Il mondo sta cambiando
velocemente. Tutto quello che era, (valori, ideali, appartenenze), oggi è liquido,
come sostiene il sociologo Zygmut Bauman, ed i giovani nella società liquida in
cui vivono non trovano più le certezze e i validi riferimenti che nelle passate
società traghettavano le generazioni da un sistema ad un altro. Nel mondo in
trasformazione le istituzioni che riescono ad organizzarsi meglio e ad adattarsi
ai nuovi sistemi si sviluppano e prosperano nelle nuove condizioni. Questo
processo si chiama resilienza, ma Charles Darwin ne aveva intuito il senso già
nella sua Teoria dell’Evoluzione. Per molto tempo si è creduto che la capacità
di sopravvivenza fosse prerogativa dei più forti, ma si è visto che i più
deboli riescono ancora meglio attraverso la collaborazione, molti insetti infatti
sopravvivono sulla terra da milioni di anni, come le formiche e le api che
costituiscono un esempio di vita organizzata intelligente, al contrario dei
dinosauri che si sono estinti. Gli umani sono sopravvissuti per la loro
tendenza a creare comunità e a dotarsi di organizzazioni per il soddisfacimento
dei loro bisogni, mentre la cooperazione è stata fondamentale per lo sviluppo
delle facoltà intellettive e per il benessere sociale. I conflitti hanno segnato
sempre occasioni di regresso e di stagnazione a causa dei sentimenti di
angoscia e di paura che si sono generate nelle popolazioni, oltre alla perdita
ingente di risorse umane e materiali. La pace, invece, ha segnato da sempre
periodi di ricchezza e di progresso spirituale e materiale. Tutto ciò ormai è
iscritto nel patrimonio genetico dell’umanità ed è a tutti evidente che le
nuove generazioni, cresciute nella pace e nel progresso, rifuggono dalla
guerra. Il mondo della post modernità che noi stiamo vivendo, con grande
sofferenza perché ci è ancora difficile coglierne le dinamiche, è un mondo che
avrà successo soltanto se le comunità sapranno generare empatia, cioè lo
sviluppo di nuove attitudini capaci di farci sentire in armonia con gli altri,
cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d'animo, e, quindi, in piena sintonia con ciò che ciascuno
vive e sente. La civiltà dell’empatia è
la prospettiva tracciata dall’economista americano Jeremy Rifkin per la
costruzione della coscienza globale nel mondo in crisi. In questa nuova
dimensione del mondo nel quale il pensiero è sempre più pensiero globale,
capace, cioè, di superare le barriere regionali e nazionali, l’agire umano si
manifesta come la capacità locale di rispondere ai nuovi problemi del mondo,
per cui la nuova dimensione umana dovrà articolarsi sempre più nel senso del
pensare globale e dell’agire locale. La conseguenza di questa nuova
prospettiva, che a ragione presuppone un nuovo umanesimo capace di influenzare
la vita dell’uomo nelle sue articolazioni sociali, produttive, intellettuali,
presuppone uno stravolgimento delle istituzioni a tutti i livelli, ed una nuova
necessità di competere empaticamente. In questa nuova dimensione umana, le
comunità non si scontrano, ma si cercano per risolvere vicendevolmente i propri
problemi ed insieme prosperano, la competizione allora favorisce chi riesce a
collaborare meglio e non chi prevarica e uccide di più. Occorre dare vita,
allora, ad un nuovo tipo di istituzione
locale, il Nuovo Comune Democratico, un’istituzione che dovrà adeguarsi a
questa nuova prospettiva globale per
rispondere ai nuovi bisogni con strumenti capaci di promuoverne la presenza nel
mondo. Il Nuovo Comune Democratico assume su di sé il compito di sostenere i
propri cittadini, nelle varie articolazioni produttive, intellettive, sociali,
entro la nuova dimensione globale per competere empaticamente. Per il
raggiungimento di questo obiettivo la nuova istituzione dovrà necessariamente
ristrutturarsi secondo logiche organizzative adeguate alle nuove esigenze.
Attardarsi nella riorganizzazione degli uffici e dei servizi estende
ulteriormente il gap che divide le aree
più depresse dalle aree più sviluppate. Nell’era della conoscenza, una nuova leva di lavoratori, i nuovi operai del
sapere, dovranno subentrare agli impiegati amministrativi nell’ambito di servizi capaci di rispondere ai nuovi bisogni
dei cittadini. Molti uffici, ormai residui del vecchio Stato ottocentesco,
preposti più al controllo sociale che non alla promozione delle libere attività
umane, vanno soppressi o accorpati, per dare spazio ad uffici in grado di
promuovere più capacità organizzativa, nuove forme associative, idee di
sviluppo, cooperazione con altri territori, impulso alla conoscenza, inclusione
sociale, collaborazione intergenerazionale, nuova logistica, ricerca
scientifica e tecnologica, nuove attività produttive, formazione culturale e
professionale. L’Ente Locale diventa così il centro propulsore di tutte le
attività umane del territorio ove il governo si identifica con la
partecipazione attiva dei cittadini. Il Nuovo Comune Democratico fornisce
l’impulso per una nuova riconversione produttiva. Terra, mare, cultura
costituiscono le direttrici verso le quali muove un nuovo modo di fare
economia. Nelle campagne occorre portare più conoscenza, più tecnologia, più
cooperazione, nel pieno rispetto della tradizione e della salvaguardia ambientale . L’individualismo è stato considerato il peggior difetto dei nostri contadini, ma non è vero. L’unità produttiva familiare nel nostro comprensorio è stata capace di coniugare solidarietà
e spirito di sacrificio, dedizione al lavoro e voglia di crescere,
conservazione dei propri valori identificativi. Oggi questa realtà familiare va
tutelata e salvaguardata, ma va dotata di strumenti che l’aiutino ad essere
competitiva entro un contesto molto più vasto come quello globale, ciò
significa che va accorciata la filiera produttiva per ricondurre tutte le
attività entro i confini territoriali:
ricerca, produzione, trasformazione, marketing, logistica, nuove rotte
commerciali. Il prodotto deve potersi identificare con il territorio ed il
territorio garantire qualità, salubrità, benessere alimentare, giusto valore
per chi vende e per chi acquista. La nuova occupazione nasce e si sviluppa
entro questa visione della realtà che ci circonda. Il Nuovo Comune Democratico è
il centro propulsore per la nuova riconversione produttiva che segue quella
serricola, offrendo nuovi servizi,
coordinando tutti gli attori della filiera, contrattando con la Regione nuovi
livelli di intervento nell’ambito della programmazione regionale e comunitaria,
rappresentando il territorio ed interloquendo con soggetti istituzionali di
altri territori interni ed esterni all’Europa. L’agricoltura rimane l’asse
portante dell’economia, ma interagisce con attività industriali per la
trasformazione dei prodotti, promuove il commercio, sostiene la ricerca e la formazione
nell’ambito della programmazione promossa dal Nuovo Comune Democratico. Le
attività industriali, nell’ottica di uno sviluppo multicentrico, debbono trarre
dall’agricoltura la materia prima per le necessarie trasformazioni, la
produzione di licopene dal pomodoro e di altre sostanze vegetali, ad esempio, possono segnare l’inizio
di un nuovo processo di sviluppo, stabilendo inediti rapporti tra agricoltura
ed industria di trasformazione. Per
raggiungere questi obiettivi non è sufficiente aspirare agli aiuti comunitari,
occorre reperire nuove risorse finanziarie nel mercato dei capitali, ma per
riuscirci è necessario che il territorio diventi attrattivo. Un territorio
attrattivo è un’area a criminalità zero, è un’area dove i servizi
funzionano, dove la pubblica
amministrazione è trasparente, dove i
cittadini sviluppano e difendono un alto grado di civiltà. Se i cittadini
pretendono il lavoro, allora devono curare il decoro delle loro città, devono
combattere il crimine denunciando ed isolando i criminali, devono mandare i
figli a scuola, non devono mai smettere di acculturarsi e di migliorare la
propria professionalità, devono partecipare alla vita politica della propria
comunità, devono contribuire con le proprie azioni al benessere collettivo. E' questa la nuova sfida. Il
Nuovo Comune Democratico favorisce la crescita civile dei propri rappresentati
pretendendo dai più abbienti il giusto tributo ed aiutando i più deboli a
recuperare i propri ritardi materiali e culturali, nello stesso tempo esercita
con rigore l’applicazione delle norme. Un territorio attrattivo, anche per un
ipotesi di sviluppo turistico, necessita di servizi che funzionano, dall’igiene
e pulizia urbana ai trasporti, dall’accoglienza agli eventi culturali, dagli
spazi ricreativi alla valorizzazione delle risorse naturali ed ambientali. Nel
Nuovo Comune Democratico i processi risultano invertiti: il Comune non è il
luogo dove una classe dirigente esercita il proprio governo sui cittadini,
bensì il luogo dove i cittadini utilizzano gli strumenti della partecipazione
per raggiungere i propri obiettivi di crescita materiale e culturale servendosi
di una classe dirigente esperta, dotata di competenze culturali e professionali,
capace di agire in maniera efficace ed efficiente. Non solo, nel Nuovo Comune
Democratico la partecipazione ed il confronto non sono considerati una perdita
di tempo. Tutto questo è resilienza, lo sanno bene i vittoriesi che nei secoli hanno fatto dell'innovazione una loro peculiare prerogativa.
sabato 28 maggio 2016
lunedì 19 ottobre 2015
Attualità del pensiero del Prof. Giuseppe Susani in materia di pianificazione urbanistica
Il recente
dibattito sul Piano Regolatore Generale della Città di Vittoria, con le sue
appendici giudiziarie, pone all’osservatore una serie di domande che, stante il
clima preelettorale in cui si trova la città, possono diventare una buona
occasione per coloro che si accingono a candidarsi alla guida del Comune per
esprimersi su una materia fondamentale per il futuro governo locale. Il Prof.
