizzano le specie viventi. Di queste osservazioni si
occupò pure Sigmund Freud riconoscendo a Le Bone il merito di avere scoperto
come negli individui, allorché parte di
moltitudini anche occasionali, si determina una regressione dell’attività
psichica. Altri studiosi ebbero modo di occuparsi del fenomeno, talché lo
stesso J.A.Schumpeter ebbe ad evidenziare come nei parlamenti, ma anche in
forme associative più ristrette, è possibile rilevare una diminuzione del
livello intellettuale delle persone da ascrivere ad “influenze extralogiche”
sicchè “…i lettori dei giornali, gli ascoltatori dei programmi radiofonici, i
membri di un partito, anche se non fisicamente riuniti in gruppo, tendono a
divenire, dal punto di vista psicologico, una folla, a cadere in uno stato di
eccitazione in cui ogni tentativo di ragionamento logico ha il solo effetto di
stimolare impulsi bestiali”. Tesi, queste ultime, che a molti sono sembrate
azzardate, ma colte, anche se in una prospettiva di analisi scientifica, anche
da studiosi come Horkheimer e Adorno che hanno rilevato come anche “nella moderna
società tecnica, le tesi di Le Bone, trovano conferma, seppure in superficie”. D'altronde,
oggi basta portarsi in uno stadio per assistere ad una partita di calcio, per
vedere il nostro vicino di casa, il rigoroso ed impettito avvocato,
distinguersi fra i più esagitati per gridare: “ Arbitro cornuto!”, per farsi un’idea
dello stato regressivo della psiche cui incorrono persone che mai e poi mai
avremmo sospettato nei panni di pericolosi agitatori da stadio. Sarà, forse,
per questo motivo, che una giovane africana ha potuto assumere, in Italia, per
legge, i connotati di una nipote di un capo di stato straniero nel corso di una agitata seduta parlamentare. E sarà anche
per lo stesso motivo che tutte le sconcezze legislative, in Italia, vengono prodotte nel corso dell’approvazione
delle cosiddette leggi finanziarie che, di prassi, vengono portate al voto
prima di natale in un clima di straordinaria euforia e concitazione, causa, per
l’appunto, di quella regressione psichica di cui ci stiamo occupando. L’irrompere
delle masse sulla scena pubblica, dunque, per ritornare al nostro discorso
iniziale, avviene subito dopo le due grandi rivoluzioni in Europa e,
soprattutto in Italia, sotto lo stimolo di gruppi ed orientamenti diversi,
accomunati dal desiderio di determinare un cambiamento dello stato di cose
esistenti, così gruppi di rivoluzionari sotto
sigle diverse, dalla Carboneria fino agli Adelfi e i Filadelfi, si espansero lungo
tutto lo Stivale. Ma fu la Sicilia a dare il via ai moti insurrezionali che
successivamente dilagarono in Europa fino a raggiungere la Francia e la Germania,
quando il 12 gennaio del 1848 scoppiò un’insurrezione popolare che portò alla
proclamazione dell’indipendenza siciliana (lo Stato di Sicilia), durata poco
più di un anno. La parola rivoluzione, dunque, correva lungo percorsi
accidentati portando con sè un virus capace di contagiare popoli differenti,
ceti sociali diversi, accomunati dall’ansia di un cambiamento che ormai le
rivoluzioni, quella economica e quella politica, avevano innescato senza alcuna
possibilità di arretramento. In quell’anno 1848 successero tali e tanti di quegli
avvenimenti che ancora oggi, quando si vuole fare riferimento ad una situazione
di scompiglio e di confusione si suole ripetere: “ Qui succede un quarantotto!”.
Anche oggi, il termine rivoluzione muove lungo percorsi, a volte apparentemente
dissimili, ma nella sostanza convergenti nella direzione di un cambiamento.