Giuseppe Susani, padre del vigente PRG, ebbe modo di spiegare che il Piano
Regolatore, essendo composto da un’insieme
di norme e prescrizioni che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini e
delle imprese, sui loro diritti e anche sui loro doveri, nella fase della sua
elaborazione ed in quella successiva della sua approvazione, dovrebbe essere
supportato non solo dal contributo di tutti i gruppi politici, ma anche dalla
maggioranza dei cittadini e delle loro espressioni associative, sindacali,
culturali e ricreative. Secondo Susani, più ampia è la partecipazione, la
comprensione e la condivisione delle scelte operate dai progettisti, più facile
diventa l’attuazione, la vigilanza e il rispetto delle norme da essi posti a
fondamento del Piano. Un altro elemento ricorrente nella prassi introdotta da
Susani riguarda il modo in cui gli amministratori rispondono alla domanda
inevitabile che il progettista pone al committente: a quali interessi si deve
ispirare il Piano Regolatore? Attorno a questa domanda si gioca la partita del
Piano Regolatore Generale. Il Piano, infatti, può essere, e generalmente lo è,
custode di interessi particolari, espressione della rendita fondiaria, di
disinvolte attività imprenditoriali, di speculazioni politiche ed
amministrative, oppure, e molto di rado, espressione di interessi collettivi e
diffusi che possono riguardare il soddisfacimento del bisogno di servizi, di
scuole, di attrezzature sportive, di tutela dell’ambiente, di qualità della
vita oltre che di alloggi. A queste ultime istanze risponde il Piano vigente,
frutto di una grande partecipazione popolare (conservo ancora gelosamente i disegni
degli scolari dell’indimenticata maestra Cucuzzella che auspicavano il ritorno
delle rondini, gli spazi verdi per giocare). Ma il Piano, sempre secondo Susani, è custode della storia e delle tradizioni
popolari, interpreta i bisogni e progetta i cambiamenti e gli adattamenti delle
strutture urbane nel rispetto delle vocazioni ambientali, senza alterare
artificialmente gli assetti naturali e paesaggistici. All’epoca, i precedenti
progettisti Ugo e Verace, invero, avevano interpretato il Piano nell’ottica di
un dinamismo economico, suggerito dall’improvviso imperversare delle colture
sotto serra, di tipo californiano, suggerendo ampi sventramenti di interi
comparti edilizi anche nel centro storico, sottovalutando il fatto che lo
sviluppo economico non aveva come protagonista la grande impresa capitalista,
bensì una massa di migliaia di piccoli coltivatori, ciascuno portatore di
interessi modesti, in contrasto, quindi, con le politiche palazzinare che
videro protagonisti i fratelli Ferrini di Catania. La sbornia palazzinara durò
poco, perché esauriti i bisogni della piccola borghesia cittadina, molti
appartamenti restarono invenduti perché non soddisfacevano i bisogni delle
famiglie contadine, non abituate a convivere nei condomini che non consentivano
il prolungamento delle loro attività produttive. La stessa cosa sta accadendo
adesso con l’aeroporto di Comiso, capace di suscitare fantasie di sviluppo evocative di scenari fantasmagorici che
nessuna attinenza hanno a che fare con la realtà, semplicemente perché non sono
suffragati da studi e ricerche sulle reali potenzialità offerte dal territorio
in materia di turismo, attività per la quale non disponiamo degli stessi saperi
consolidati e diffusi come quelli agricoli, per le quali a ragione ci vantiamo
di costituire un’autentica eccellenza. Partecipazione, dunque, ampia condivisione
delle scelte, ma soprattutto aderenza ai bisogni ed alle aspettative di larghe
masse popolari, senza perdere di vista
lo scenario entro cui maturano e si sviluppano tali attese, rispetto
dell’ambiente e delle tradizioni locali, sono questi gli insegnamenti di un
grande urbanista che ci ha spiegato passato presente e futuro della nostra
città, restituendoci l’orgoglio di sentirci vittoriesi. L’attuale progetto di
revisione dello strumento urbanistico non ha niente a che vedere con questo
insegnamento. Secondo la vulgata corrente, il Piano vigente ha ingessato lo
sviluppo urbanistico della città, dichiarazione che contrasta nettamente con
quanto si legge nella stessa relazione di
accompagnamento della proposta di revisione del Piano ove risultano 3500 licenze edilizie rilasciate nel decennio 1997
– 2007 con ben 1.250.000 mᶟ di volume costruito, una stanza per abitante! Altro che
ingessamento! Altra vulgata molto
gettonata riporta che l’attuale PRG non dispone di aree sufficienti per dotare
la città di strutture alberghiere adeguate ai flussi turistici previsti in
incremento a causa dell’apertura dell’aeroporto. Anche in questo caso l’affermazione
non risponde a verità, in quanto il Piano vigente dispone di un’ampia dotazione
di aree riservate alla realizzazione di alberghi e di strutture dedicate
all’usufruizione del mare. Semmai c’è da verificare per quali motivi gli
insediamenti non hanno avuto pratica realizzazione, ma di ciò nè i progettisti
né gli amministratori si sono curati durante questo lungo periodo necessario
alla predisposizione di questo aggiornamento degli strumenti urbanistici. Sono
tanti otto anni, tante cose possono succedere in otto anni, tanti interessi si
possono intrecciare e consolidare in otto anni. Ciò spiega in parte la
spaccatura verificatesi in consiglio comunale e la difficoltà a costruire il
consenso necessario attorno a scelte fondamentali per la città. Le
dichiarazioni dei componenti il gruppo di studio per la revisione del Piano,
composto da funzionari e dirigenti del Comune,
rese alla commissione assetto del territorio, lasciano quanto meno
allibiti. In pratica, secondo quanto dichiarato, i protagonisti che avrebbero
dovuto seguire l’iter di formazione del nuovo strumento urbanistico non sarebbero
stati adeguatamente coinvolti. E allora chi è stato coinvolto? In quale arcano
meandro, se non dentro il municipio, sono maturate le scelte poste a base del
nuovo strumento urbanistico? Sono dunque tanti i motivi che stanno alla base del
conflitto insorto tra maggioranza del Consiglio
e Amministrazione Comunale relativamente alla proposta di approvazione
della variante al Piano. La maggioranza del Consiglio ha approvato la variante
di Piano introducendo correttivi significativi ma l’amministrazione, facendo
ricorso a cavilli procedurali, ha ricorso giudiziariamente contro una parte
maggioritaria del civico consesso, così limitando
le prerogative del Consiglio cui spetta
per competenza l’approvazione degli strumenti urbanistici. Si tratta di un
fatto gravissimo, che ribalta l’attribuzione delle competenze tra consiglio e
amministrazione, peraltro suffragato da una sentenza del TAR che, a mio avviso,
avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il ricorso dei consiglieri di minoranza,
perché è inconcepibile che la magistratura intervenga in una materia attinente l’attività
di un consesso pubblico cui spetta il potere di indirizzo e di controllo
politico-amministrativo del comune. Il problema infatti non si è affatto
risolto, tanto che l’amministrazione
comunale ha prodotto un nuovo schema di
massima da proporre al Consiglio Comunale. Sembrerebbe una proposta di
compromesso tra le istanze del Consiglio e l’originaria proposta
dell’Amministrazione, ma a ben guardare nulla sembra essere cambiato, le scelte
di fondo rimangono tali e quali, nello sfondo si intravede l’emergere di una
prospettiva cementificatoria che devasta ancora di più il territorio, crea i
presupposti per l’abbandono massiccio del centro storico, determina una
consistente svalutazione del patrimonio dei vittoriesi che sul mattone hanno
investito i propri risparmi e acuisce i
disagi atavici della città per quanto riguarda la distribuzione dell’acqua, la
gestione della rete fognaria, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, il
completamento dei servizi (scuole, impiantistica sportiva, viabilità, verde
pubblico ed aree attrezzate), mentre le
prospettive di sviluppo legate a nuovi insediamenti turistici sembrano
verosimilmente delle millanterie di fine legislatura. Sull’onda della parola
d’ordine che bisogna rimediare agli insediamenti a macchia di leopardo, di
fatto le nuove previsioni tendono alla cementificazione delle poche aree di
verde che rimangono ancora a disposizione, favorendo un ulteriore consumo di
suolo e abbandonando qualunque prospettiva di riorganizzazione urbana a partire
dal centro storico e delle periferie degradate, per le quali la dotazione di
servizi risulta ancora fortemente deficitaria. Anche la sbandierata
perequazione, senza una regolamentazione che a priori stabilisca criteri ed
indirizzi per la sua applicazione, lascia ai futuri amministratori ampi margini
di discrezionalità, capaci di indurre ciò che in altri contesti fu definito
come vero e proprio “sacco urbanistico”. Sarà, dunque, pressoché improbabile
che l’attuale legislatura si concluda con l’ approvazione di un nuovo PRG,
mentre al nuovo Consiglio spetterà il compito di ricominciare tutto d’accapo.
Per questo motivo sarebbe quanto mai opportuno che queste problematiche fossero
affrontate non per slogans, ma attraverso un ampio ed articolato confronto. Solo
attraverso il confronto i cittadini possono trarre un apprezzabile
convincimento sui problemi reali della città.
giovedì 17 aprile 2014
Un nuovo piano regolatore per un nuovo sviluppo sostenibile
C’è il rischio che il dibattito attorno al Piano Regolatore
del Comune di Vittoria finisca per dividere le fazioni
contrapposte come i buoni da un lato e i cattivi dall’altro, tra quelli che
vogliono la tutela del territorio e dell’ambiente e quelli che vogliono
cementificare tutto. Ma aldilà dei buoni propositi degli uni e degli altri, è
difficile pensare che interessi occulti non condizionino le fazioni in campo,
anche a loro insaputa. La disciplina urbanistica è una materia difficile e
complessa, caratterizzata da un lato da una farraginosa ragnatela di norme e
prescrizioni solitamente riservata agli addetti ai lavori, cioè i tecnici, dall’altro
da un coacervo di interessi diffusi che vanno dalla rendita di posizione dei
proprietari fondiari, ai costruttori, alle famiglie che devono costruire le
proprie case, agli operai che hanno bisogno di lavorare, all’intermediazione,
all’indotto industriale e commerciale che trae le ragioni delle proprie
finalità produttive proprio dall’attività edile, agli studi professionali, agli
enti pubblici che devono soddisfare il bisogno di infrastrutture e servizi per
la collettività. Una platea vasta, multiforme, caratterizzata e cementata da un’unica
finalità: costruire. C’è poi un’altra platea, meno visibile, ma non meno
importante, composta da quelli che potremmo definire i portatori di interessi
immateriali, pur essi diffusi e presenti in vaste aree della popolazione, che
sono i cultori della cultura, della storia e della tradizione, gli amanti
dell’ambiente e delle sue connotazioni, così come si sono
armonizzati nel tempo in conseguenza dei processi che gli uomini hanno attivato per
garantire il ricambio organico e che, in un’unica parola, potremmo definire la
memoria di un territorio. Il Piano Regolatore, dunque, “regola” una complessa quantità
di interessi e di aspettative, alcuni di carattere speculativo proprio delle
modalità del produrre: l’investimento finanziario, l’uso delle tecnologie, l’uso
della proprietà; altre riguardanti il soddisfacimento di bisogni materiali:
quali costruire case, scuole, strade, ospedali; altri riguardanti la
conservazione di valori storici ed etici attinenti ad uno specifico territorio: gli usi e i costumi, le vestigia,
la specificità dell’ambiente, la tradizione, i monumenti. Le variazioni
attinenti il modo di produrre e il conseguente modificarsi di interessi ed
aspettative, inducono una “tensione” al complesso sistema del Piano. Le
prescrizioni, le norme di attuazione, con il passare del tempo confliggono con
i nuovi attori sociali, quelli che costituiscono i fautori del cambiamento e,
dunque, sono proprio questi nuovi protagonisti che alimentano la pressione
sulla politica, rivendicando l’adeguamento ai nuovi processi socio-economici. Ecco perché
è necessario esaminare lo scenario entro cui matura il tempo per una
revisione del Piano. La prima cosa che ci si chiede è se sono mutati i fattori
produttivi e come è cambiata o come si è modificata la struttura demografica
rispetto ai dati che caratterizzarono il Piano al momento della sua prima elaborazione.
Io non sono in possesso dei dati su cui hanno lavorato i tecnici, ma avendo rivolto
uno sguardo ai dati recenti elaborati dalla Camera di Commercio di Ragusa, ho constatato che è in corso una trasformazione degli assetti fondiari relativi al
sistema agricolo, nel senso che va affermandosi la costituzione di aziende
medio grandi con prevalenza di manodopera salariata con conseguente
restringimento della piccola azienda a conduzione familiare. Questa tendenza ha
sviluppo esponenziale, ai ritmi attuali e con le difficoltà legate al sistema
di commercializzazione, alla concorrenza straniera, alla difficoltà di accesso
al credito, entro i prossimi dieci anni verosimilmente si potrebbe verificare
un completo capovolgimento degli assetti produttivi: sviluppo dell’azienda
capitalistica e scomparsa della piccola azienda contadina. Questa conseguenza
non ha effetti neutrali, giacché il decadere di una massa di non meno di 16.000
piccoli produttori verso il lavoro salariato potrebbe avere costi sociali
ingenti, anche in considerazione del fatto che i salariati locali dovranno
competere con la manodopera immigrata, più disponibile ad accettare forme di
lavoro in nero scarsamente remunerato, perlopiù incentivato dall’ulteriore
processo di flessibilità che sarà varato con il Job Act. Lo scenario potrebbe
far prevedere un processo di impoverimento di quegli strati della popolazione
che sono stati protagonisti delle trasformazioni agrarie avviate mezzo secolo
fa, per cui è necessario pensare da subito ad una riconversione produttiva
capace di salvare migliaia di posti di lavoro. E’ questo un dato che attiene la
revisione del Piano Regolatore? Io penso di si, così come penso che questi
nuovi assetti non possono non interessare il dibattito politico ed il
necessario confronto con le forze sociali: le forze politiche, i sindacati dei lavoratori e le categorie professionali
. Solo dalle scelte e dalle indicazioni che produrrà questo confronto, potranno
scaturire quelle tendenze capaci di orientare le nuove regole urbanistiche che,
a loro volta, dovranno ispirare il nuovo Piano regolatore. Forze lavoro e nuove
tendenze occupazionali. La disoccupazione si attesta attorno al 18%, inferiore
di 5 punti rispetto al dato regionale, ma con una forte connotazione negativa
che riguarda l’occupazione femminile e con maggiore criticità nella fascia di
età compresa tra i 18 e i 40 anni. Si tratta perlopiù di manodopera altamente
qualificata, diplomata e laureata, ma con competenze in gran parte estranee ai
tradizionali processi produttivi legati all’agricoltura, all’industria e all’artigianato.
Gran parte di questi disoccupati aspirano ad un incarico come docente o ad una
carriera nella pubblica amministrazione, o ad esercitare una libera professione. Ma come
abbiamo visto la scuola subisce pesanti ridimensionamenti e ne subirà di altri
a causa del calo demografico, mentre la pubblica amministrazione non sa ancora
come ovviare al dramma del precariato che ha assunto proporzioni non più
sostenibili nell’epoca della cosiddetta spending review. Non da meno è la
condizione degli ordini professionali, non più in grado di sostenere l’urto dei
nuovi arrivati, il numero dei professionisti, infatti, nelle varie
specializzazioni, supera il numero medio dei paesi europei e le categorie,
negli ultimi anni, hanno subito un processo di graduale impoverimento. Si pone
allora il problema della riconversione
delle competenze alla luce di quelle che saranno le direttive entro cui dovrà
muovere il nuovo modello di sviluppo. E’ questo un dato che attiene la
revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. Le attività commerciali hanno
subito negli ultimi anni una drammatica inversione di tendenza e l’unico
fenomeno, ancora scarsamente studiato, è costituito dall’apertura di numerosi
esercizi da parte di esercenti cinesi. Di fatto i grandi centri commerciali,
che gravitano sul versante ragusano e modicano, hanno inferto colpi durissimi
al commercio locale e i tentativi di rivitalizzare il centro storico,
considerata l’approssimazione e l’assoluta mancanza di competenze con cui è
stato affrontato, non hanno prodotto gli effetti sperati. Il versante turistico
versa in una condizione ancora più disperata. Nulla di tutto quanto desidera un
turista si trova alla sua portata e di converso abbondano strade sporche e
disseminate di buche, spiagge abbandonate per grande parte dell’anno, verde
pubblico non adeguatamente curato, fumarole velenosissime a bella vista dalla
primavera all’autunno, totale assenza di parcheggi, assenza di collegamenti
pubblici verso il comprensorio limitrofo, discariche abusive in tutto il
territorio, endemica carenza idrica nel periodo estivo, lungomare sporco e
disseminato di contenitori maleodoranti e ridondanti di sacchi di immondizia
sotto il sole cocente, traffico caotico. Il turismo è un settore che non matura
da sé, è opportuno verificare le potenzialità del territorio per poterle
valorizzare ed organizzare sia in termini infrastrutturali sia in termini di
competenze, occorre indagare la domanda alla luce dei grandi processi di
mobilità indotti dalla globalizzazione dell’economia per potere di conseguenza
definire il target dell’offerta, non senza tenere in considerazione che i
villaggi turistici già insediati nella provincia non godono ottima salute, ed
in considerazione del grande patrimonio edilizio esistente lungo la costa che
costituisce la cassaforte dei vittoriesi, nel bene e nel male. E’ questo un
dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. E si
potrebbe continuare: il ruolo dell’aeroporto, l’università e la ricerca
applicata all’agricoltura, le fiere ed il mercato ortofrutticolo, il fenomeno
immigratorio e le politiche per l’integrazione. Ma la questione di fondo rimane:
di quale modello di sviluppo economico si vogliono dotare i vittoriesi? Su
quali forze produttive si vuole puntare? Quali interessi si intendono
privilegiare? Il resto verrà da sé, perché sarà in conseguenza delle scelte che
saranno operate che si potrà stabilire se un milione di metri quadrati di nuova
edificazione potrà essere un’enormità o semplicemente insufficiente, tutto
dipende dallo sviluppo che si intende imprimere al territorio e quali ne
saranno gli attori protagonisti. Per questo motivo ritengo necessario chiudere
definitivamente la partita del PRG e necessario affidare l’incarico ad un nuovo
professionista che, innanzitutto, dovrà essere un urbanista, un qualcuno che si
innamori del nostro territorio come fu il professore Susani, capace di interpretare
i sentimenti e gli umori delle popolazioni locali, farsi cultore della loro
storia, saperne individuare criticità e potenzialità, sapere stimolare il
confronto tra le forze che devono ritornare protagoniste del loro destino ed
essere capace, ancora, di disegnare per farci ancora di più innamorare della
nostra terra e farci ancora una volta sognare. Non basta, dunque, un pezzo di
carta, e per giunta quella sbagliata, su cui opporre numeri a caso su luoghi
magari suggeriti in funzione di interessi lasciati maturare nel tempo nell’indifferenza
generale, appetibili magari a forze estranee al territorio ma colluse con
interessi parassitari locali. Vogliono costruire alberghi, villaggi turistici,
centri di attrazione, mega centri commerciali? Ebbene si facciano avanti
costoro, ora, prima di mettere nero su bianco, facciano vedere la loro fedina
penale e ci dicano da dove proviene il denaro che vogliono investire in questo
territorio la cui integrità fino a poco tempo fa è stata difesa con le unghie e
coi denti. Non mi risulta che con le zucchine e il pomodoro, con la professione
o con l’impiego siano cresciute a Vittoria cotante ricchezze da investire in
cotanta abbondanza di territorio. Tra un nuovo sbarco di turchi saraceni e la
povertà, per me e i miei figli continuo a preferire una povertà vissuta con
piena dignità, a costo di essere considerati babbi per altri quattro secoli,
senza contare ancora che siamo capaci di quella diversità, di quel geniaccio
che al momento opportuno ci rende capaci di andare oltre qualunque contingenza,
ne sono testimonianza quei ragazzi che sanno portare con forza intelligenza e determinazione il nome di
Vittoria nel mondo, e le ragazze che con tanta tenacia stanno riscoprendo la
campagna e tutte le sue potenzialità. Il tempo dell’avventura è finito.