Oggi, come allora, altre rivoluzioni, una economica (tecnologia dell’informazione),
l’altra politica (globalizzazione), costituiscono le premesse di un processo
ormai avviato, segnato dalla fine della centralità dei Partiti e dall’irrompere
delle folle (mediatiche, televisive) sulla scena pubblica. Ancora una volta i
moti partono dalla Sicilia, è il caso della Rivoluzione della Dignità di
Crocetta o della Rivoluzione Civile di Ingroia, ma non sono i soli perché anche
le forze della Restaurazione organizzano la loro controrivoluzione ed il
linguaggio si è fatto confuso, così come confuse sono le forze in campo: il
ceto medio si è proletarizzato, i capitalisti rinnegano il libero mercato, i
grandi finanzieri rivendicano il potere che prima fu dei nobili e poi della
borghesia. Per raggiungere il proprio obiettivo, ogni protagonista cerca di
rivolgersi direttamente alle masse, che perlopiù sono costituite da folle
televisive, occupando ogni spazio reso disponibile dai nuovi mezzi di
comunicazione (anche facebook, twitter), usando un linguaggio omologato che
punta direttamente a fare presa in quella parte irrazionale della psiche umana
che, davanti la televisione, vive quel processo di retrocessione ad una
condizione di primitività. E’ allora possibile che nel volgere di qualche
giorno si possa dire tutto ed il contrario di tutto, perfino che il Presidente
del Consiglio possa affermare che l’IMU non può essere messa in discussione e,
contemporaneamente, alla televisione accanto, ribadire che forse qualcosa va
cambiata, e, in tutto questo è difficile scorgere un barlume di logica. Oggi,
come allora, di fronte a tanta confusione, è possibile che succeda di nuovo un
quarantotto. Marx, ribaltando la
premessa del “Manifesto”, direbbe: “Degli spettri oggi si aggirano per l’Europa…si
chiamano Monti, Berlusconi, Merkel, Lagarde, Putin…! ”, e lancerebbe un nuovo
monito: “Consumatori di tutto il mondo, unitevi!”venerdì 14 dicembre 2012
Accattoni d'Italia!
Ma che Paese è l’Italia
raccontata sui giornali e sui media di
tutto il mondo! Me lo chiedo da più giorni perché le cronache non finiscono mai
di stupire. Oggi ho appreso del lager siciliano dove la mafia usava cremare i
cadaveri dei propri nemici, nello stesso
forno dove cuocevano il pane che vendevano ad ignari clienti. Ma che persone
sono queste? Peggio delle bestie feroci, incapaci di sentimenti, vivono in un
completo stato di animalità o, forse, peggio, perché gli animali esprimono pure
sentimenti di affezione e di solidarietà. Ma come possiamo ancora tollerare
tutto ciò nella più assoluta indifferenza, notizie che ci scivolano addosso
come pioggia a lavare i nostri sensi di colpa!
Berlusconi ritorna e l’Europa
vive un sussulto. Ancora lui, le sue storie, i suoi affari, i suoi intrighi, i
suoi amorazzi, mentre il Paese precipita nella povertà, nell’arretratezza
culturale e civile, nella corruzione e nella dissolutezza dei comportamenti della
sua classe dirigente. Al Sud come al Nord, la corruzione dilaga e non c’è freno
che possa arginare il fenomeno, interi parlamenti regionali sotto la lente dei
magistrati per reati miserabili, per accattonaggio, perché non può definirsi
diversamente la pratica di giocare ai video-games, di comprare il cappuccino
con i soldi dello Stato! E’ il risultato di quella promessa rivoluzione
liberale annunciata in parlamento con tanto di spargimento di spumante e
mortadella: liberi di fare, liberi di
rubare!
La trasmissione Report affonda il bisturi nella piaga
della formazione professionale siciliana, ne emerge un sistema di intrallazzi,
di compiacenze, una parentopoli che ingloba un indegno sistema di relazioni che
costa ai siciliani 500 milioni di euro l’anno senza produrre nulla. E il
deputato, compiaciuto,esclama: “Siamo presenti nel settore
perché facciamo politica. Creiamo una rete di attività che permette di creare
una rete di consenso. È normale”. Vergogna! Certo, forse è normale in un
Paese sottosviluppato, non in una Regione dove il Presidente ha promesso la
rivoluzione della dignità. Ma la rivoluzione è il presupposto di un mutamento radicale
che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo
modello, ivi comprese le classi dirigenti, altrimenti è solo miseria culturale
e morte civile.