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lunedì 14 aprile 2014
L'Ato, quella foglia di fico che copre le vergogne dei sindaci
E’ una grave mistificazione della
realtà addebitare all’Ato Ambiente la responsabilità della grave situazione in
cui versano le discariche, facendo credere che l’Ato sia un carrozzone della
regione siciliana. L’Ato S.p.A è una società per azioni la cui composizione
sociale è composta da tutti i comuni della provincia rappresentati
nell’assemblea dai rispettivi sindaci. La maggioranza dei sindaci non
ha mai conferito all’Ato la gestione del ciclo integrato dei rifiuti,
preferendo la gestione diretta del servizio per motivi facilmente intuibili con
gravi ripercussioni sia per quanto riguarda l’efficienza del servizio sia per i
costi elevati che gravano interamente sui bilanci delle famiglie. La gestione
delle discariche, invece, è stata affidata all’Ato, ma senza pagarne i relativi
costi accumulando un debito verso la Società che complessivamente supera i 30
milioni di euro, debito di cui si dovranno fare carico i cittadini attraverso l’aumento
sconsiderato delle tariffe. La grave situazione delle discariche fu posta dal
Collegio dei liquidatori all’ordine del
giorno dell’assemblea dei soci del 19
ottobre 2011, chiedendo con accenti drammatici ai soci di fare fronte ai costi
della messa in sicurezza, come da rispettivi contratti, ma i sindaci presenti, più
sensibili alle vicende dei 19 co.co.co da sistemare in via definitiva, invece
di impegnarsi concretamente per il risanamento delle discariche decisero di rinviare
il problema con la scusa di chiedere un improbabile e mai realizzato intervento
della regione. Negando la verità dei fatti il sindaco Nicosia non solo rende un
cattivo servizio alla collettività che rappresenta, ma contribuisce ad
accrescere il senso di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni con grave
pregiudizio della tenuta democratica della città.
martedì 14 gennaio 2014
Caro Renzi ti scrivo, così per chiacchierare un po'...
Ho letto sul blog il tuo ultimo
libro on line dal titolo “eNews381”, un titolo sicuramente molto innovativo,
quasi da “2001: odissea nello spazio”, il famoso film di Stanley Kubrick che nel 1968
produsse un grande impatto emotivo alla mia generazione. Disse allora
Kubrik : «ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato
filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che
aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente
nell'inconscio». Mi sono chiesto se, in riferimento al tuo libro, ti
senti di condividere lo stesso giudizio. Perché questo tuo scritto, che consta
di un indice composto da una prefazione,
ben 7 voci principali cui seguono 21 voci secondarie, oltre ad una postfazione, è capace di creare le stesse suggestioni del
film, perché utilizzando gli stessi effetti psichedelici, nel libro risultano
combinati efficacemente tra loro le riforme istituzionali e la cancellazione
dei politici delle province, la crescita economica e il lavoro, la revisione
della spesa e la diminuzione delle tasse, l’agenda digitale e l’eliminazione
delle figure dirigenziali, l’obbligo della trasparenza e la riforma della
burocrazia. Insomma una cosa straordinaria, come si legge nella prefazione: “capace di sistemare in un
mese quello che non si è fatto negli ultimi otto anni. Una “genialata” per
dirla alla Bersani ( approfitto, auguri di cuore Pierluigi, ti aspettiamo con
ansia). Come nel film, il raccordo tra
le due scene iniziali (quella dell’osso e quella con le navicelle spaziali che
orbitano attorno alla terra) che danno la sensazione di percorrere in un lampo
milioni di anni di storia dell’umanità, così nel tuo libro il raccordo tra la
rottamazione dei politici delle province e il sorriso finale ci offrono, ma
solo perché aggirando la realtà penetrano nell’inconscio collettivo, la dolce
sensazione del finalmente tutto risolto, una rasserenazione dell’anima.
Debbo
riconoscere che con questo libro hai fatto molto di più della buon’anima di un
mio amico il quale scrisse un libro, orsono cinquant’anni fa, e lo presentò in
pompa magna, perfino con una pubblicità su un periodico locale, annunciando un
evento rivoluzionario. In effetti, a ben vedere sulla manchette che avvolgeva
la copertina del libro, con molta evidenza, c'era scritto: ”Attenzione contiene
una sorpresa!”, cosicché l’ignaro lettore non rimanesse deluso quando, aprendo
il libro, si sarebbe accorto che l’autore, nella prefazione così si esprimeva:
”Questo libro segna un’autentica rivoluzione culturale, da oggi il libro lo
scrive il lettore e non l’autore….”. Seguivano 220 pagine bianche che gli
entusiasti lettori avrebbero dovuto precipitarsi a riempire di contenuti, consapevoli
che stavano scrivendo la pagina più entusiasmante mai scritta prima
dell’avvento dell’era digitale. Un genio, non c’è che dire.
La stessa onestà intellettuale del mio amico scomparso hai dimostrato anche tu scrivendo nella prefazione: “Gli spunti che trovate in questa e-news saranno inviati domani ai parlamentari, ai circoli, agli addetti ai lavori per chiedere osservazioni, critiche, integrazioni. Dunque non è un documento chiuso, ma aperto al lavoro di chiunque. Anche vostro”. Un mio amico, un vecchio del PD, mi ha detto: ”Giovanni, ma fammi capire una cosa, ma non gli abbiamo dato i voti perché lui ci doveva mettere le idee e noi avremmo dovuto godere i benefici? Maiala come gl’è strano! Ma vuoi vedere che le idee ce le dobbiamo mettere noi della base e lui si prende i benefici!”
La stessa onestà intellettuale del mio amico scomparso hai dimostrato anche tu scrivendo nella prefazione: “Gli spunti che trovate in questa e-news saranno inviati domani ai parlamentari, ai circoli, agli addetti ai lavori per chiedere osservazioni, critiche, integrazioni. Dunque non è un documento chiuso, ma aperto al lavoro di chiunque. Anche vostro”. Un mio amico, un vecchio del PD, mi ha detto: ”Giovanni, ma fammi capire una cosa, ma non gli abbiamo dato i voti perché lui ci doveva mettere le idee e noi avremmo dovuto godere i benefici? Maiala come gl’è strano! Ma vuoi vedere che le idee ce le dobbiamo mettere noi della base e lui si prende i benefici!”
E’ proprio così? Un caro saluto e
auguri di buon lavoro.
mercoledì 13 marzo 2013
L’8 marzo delle donne: e’ tempo della democrazia paritaria! Se non ora quando?
Molte sono state le donne che,
nella ricorrenza dell’8 marzo, hanno voluto sottolineare di non avere nulla da
festeggiare, semmai riflettere sul fatto che la condizione della donna subisce,
ancora oggi, uno stato di degradazione rispetto allo status sociale e giuridico
dei maschi, e di violenza, come i ripetuti casi di femminicidio dimostrano vista
l’ ossessiva frequenza con cui se ne occupano le cronache dei giornali. La
giornata dell’’8 marzo, comunque, a mio avviso, rimane la Festa delle Donne, la
ricorrenza che ne celebra il lunghissimo percorso di riscatto da una condizione
di assoggettamento al primato che i maschi hanno imposto più con la cultura che
con la differenza biologica. L’Uomo, infatti, alla stregua di tante altre
specie animali, è innanzitutto un essere sociale, come le formiche, caratterizzato
sì dall’egoismo, cioè, dalla sua necessità di adattamento ai processi naturali,
ma anche per il senso innato di solidarietà intesa come strategia capace di
assicurargli la sopravvivenza nella mutevolezza delle condizioni dell'ambiente.