mercoledì 31 ottobre 2012
Le sfide di Crocetta tra ipotesi di sviluppo e timori di immobilismo
Le elezioni regionali del 28 ottobre scorso
consegnano ai siciliani un risultato di grande sconvolgimento del panorama
sociale e politico dell’isola. L’elezione di Rosario Crocetta costituisce senza
alcun dubbio una rottura significativa con una prassi consolidata che ha visto
susseguirsi alla Presidenza della Regione, tranne qualche eccezione, personaggi del blocco di potere dominante,
cioè il blocco affaristico-mafioso-clientelare. L’irrompere sulla scena
politica siciliana di quello che, a ragione, è stato definito il ciclone
Grillo, costituisce, altresì, un altro elemento di rottura rispetto all’atteggiamento,
spesso corresponsabile, che larga parte del popolo siciliano ha conservato nei
confronti della propria classe dirigente. Parlare di una presa di coscienza
popolare del declino di una Regione, che della propria autonomia ha fatto una
fiera prerogativa, e dell’esigenza di avviare una nuova fase di riscatto e di
libertà, è ancora troppo presto, ma non c’è alcun dubbio che queste elezioni
hanno creato uno spartiacque tra il prima e il dopo di questa stagione
elettorale. La presenza di Grillo, sottovalutata fino alla vigilia da tutte le
forze politiche in campo, ha sparigliato le carte della politica siciliana e
reso definitivamente impraticabile quel nuovo
connubio che fino a pochi mesi prima aveva caratterizzato il nuovo blocco di
potere tra MPA-PD-UDC, anche se durante
la campagna elettorale molti dei protagonisti si sono affannati a riproporlo
come possibile rimedio rispetto alla palesata impossibilità, rilevata
attraverso i sondaggi, di dare vita ad una maggioranza organica di governo,
giusto sull’esempio delle larghe intese che sostengono il governo Monti.
Malgrado, però, queste novità e questi stravolgimenti, le elezioni non hanno
sciolto tutti i nodi lasciati in eredità dal precedente governo Lombardo, per l’impossibilità
di costituire un governo al quale affiancare una organica maggioranza
parlamentare. Anzi, ad un’attenta lettura dei risultati, la composizione dei
seggi in larga parte rappresenta proprio il vecchio blocco di potere, anche se
in qualche caso rinnovato negli uomini ma non certo nella volontà di favorire
il rinnovamento delle istituzioni. Crocetta, dunque, dovrà muoversi
necessariamente al di fuori degli schemi classici e formare un governo capace
di raccogliere consenso innanzitutto fuori dall’istituzione, nell’opinione
pubblica, per condizionare l’assemblea regionale e puntare su una forma di
trasversalità capace di privilegiare cambiamento e innovazione a discapito
della fame di potere dei partiti e dei loro interessi clientelari e mal
affaristici. Un governo, perciò, di competenti, di persone oneste e senza “storie”
di cui vergognarsi, non necessariamente di appartenenza, privi di vincoli verso
consorterie e massonerie di vario genere. Lo vuole il popolo siciliano, ma è
anche una necessità dovuta alla contingenza di una Regione che si trova sull’orlo
di un baratro economico, una Regione alla quale non solo manca l’autorevolezza
di una classe dirigente all’altezza della situazione, ma che si trova anche
priva di un progetto di futuro. La recente campagna elettorale è stata
caratterizzata da troppi slogans e da pochi proponimenti, dall’assenza di idee
credibili e spendibili, dalla mancanza di autorevolezza senza la quale
qualunque progetto resta solo un buon proposito senza quella spinta
motivazionale capace di conquistare il cuore di un popolo sofferente. Con lo
zainetto sulle spalle, dalle nostre parti si può andare solo a raccogliere “babbaluci”,
non basta l’audacia di un rottamatore, l’arroganza giovanilistica e
inconcludente a mobilitare le masse. A chi rimprovera i cittadini di non essere
stati lungimiranti per avere disertato le urne facendo, così, perdere l’opportunità
di eleggere un deputato locale, occorre rinfacciare come il familismo amorale, fenomeno
di cui si sono occupati autorevoli studiosi come Alberto Alesina e Andrea
Ichino, trova indulgenza soltanto in quelle plaghe sottosviluppate economicamente
e culturalmente, non certo nell’area iblea, dove, fortunatamente, alligna la
fierezza di quelle genti che hanno saputo determinare il proprio destino grazie
alle proprie capacità, all’intelligenza e all’ansia di libertà che le ha
animate. Sono le scelte da intraprendere
che caratterizzerà il nuovo governo della Regione Sicilia, ed i tagli non
possono che essere un corollario necessario e irrinunciabile dell’azione di
Governo, perché solo dai tagli possono arrivare le risorse per pagare il debito
e rilanciare lo sviluppo. Non è più, dunque, rinviabile il nodo della Formazione Professionale, per la quale la