L’uomo e la donna, quindi, cellula costitutiva del più ampio progetto di
società, sono per legge di natura destinati a collaborare fra di loro e ad
intessere, oltre il processo procreativo, le condizioni per determinare il
successo della vita proprio attraverso lo scambio solidale. Anche quella che
potremmo definire la prima divisione del lavoro, la femmina dà la vita e il
maschio si adopera per assisterla, si fonda sostanzialmente su un sentimento di
solidarietà o su un bisogno di solidarietà. Gli studi più recenti, portati alla
ribalta internazionale dal prof. Edward O. Wilson della Harvard University,
sembrano confermare, non senza polemiche, questa teoria, sostenendo che se è
vero, secondo la teoria darwiniana, che il più forte è destinato alla
sopravvivenza, è anche dimostrato che i gruppi solidali fra di loro aumentano le
proprie possibilità di conservazione. Allora che cosa ha determinato il
progressivo ribaltamento di questa originaria condizione solidaristica in
uno strumento di coercizione e di assoggettamento dell’uno verso l’altro? E’
probabile, come dimostrano diversi studi, da quelli di Johann Jakob Bachofen a
quelli dell’etnologo Bronislaw Malinowski, che la condizione sociale
originaria dei gruppi umani sia stata caratterizzata da una forma di
matriarcato: una figura femminile sostanzialmente stabile, dentro la “caverna”,
dedita all’organizzazione economica e sociale del gruppo; un maschio preposto ad attività di
approvvigionamento del cibo e, all’occorrenza, di difesa dagli attacchi
esterni, situazione che ha consentito alla donna, in questa fase, di disporre
di un ampio potere. Le condizioni,
probabilmente, si sarebbero rovesciate allorché, a causa della penuria di risorse, il gruppo
originario ha dovuto muoversi alla ricerca di condizioni più favorevoli ad
assicurarsi il ricambio organico,
passando da una situazione di prevalente stanzialità ad un’altra caratterizzata
dal nomadismo, condizione questa che ha visto il prevalere dell’esperienza
maschile su quella femminile. Sicuramente l’affermazione del potere maschile ha
richiesto l’avvicendamento di diversi periodi storici, il perfezionamento
tecnologico, l’affermarsi dell’agricoltura e il formarsi della cultura come
accumulazione di pratiche, esperienze, codici comportamentali capaci di
originare quella propensione all' elaborazione simbolica che è il linguaggio, tipico della condizione umana. Tra i due
sessi, dunque, si è giocata una straordinaria contesa per il potere su terreni
diversi e disparati, non escluso quello della rappresentazione simbolica,
inclusa, per incorporazione, nella tradizione orale e poi nella raffigurazione
pittorica e nella scrittura. Nell’affermare il suo primato sulla donna l’uomo
non ha mancato di usare tutti i nuovi strumenti per associarla, di volta
in volta, ad un destino crudele ed ineludibile: ora responsabile del peccato
originale, causa del loro decadere dallo stato di grazia alla condizione umana pervasa
dalla sofferenza e dal sacrificio del lavoro, ora strega, ora seduttrice, ora
madonna, ora moglie e madre, tutti simboli usati dai maschi per perpetuare una
condizione di permanente subalternità.
C’è stata, quindi, nella giornata
dell’8 marzo, che quest’anno è stata celebrata con una riflessione sul rapporto
donna e politica, voluta da Rosetta Perupato e dalla Consulta Comunale
Femminile, l’occasione non solo di rivisitare questa lotta per il potere combattuta
tra uomini e donne nei vari ambiti della cultura, del linguaggio, della
società, per capire e comprenderne la dinamica evolutiva, ma per chiedersi,
infine, se sono maturi i tempi di una ricomposizione originaria in senso
solidale della gestione del potere. La conquista di nuovi spazi nella sfera
pubblica da parte delle donne, pone a mio avviso la necessità di porre come
condizione non più procrastinabile l’affermazione di una democrazia paritaria
da costruire sul presupposto che la rappresentanza non può fondarsi su
condizioni di pari opportunità ma sull’uguaglianza effettiva dei generi, “50” e
“50” di quote in ogni dove decisionale per consentire alle donne di portare a
compimento la loro rivoluzione, l’unica oggi che può permettere realisticamente
di modificare i meccanismi del potere, per andare oltre la sensazione che c’è
qualcosa che si muove, oltre i segnali che è possibile cogliere nei risultati
di tante ricerche e di studi che da anni vengono condotti nel nostro e in tanti
altri Paesi. Altrimenti non ha senso parlare di differenza di genere se questa
differenza non da un contenuto e una direzione di senso ai risultati,
importantissimi, di queste ultime elezioni che hanno visto tante donne in
Parlamento quanto non se ne contano nelle democrazie più mature. E una utopia?
Allora impariamo a sperare nel senso indicato da Ernst Bloch: “L'importante è
imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per
sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all'aver
paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato
nel nulla. L'affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di
restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a
uno scopo e che cosa all'esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo
affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e
cui essi stessi appartengono “. E il nuovo è la carica di empatia che possono
introdurre le donne nel potere decidere, insieme, un diverso orientamento della
vita sociale ed economica, un diverso assetto della scuola, della struttura
politica, un diverso approccio ai problemi dell’ambiente, della vita delle
città. Festeggiare i risultati fin qui raggiunti nella speranza di una nuova
prospettiva, mi sembra il modo migliore per celebrare l’8 marzo delle donne nel
senso dichiarato dal poeta Kahlil Gibran: “Quando la mano di un uomo tocca la
mano di una donna, entrambi toccano il cuore dell'eternità”.
venerdì 25 gennaio 2013
Elezioni politiche 2013… qui si fa un quarantotto!
Certo che ne sono successe di cose nell’anno che ci ha appena
lasciati! Probabilmente, presi dall’angoscia della fine del mondo pronosticata
dai Maya, non ci siamo accorti del tutto che tante cose , dopo il 2012, non
sono più come prima. La politica, che negli ultimi anni non ha certamente dato
il meglio di sé, ha finito per perdere quel ruolo di centralità nella vita
sociale così come si era venuta a determinare all’indomani delle due
rivoluzioni moderne, la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese, due
eventi che sconvolsero il mondo per l’avvento sul proscenio della Storia delle
masse, divenute viepiù protagoniste del loro destino. Il potere, così, di conseguenza, migrò
dall’assolutismo delle caste nobiliari alle folle, masse, cioè, organizzate con
fini diversi, ora economiche, ora religiose, ora culturali che la politica, nel tempo, ha tentato
di armonizzare nella prospettiva di realizzare il bene comune. Il termine
rivoluzione, agli inizi dell’ottocento, irruppe, dunque, con veemenza in gran
parte dell’Europa avocando a sé la voglia incontenibile di cambiamento, e non
tanto di libertà, che questa, piuttosto, non è l’aspirazione delle grandi masse.
Acuto osservatore di questa peculiarità
delle masse fu Gustave Le Bone, il quale osservando l’irrompere delle folle
nella vita pubblica osservava come gli individui, allorchè confusi in una moltitudine,
proiettassero fuori di sé una porzione della propria anima che, in unione con
quella degli altri individui ivi convenuti, formava ciò che lui stesso definiva
l”anima delle folle”. Purtroppo, a differenza dell’anima individuale, modellata
sull’esperienza personale, risultato di una costruzione affettiva e relazionale
con l’ambito familiare e sociale di provenienza, l’anima della folle era la
risultanza, per Le Bone, degli istinti più primitivi che ciascuno individuo
conserva, perché ascritti, come sostenne più tardi Jung, negli archetipi
primordiali che caratterizzano le specie viventi. Di queste osservazioni si
occupò pure Sigmund Freud riconoscendo a Le Bone il merito di avere scoperto
come negli individui, allorché parte di
moltitudini anche occasionali, si determina una regressione dell’attività
psichica. Altri studiosi ebbero modo di occuparsi del fenomeno, talché lo
stesso J.A.Schumpeter ebbe ad evidenziare come nei parlamenti, ma anche in
forme associative più ristrette, è possibile rilevare una diminuzione del
livello intellettuale delle persone da ascrivere ad “influenze extralogiche”
sicchè “…i lettori dei giornali, gli ascoltatori dei programmi radiofonici, i
membri di un partito, anche se non fisicamente riuniti in gruppo, tendono a
divenire, dal punto di vista psicologico, una folla, a cadere in uno stato di
eccitazione in cui ogni tentativo di ragionamento logico ha il solo effetto di
stimolare impulsi bestiali”. Tesi, queste ultime, che a molti sono sembrate
azzardate, ma colte, anche se in una prospettiva di analisi scientifica, anche
da studiosi come Horkheimer e Adorno che hanno rilevato come anche “nella moderna
società tecnica, le tesi di Le Bone, trovano conferma, seppure in superficie”. D'altronde,
oggi basta portarsi in uno stadio per assistere ad una partita di calcio, per
vedere il nostro vicino di casa, il rigoroso ed impettito avvocato,
distinguersi fra i più esagitati per gridare: “ Arbitro cornuto!”, per farsi un’idea
dello stato regressivo della psiche cui incorrono persone che mai e poi mai
avremmo sospettato nei panni di pericolosi agitatori da stadio. Sarà, forse,
per questo motivo, che una giovane africana ha potuto assumere, in Italia, per
legge, i connotati di una nipote di un capo di stato straniero nel corso di una agitata seduta parlamentare. E sarà anche
per lo stesso motivo che tutte le sconcezze legislative, in Italia, vengono prodotte nel corso dell’approvazione
delle cosiddette leggi finanziarie che, di prassi, vengono portate al voto
prima di natale in un clima di straordinaria euforia e concitazione, causa, per
l’appunto, di quella regressione psichica di cui ci stiamo occupando. L’irrompere
delle masse sulla scena pubblica, dunque, per ritornare al nostro discorso
iniziale, avviene subito dopo le due grandi rivoluzioni in Europa e,
soprattutto in Italia, sotto lo stimolo di gruppi ed orientamenti diversi,
accomunati dal desiderio di determinare un cambiamento dello stato di cose
esistenti, così gruppi di rivoluzionari sotto
sigle diverse, dalla Carboneria fino agli Adelfi e i Filadelfi, si espansero lungo
tutto lo Stivale. Ma fu la Sicilia a dare il via ai moti insurrezionali che
successivamente dilagarono in Europa fino a raggiungere la Francia e la Germania,
quando il 12 gennaio del 1848 scoppiò un’insurrezione popolare che portò alla
proclamazione dell’indipendenza siciliana (lo Stato di Sicilia), durata poco
più di un anno. La parola rivoluzione, dunque, correva lungo percorsi
accidentati portando con sè un virus capace di contagiare popoli differenti,
ceti sociali diversi, accomunati dall’ansia di un cambiamento che ormai le
rivoluzioni, quella economica e quella politica, avevano innescato senza alcuna
possibilità di arretramento. In quell’anno 1848 successero tali e tanti di quegli
avvenimenti che ancora oggi, quando si vuole fare riferimento ad una situazione
di scompiglio e di confusione si suole ripetere: “ Qui succede un quarantotto!”.
Anche oggi, il termine rivoluzione muove lungo percorsi, a volte apparentemente
dissimili, ma nella sostanza convergenti nella direzione di un cambiamento.
Oggi, come allora, altre rivoluzioni, una economica (tecnologia dell’informazione),
l’altra politica (globalizzazione), costituiscono le premesse di un processo
ormai avviato, segnato dalla fine della centralità dei Partiti e dall’irrompere
delle folle (mediatiche, televisive) sulla scena pubblica. Ancora una volta i
moti partono dalla Sicilia, è il caso della Rivoluzione della Dignità di
Crocetta o della Rivoluzione Civile di Ingroia, ma non sono i soli perché anche
le forze della Restaurazione organizzano la loro controrivoluzione ed il
linguaggio si è fatto confuso, così come confuse sono le forze in campo: il
ceto medio si è proletarizzato, i capitalisti rinnegano il libero mercato, i
grandi finanzieri rivendicano il potere che prima fu dei nobili e poi della
borghesia. Per raggiungere il proprio obiettivo, ogni protagonista cerca di
rivolgersi direttamente alle masse, che perlopiù sono costituite da folle
televisive, occupando ogni spazio reso disponibile dai nuovi mezzi di
comunicazione (anche facebook, twitter), usando un linguaggio omologato che
punta direttamente a fare presa in quella parte irrazionale della psiche umana
che, davanti la televisione, vive quel processo di retrocessione ad una
condizione di primitività. E’ allora possibile che nel volgere di qualche
giorno si possa dire tutto ed il contrario di tutto, perfino che il Presidente
del Consiglio possa affermare che l’IMU non può essere messa in discussione e,
contemporaneamente, alla televisione accanto, ribadire che forse qualcosa va
cambiata, e, in tutto questo è difficile scorgere un barlume di logica. Oggi,
come allora, di fronte a tanta confusione, è possibile che succeda di nuovo un
quarantotto. Marx, ribaltando la
premessa del “Manifesto”, direbbe: “Degli spettri oggi si aggirano per l’Europa…si
chiamano Monti, Berlusconi, Merkel, Lagarde, Putin…! ”, e lancerebbe un nuovo
monito: “Consumatori di tutto il mondo, unitevi!”domenica 16 dicembre 2012
Scuola, l'okkupazione che vorrei
Se le nostre scuole fossero permanentemente
“occupate” dagli studenti forse si potrebbe scrivere un capitolo nuovo nella
storia della scuola italiana. Certo non mi riferisco alle “okkupazioni” di cui
si parla in questi giorni, cioè momenti di espressione della protesta e del
disagio che in questo momento vivono milioni di giovani, di genitori, di
famiglie. Penso, piuttosto, ad una scuola come ad uno spazio fisico da vivere
sempre, uno spazio senza tempo, senza campanelle, uno spazio da condividere con
tutti, con i propri compagni, con gli
insegnanti, i propri amici, la propria famiglia. Uno spazio da vivere come un’estensione
della sfera affettiva familiare proiettata verso la società, dove potere
sperimentare la dimensione della propria crescita senza i traumi del taglio netto
del cordone ombelicale che lega i giovani alla famiglia, alla scuola, alla società, al lavoro. La scuola,
cioè, come luogo di felicità e non come luogo di espiazione, di ansia, di
frustrazione o, come a volte accade, di isolamento e solitudine, come luogo
dove sperimentare percorsi di solidarietà e di condivisione, necessari in una
società pervasa dall’ideologia del merito e della competizione. La mia
personale storia scolastica credo che sia paragonabile a quella che ha
sperimentato la gran parte delle persone della mia età, ma io ho avuto la
fortuna di frequentare la scuola di “donna Pippinedda”, una sorta di scuola
materna “ante litteram” che una coppia senza figli decise di istituire a casa
propria, probabilmente per soddisfare l’istinto materno represso di una donna
straordinaria che non poteva avere figli. Quella di donna Pippinedda era una
scuola senza regole particolari, dove non si pagava alcuna retta, dove non c’erano
programmi ministeriali, c’era soltanto lo spirito creativo e l’amore, grande,
di Pippinedda per i bambini. In quella scuola non vigeva la regola che i
bambini dovessero restare separati dalle bambine, per cui tutti potevano
sperimentare il gioco in comune senza alcuna malizia o pregiudizio, non c’erano
orari da rispettare per cui le famiglie erano libere di riprendere i figli in
qualunque momento senza l’obbligo di rendere alcuna giustificazione, e ciascuno
poteva verificare autonomamente il livello di beneficio che traevano i bambini frequentando
quella scuola così insolita. Tra i giochi
che ricordo con immagini mentali vivide e per nulla offuscate dal tempo c’è
quello che consisteva nell’aiutare Pippinedda, da tutti chiamata zia Pippina, a
“fabbricare il pane”. Non era una cosa semplice, eppure Pippina riusciva a
coinvolgere tutti affidando a ciascuno un compito particolare, che cambiava
ogni qualvolta il gioco si ripeteva, per cui c’era chi aiutava a “scaniare” l’impasto
della farina con l’acqua, il lievito e il sale sulla “sbrivola”; chi con
pezzetti di pasta “scaniata” formava i “pupiddi”, chi, infine, porgeva il pane
lievitato per essere cotto nel forno, precedentemente riscaldato con piccoli
tronchi di legno e “magghiola”. Poi, quando finiva il lavoro “duro”, Pippina ci
riuniva in cerchio e, dopo una rapida distribuzione di piccole formelle di marmellata
di cotogne, cominciava a raccontare “i cunti”, un garbuglio di personaggi e di
fatti capace di risvegliare qualunque sentimento ed espressione, dalle risate a
squarciagola fino alle lacrime e ai
singhiozzi, fino a mezzogiorno quando Pippina ci lasciava liberi di giocare per preparare la minestra
per tutti. Mi ricordo che la mattina mi alzavo prestissimo, preso dall’ansia di
andare a “scuola”, ma prima passavo a prendere la mia compagnetta preferita,
Olga, che abitava dirimpetto la mia casa; la tenevo stretta per mano e mi
sentivo responsabile della sua incolumità. Ero felice di andare a “scuola” e le
giornate, anche quelle calde d’estate, correvano veloci; quella “scuola” era il
luogo non solo della nostra crescita, era soprattutto il luogo della relazione,
dell’empatia tra di noi e tra ciascuno di noi e la “maestra”, l’amore di
Pippina si respirava nell’aria. Quando arrivò il primo giorno della prima
elementare, in classe mi ritrovai con un altro bambino proveniente dalla “scuola”
di Pippinedda, fu una gioia indicibile, eravamo gli unici felici mentre tutti
piangevano e si attaccavano alle gonne delle madri; da quel giorno, per noi, la
scuola divenne un’altra storia. Da allora ho sognato la scuola come un luogo
aperto, dove potere interagire, sperimentare, collaborare con gli insegnanti, da vivere
sempre, da eleggere come luogo in cui sperimentare la libertà e la
responsabilità, dove coniugare impegno e svago, dove potere utilizzare tutti
gli strumenti secondo una logica di bisogni individuali entro una prospettiva
di crescita comune e solidale, dove potere liberamente tracciare i confini
delle proprie naturali vocazioni senza subire il pregiudizio e la fatale predeterminazione
del proprio futuro. Oggi gli strumenti che la tecnologia ci mette a
disposizione ci consentirebbero di costruire una scuola diversa, non che quella
di prima fosse necessariamente sbagliata, ma oggi occorre una scuola per i
tempi che viviamo, occorrono dei “luoghi” ove ai giovani sia data la
possibilità di sperimentare il proprio percorso di emancipazione dalla famiglia
per “migrare” verso una società che è in fase di cambiamento e dove non è
assicurata nessuna certezza circa la propria futura collocazione se non in
rapporto alle esperienze e ai vissuti che ciascuno potrà realizzare in questi
nuovi “luoghi della conoscenza”, aperti alla contaminazione con il territorio,
pronti a “incubare” pure necessità e bisogni espressi dalla società, dall’economia,
dall’ambiente. Gli insegnanti sono pronti, sono pure loro figli di quest’epoca
e ne sono interpreti, ma va ripensato fino in fondo il loro stato giuridico e
la loro centralità nel contesto di una società il cui processo di cambiamento, incentrandosi
sulla conoscenza, rende fondamentale la figura dell’insegnante per l’avvenire di
ogni paese. Giovani ed insegnanti, pertanto, entrano da protagonisti in
qualunque ipotesi di riforma, perché prima che di risorse economiche, ancora
prima di una qualunque “spending review”, occorre stabilire che tipo di società
vogliamo costruire, a quali bisogni occorre dare risposte, definire
le priorità, chi e come deve farsi carico dei processi di riorganizzazione
amministrativa e didattica, a quali valori si dovrà fare riferimento, soltanto dopo, e non prima, potrebbe essere necessario mettere
mano ai “cordoni della borsa”, e chissà che pure si potrebbe risparmiare qualcosa.
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venerdì 14 dicembre 2012
Accattoni d'Italia!