Regione spende oltre 500 milioni di euro l’anno per mantenere un apparato
clientelare di nessuna utilità per i disoccupati; il nodo della forestazione,
altro carrozzone clientelare svicolato da qualunque ipotesi di sviluppo
produttivo del territorio; il pesante carrozzone burocratico della Regione dove
maggiormente si alligna l’intreccio clientelare-affaristico-mafioso; la sanità
sulla quale pesano interessi trasversali di casta che alimentano la spesa senza
contropartite in termini di efficienza ed efficacia dei servizi resi ai cittadini; i
fondi europei, bloccati da interessi clientelari e mafiosi, utilizzati finora in
minima parte e solo per favorire un dilagante malcostume dal quale nessuna
istituzione, anche la scuola, risulta ormai estranea. Da questi comparti, oltre
che da un rinnovato rapporto tra Stato e Regione, possono venire le risorse da
destinare ai territori e ai ceti produttivi per rilanciare l’economia. Ma qui è
necessario allontanare i centri di spesa dalla Regione. Occorre una riforma
dell’istituzione regionale che la privi
da qualunque attività di gestione, se non per quelle altamente qualificate
(quali grandi infrastrutture, gestione
delle calamità naturali ecc.), per dare più risorse, più mezzi, più autonomia ai
territori, riservando ad essa compiti legislativi e di controllo. La
ridefinizione delle provincie può essere l’occasione per fare scelte coraggiose
e innovative in direzione del decentramento, basterebbero tre o quattro macro
aree su cui disegnare il nuovo assetto amministrativo cui far corrispondere
altrettanti progetti di sviluppo in sintonia con le vocazioni territoriali, senza
attardarsi su inutili quanto stereotipate posizioni di retroguardia a difesa
dell’assetto istituzionali esistente. Dieci proposte di legge per cambiare la
Sicilia che il nuovo governo dovrebbe sottoporre all’Assemblea Regionale entro i
primi cento giorni, oppure il ritorno alle elezioni. Su un’ipotesi del genere
si scommette il futuro della Sicilia per evitare la più gattopardesca delle soluzioni: l'inciucio. Crocetta, rivoluzionario bon grè mal grè . lunedì 3 settembre 2012
Una rivoluzione? Si, indigniamoci!
Ho partecipato, l’altra
sera, alla riunione della direzione provinciale del Partito Democratico,
convocata per discutere delle prossime elezioni regionali. In un Partito che
decide di iniziare una Rivoluzione, seppure della dignità, la riunione avrebbe
dovuto registrare una grande partecipazione e un notevole entusiasmo, ma né l’una
né l’altro. Visi scuri, poca voglia di parlare, né la relazione del Segretario
è stata invogliante e carica di spunti, piuttosto burocratica e scontata, come
di chi deve solo comunicare un evento di cui poco o niente si sente responsabile.
In pratica abbiamo ricevuto la comunicazione che la direzione regionale aveva
ratificato la candidatura di Rosario Crocetta a presidente della Regione Sicilia,
che, come si sa, era stato già candidato dall’UDC dopo che lo stesso si era
autocandidato. Inoltre, siamo stati informati che lo stesso Rosario Crocetta
aveva in corso una trattativa con il dimissionario sindaco di Ragusa Nello Dipasquale,
ex dirigente di Forza Italia e storico avversario del PD ragusano. Infine, una
sollecitazione ai circoli a definire le proposte di candidature per l’Assemblea
Regionale, che sarebbero state vagliate in una successiva riunione. Prendono la
parola, tra gli altri, il segretario del circolo di Vittoria, fra i più entusiasti,
per annunciare che il candidato designato dal proprio circolo era il fratello
del Sindaco Fabio Nicosia e, anche, per esprimere il proprio compiacimento per
il fatto di essere stato fra i primi a credere nella candidatura di Rosario
Crocetta. Lo segue un altro del circolo di Modica, il quale annuncia che il
circolo rivendica la candidatura di un modicano, sottolineando che lo stesso
deve essere rigorosamente di sesso maschile (qualche risata, proteste delle donne
presenti). Intervengono Gianni Battaglia e Peppe Calabrese, il primo per
sostenere la propria candidatura, l’unica che può verosimilmente contrapporsi con
successo a quella di Dipasquale (sic!), il secondo per sfogare la propria
rabbia per l’approdo del sindaco nella lista di Crocetta che rende vana la
strenua lotta condotta dallo stesso nei confronti di Nello, il sindaco
folgorato improvvisamente sulla via di Damasco. A questo punto mi assale
improvvisa la voglia di andarmene, ho come la sensazione che non mi interessa
nulla di questa riunione, mi alzo e vado via lasciando dietro di me solo
rumori; la Sicilia, i siciliani, la gente con i suoi problemi e le sue speranze,
i giovani e la loro rabbia mi appaiono su un orizzonte che è oltre quella
stanza. Cerco di definire il mio stato d’animo. Ecco, sono indignato!
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