Ma che Paese è l’Italia
raccontata sui giornali e sui media di
tutto il mondo! Me lo chiedo da più giorni perché le cronache non finiscono mai
di stupire. Oggi ho appreso del lager siciliano dove la mafia usava cremare i
cadaveri dei propri nemici, nello stesso
forno dove cuocevano il pane che vendevano ad ignari clienti. Ma che persone
sono queste? Peggio delle bestie feroci, incapaci di sentimenti, vivono in un
completo stato di animalità o, forse, peggio, perché gli animali esprimono pure
sentimenti di affezione e di solidarietà. Ma come possiamo ancora tollerare
tutto ciò nella più assoluta indifferenza, notizie che ci scivolano addosso
come pioggia a lavare i nostri sensi di colpa!
Berlusconi ritorna e l’Europa
vive un sussulto. Ancora lui, le sue storie, i suoi affari, i suoi intrighi, i
suoi amorazzi, mentre il Paese precipita nella povertà, nell’arretratezza
culturale e civile, nella corruzione e nella dissolutezza dei comportamenti della
sua classe dirigente. Al Sud come al Nord, la corruzione dilaga e non c’è freno
che possa arginare il fenomeno, interi parlamenti regionali sotto la lente dei
magistrati per reati miserabili, per accattonaggio, perché non può definirsi
diversamente la pratica di giocare ai video-games, di comprare il cappuccino
con i soldi dello Stato! E’ il risultato di quella promessa rivoluzione
liberale annunciata in parlamento con tanto di spargimento di spumante e
mortadella: liberi di fare, liberi di
rubare!
La trasmissione Report affonda il bisturi nella piaga
della formazione professionale siciliana, ne emerge un sistema di intrallazzi,
di compiacenze, una parentopoli che ingloba un indegno sistema di relazioni che
costa ai siciliani 500 milioni di euro l’anno senza produrre nulla. E il
deputato, compiaciuto,esclama: “Siamo presenti nel settore
perché facciamo politica. Creiamo una rete di attività che permette di creare
una rete di consenso. È normale”. Vergogna! Certo, forse è normale in un
Paese sottosviluppato, non in una Regione dove il Presidente ha promesso la
rivoluzione della dignità. Ma la rivoluzione è il presupposto di un mutamento radicale
che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo
modello, ivi comprese le classi dirigenti, altrimenti è solo miseria culturale
e morte civile.
martedì 4 dicembre 2012
Bersani, le favole,la sinistra e i disconnessi virtuali
Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. Credo che si tratta di un risultato importante per il centrosinistra e per l’Italia. Adesso il Paese ha un sicuro punto di riferimento, in altri tempi si sarebbe detto dell’immaginazione al potere, nel nostro caso che la serietà ha avuto la possibilità di imporsi su una politica imbastita di effimere parole d’ordine (che brutta parola la rottamazione!) e di incomprensibili propositi. Il significato della vittoria di Bersani è tutto racchiuso nelle uniche parole con contenuto di senso che ha proferito nel suo discorso di ringraziamento: “Io non vi racconterò favole”. Ecco, queste parole segnano il dopo del berlusconismo, un’era, cioè, caratterizzata dalle favole, che ha estraniato il Paese dai processi complessi che hanno caratterizzato il mondo, lasciando che la borghesia italiana, quella dell’italietta di sempre, continuasse a pensare che non fosse successo nulla, che nulla potesse intaccare i propri privilegi, esattamente come i nobili dell’ancien regime che continuavano a mangiare broche mentre il popolo moriva affamato. Per ciò mi sono chiesto a chi Bersani non dovrà raccontare le favole. Sicuramente non ai ceti produttivi, operai, artigiani, piccoli imprenditori, insegnanti, impiegati, pensionati, gente, cioè, che alle favole non crede più da tempo, che pensa proprio che non è più tempo di favole, oggi, che la crisi si è abbattuta solo ed esclusivamente sulle loro spalle. Né hanno bisogno di sentire favole le giovani generazioni, quelli che oggi hanno quarant’anni e che sono cresciuti nutriti dalle favole e dalle balle di Berlusconi. Quella di Bersani, allora, è la fine delle favole per tutti, per i furbi che continuano a godere dei servizi dello Stato senza pagare le tasse, per coloro che al merito hanno preferito la raccomandazione, ai partiti che hanno occupato lo Stato pensando di essere essi stessi la democrazia, alle imprese che hanno pensato di sfruttare il territorio contro ogni logica di tutela e di salvaguardia degli equilibri naturali, quelli che pensano “consumo, ergo sum” credendo che le risorse siano inesauribili. Bersani sa pure che la favola della “mano invisibile” che regola il mercato e accontenta tutti, riesumata da Reagan e dalla Thatcher verso la fine del secolo scorso, non regge di fronte alle sfide della globalizzazione. Sa pure che il liberismo ha fatto il suo tempo, che capitalismo e comunismo, come si sono sviluppati nel secolo breve, hanno esaurito tutto il loro potenziale entro l’esperienza industrialista, che oggi occorre con coraggio percorrere nuove vie non solo per rispondere alle sfide della globalizzazione, ma per fronteggiare l’emergenza ambientale e l’esaurimento delle risorse naturali, dal petrolio all’acqua. I giornali ogni giorno ci raccontano di fabbriche che chiudono, di disoccupazione in costante aumento, di giovani che interrompono gli studi, di persone “per bene” che affollano nelle grandi città le mense della caritas. Proprio oggi a Genova, dove mi trovo per motivi familiari, una persona di buon aspetto, sicuramente non un barbone, mi ha fermato chiedendomi con educazione: “Signore, per favore, può darmi un euro, non mangio da giorni”. Ho sentito forte una commozione come non l’ho mai provata. Su Repubblica oggi ho letto che nel mezzogiorno d’Italia oltre trecentomila ragazzi sotto i 18 anni non si sono mai connessi ad internet, non hanno mai visto un cinema, non hanno mai letto un libro. Li chiamano i “disconnessi virtuali”, sono i nuovi poveri che si aggiungono ai “poveri vergognosi” come si chiamavano nel medioevo i nobili decaduti allo stato di povertà. Gli italiani hanno saputo esprimere il meglio delle proprie capacità nei momenti più drammatici, per questo motivo “l’hortus conclusus” del centro sinistra costituisce un limite forte per un’operazione politica di grande respiro, quando è più logico pensare ad un Patto per l’Italia capace di portare il Paese oltre il berlusconismo, oltre l’idea tutta provinciale e autarchica dell’italietta che riesce a risolvere da sola tutti i propri problemi con la speranza di rimanere fortificati ciascuno entro il proprio recinto fatto di effimere certezze. Per questo motivo Bersani è il politico che meglio di chiunque altro interpreta i segni del tempo che viviamo, per la sue caratteristiche, il suo modo lento, di mediare, mettere insieme, convincere, essere, insomma, inclusivo nel momento in cui c’è bisogno di gioco di squadra, qualcosa di più di un personale protagonismo senza speranze. Lui che dice di non raccontare favole sa bene che, continuando di questo passo, lor signori rischiano di perdere la brioche e pure la testa.sabato 10 novembre 2012
Tutti pazzi per Obama
Una lacrima sul viso, quella del
presidente degli Stati Uniti Barak Obama, ha fatto il giro dei giornali e delle
televisioni di tutto il mondo. Debbo essere sincero, questa lacrima è la cosa
che mi ha colpito di più di queste lunghe e appassionanti elezioni americane. Perché
un uomo che piange, in una società ancora così sessista e arcaicamente
tradizionale, costituisce veramente un segno dei tempi, è una rivoluzione. In
altre epoche, non tanto remote, si sarebbero mobilitati i servizi segreti per
impedire al pubblico di vedere l’immagine di un capo che piange e,
probabilmente, l’opposizione, e non solo, ne avrebbe chiesto l’ impeachment per
eccesso di debolezza d’animo! Invero, questa lacrima testimonia tutta la forza
di Obama, un uomo che riesce ad emozionarsi nell’esprimere il proprio
riconoscimento a tutte quelle ragazze e a quei ragazzi volontari che avevano
seguito con grande spirito di sacrificio un intero anno di campagna elettorale,
testimoniando in questo modo di essere un uomo capace di sentimenti, di umiltà,
di condivisione. E, in fondo, è questo che i cittadini vorrebbero dai propri
politici, e forse è più importante dei risultati che un politico può
realisticamente conseguire. Mi hai detto che ci avresti provato, ci hai provato
ma non ci sei riuscito, però mi hai detto la verità, e questo mi basta. Per
questo motivo la gente d’America si è mobilitata, quell’America che qualche
decennio fa, nei manuali di scienza della politica, veniva ricordata per la disassuefazione
al voto, mentre oggi fa la fila per votare Obama. E Barak si emoziona quando
parla della sua gente e dimostra di credere fino in fondo alle cose che dice e
promette. Al giornalista che lo intervista qualche ora dopo il suo primo
discorso da vincitore che gli chiede quali sono le priorità del suo secondo mandato,
Obama risponde categorico e senza incertezze: “La scuola e job,job,job – lavoro,lavoro,lavoro!”. Nient’altro è così urgente e fondamentale
del suo programma di governo se non come trovare i mezzi per realizzare questi
suoi propositi:”Sarà necessario che i ricchi come me paghino più tasse per
consentire ai meno abbienti di accedere a quegli strumenti che costituiscono i
presupposti della libertà, del sogno americano”. Questi strumenti sono l’istruzione
ed il lavoro, senza questi requisiti, nella società della conoscenza, non si va
da nessuna parte e senza l’introduzione di seri principi di uguaglianza non si
trovano le risorse per raggiungere lo scopo. Barak sa che in Parlamento non ha
la maggioranza dei deputati e dei senatori per potere procedere sulla via di
queste riforme fondamentali e apre all’opposizione:”Facciamo queste riforme
insieme, sono aperto a nuove idee, altrimenti ci aspettano anni di grandi
difficoltà”. Anche in questo caso il Presidente testimonia un grande senso di
realismo, ma anche di fermezza: “Altrimenti le detrazioni fiscali di cui godono
i ricchi dovranno essere soppresse”. Si riferisce, in questo caso, al grande
regalo concesso da Bush alle classi americane più ricche che usufruiscono
ancora di notevoli benefici fiscali, probabile causa della grande depressione
economica che sta attraversando l’America. Certo è che con Obama è stato
introdotto in America il concetto di Socialismo dei ricchi, una cosa assurda
per i grandi teorici del liberismo economico, cioè promuovere grandi
investimenti statali per salvare le grandi banche e le grandi imprese dal fallimento, ma ciò, se non altro, ha
dimostrato che la politica serve proprio a questo: rendere possibile ciò che la
teoria ritiene impraticabile. Però a differenza di ciò che accade in Italia,
Obama da un lato ha concesso gli aiuti alle imprese, come una boccata di
ossigeno, ma dall’altro canto ha preteso che i soldi dello Stato fossero
restituiti. E ciò lo sa bene il nostro Marchionne che ne è stato un
beneficiario per la ristrutturazione della Chrysler, soltanto che con Obama fa
l’amerikano, mentre con Monti vuole fare l’indiano come quanto prometteva venti
miliardi di investimenti in Italia magari dietro inconfessabili contropartite.
Insomma, Obama sarà pure un ricco capitalista, ma certamente è un uomo che ha
compreso appieno il suo tempo, che sa interpretare i bisogni di una società in trasformazione
e che deve tracciare un nuovo orizzonte per quello che per lunghi anni è stato
il sogno americano. Lo fa con sincerità, con garbo, con sentimento, con onestà
e anche con molta autorevolezza. Forse sono questi i motivi per cui in Italia tutti sono
pazzi per Obama.mercoledì 31 ottobre 2012
Le sfide di Crocetta tra ipotesi di sviluppo e timori di immobilismo
Le elezioni regionali del 28 ottobre scorso
consegnano ai siciliani un risultato di grande sconvolgimento del panorama
sociale e politico dell’isola. L’elezione di Rosario Crocetta costituisce senza
alcun dubbio una rottura significativa con una prassi consolidata che ha visto
susseguirsi alla Presidenza della Regione, tranne qualche eccezione, personaggi del blocco di potere dominante,
cioè il blocco affaristico-mafioso-clientelare. L’irrompere sulla scena
politica siciliana di quello che, a ragione, è stato definito il ciclone
Grillo, costituisce, altresì, un altro elemento di rottura rispetto all’atteggiamento,
spesso corresponsabile, che larga parte del popolo siciliano ha conservato nei
confronti della propria classe dirigente. Parlare di una presa di coscienza
popolare del declino di una Regione, che della propria autonomia ha fatto una
fiera prerogativa, e dell’esigenza di avviare una nuova fase di riscatto e di
libertà, è ancora troppo presto, ma non c’è alcun dubbio che queste elezioni
hanno creato uno spartiacque tra il prima e il dopo di questa stagione
elettorale. La presenza di Grillo, sottovalutata fino alla vigilia da tutte le
forze politiche in campo, ha sparigliato le carte della politica siciliana e
reso definitivamente impraticabile quel nuovo
connubio che fino a pochi mesi prima aveva caratterizzato il nuovo blocco di
potere tra MPA-PD-UDC, anche se durante
la campagna elettorale molti dei protagonisti si sono affannati a riproporlo
come possibile rimedio rispetto alla palesata impossibilità, rilevata
attraverso i sondaggi, di dare vita ad una maggioranza organica di governo,
giusto sull’esempio delle larghe intese che sostengono il governo Monti.
Malgrado, però, queste novità e questi stravolgimenti, le elezioni non hanno
sciolto tutti i nodi lasciati in eredità dal precedente governo Lombardo, per l’impossibilità
di costituire un governo al quale affiancare una organica maggioranza
parlamentare. Anzi, ad un’attenta lettura dei risultati, la composizione dei
seggi in larga parte rappresenta proprio il vecchio blocco di potere, anche se
in qualche caso rinnovato negli uomini ma non certo nella volontà di favorire
il rinnovamento delle istituzioni. Crocetta, dunque, dovrà muoversi
necessariamente al di fuori degli schemi classici e formare un governo capace
di raccogliere consenso innanzitutto fuori dall’istituzione, nell’opinione
pubblica, per condizionare l’assemblea regionale e puntare su una forma di
trasversalità capace di privilegiare cambiamento e innovazione a discapito
della fame di potere dei partiti e dei loro interessi clientelari e mal
affaristici. Un governo, perciò, di competenti, di persone oneste e senza “storie”
di cui vergognarsi, non necessariamente di appartenenza, privi di vincoli verso
consorterie e massonerie di vario genere. Lo vuole il popolo siciliano, ma è
anche una necessità dovuta alla contingenza di una Regione che si trova sull’orlo
di un baratro economico, una Regione alla quale non solo manca l’autorevolezza
di una classe dirigente all’altezza della situazione, ma che si trova anche
priva di un progetto di futuro. La recente campagna elettorale è stata
caratterizzata da troppi slogans e da pochi proponimenti, dall’assenza di idee
credibili e spendibili, dalla mancanza di autorevolezza senza la quale
qualunque progetto resta solo un buon proposito senza quella spinta
motivazionale capace di conquistare il cuore di un popolo sofferente. Con lo
zainetto sulle spalle, dalle nostre parti si può andare solo a raccogliere “babbaluci”,
non basta l’audacia di un rottamatore, l’arroganza giovanilistica e
inconcludente a mobilitare le masse. A chi rimprovera i cittadini di non essere
stati lungimiranti per avere disertato le urne facendo, così, perdere l’opportunità
di eleggere un deputato locale, occorre rinfacciare come il familismo amorale, fenomeno
di cui si sono occupati autorevoli studiosi come Alberto Alesina e Andrea
Ichino, trova indulgenza soltanto in quelle plaghe sottosviluppate economicamente
e culturalmente, non certo nell’area iblea, dove, fortunatamente, alligna la
fierezza di quelle genti che hanno saputo determinare il proprio destino grazie
alle proprie capacità, all’intelligenza e all’ansia di libertà che le ha
animate. Sono le scelte da intraprendere
che caratterizzerà il nuovo governo della Regione Sicilia, ed i tagli non
possono che essere un corollario necessario e irrinunciabile dell’azione di
Governo, perché solo dai tagli possono arrivare le risorse per pagare il debito
e rilanciare lo sviluppo. Non è più, dunque, rinviabile il nodo della Formazione Professionale, per la quale la
Regione spende oltre 500 milioni di euro l’anno per mantenere un apparato
clientelare di nessuna utilità per i disoccupati; il nodo della forestazione,
altro carrozzone clientelare svicolato da qualunque ipotesi di sviluppo
produttivo del territorio; il pesante carrozzone burocratico della Regione dove
maggiormente si alligna l’intreccio clientelare-affaristico-mafioso; la sanità
sulla quale pesano interessi trasversali di casta che alimentano la spesa senza
contropartite in termini di efficienza ed efficacia dei servizi resi ai cittadini; i
fondi europei, bloccati da interessi clientelari e mafiosi, utilizzati finora in
minima parte e solo per favorire un dilagante malcostume dal quale nessuna
istituzione, anche la scuola, risulta ormai estranea. Da questi comparti, oltre
che da un rinnovato rapporto tra Stato e Regione, possono venire le risorse da
destinare ai territori e ai ceti produttivi per rilanciare l’economia. Ma qui è
necessario allontanare i centri di spesa dalla Regione. Occorre una riforma
dell’istituzione regionale che la privi
da qualunque attività di gestione, se non per quelle altamente qualificate
(quali grandi infrastrutture, gestione
delle calamità naturali ecc.), per dare più risorse, più mezzi, più autonomia ai
territori, riservando ad essa compiti legislativi e di controllo. La
ridefinizione delle provincie può essere l’occasione per fare scelte coraggiose
e innovative in direzione del decentramento, basterebbero tre o quattro macro
aree su cui disegnare il nuovo assetto amministrativo cui far corrispondere
altrettanti progetti di sviluppo in sintonia con le vocazioni territoriali, senza
attardarsi su inutili quanto stereotipate posizioni di retroguardia a difesa
dell’assetto istituzionali esistente. Dieci proposte di legge per cambiare la
Sicilia che il nuovo governo dovrebbe sottoporre all’Assemblea Regionale entro i
primi cento giorni, oppure il ritorno alle elezioni. Su un’ipotesi del genere
si scommette il futuro della Sicilia per evitare la più gattopardesca delle soluzioni: l'inciucio. Crocetta, rivoluzionario bon grè mal grè . mercoledì 17 ottobre 2012
Dopo lo "sbarco" di Grillo la Sicilia potrebbe non essere più la stessa
Dopo lo “sbarco” di Grillo, le
elezioni in Sicilia sembrano non avere più storia. Su un aspetto della campagna
elettorale sembra oramai acquisito un fatto: Grillo conquista le piazze. Mai
vista tanta gente dai tempi in cui arrivavano i big nazionali come Berlinguer,
Moro e tanti altri. Qualcuno dice che la gente è attratta dal Grillo comico,
dallo spettacolo. Ma tanto si sa, quando la volpe non arriva all’uva dice che è
acerba. La verità è ben più tragica, ed è chiaro che nell’epoca in cui i
partiti come organizzazioni sono letteralmente spariti dalla scena e tanti
piccoli scilipoti devono confrontarsi sul terreno della comunicazione, allora
veramente non c’è più storia, chi lo frega Grillo che è un guru della
comunicazione, chi può vincerlo sul terreno che gli è proprio? Non sappiamo
cos’altro si inventerà prima della conclusione della campagna elettorale, ma lo
“sbarco” in Sicilia attraversando lo Stretto di Messina a nuoto è stata una
trovata geniale. Ci stanno tutte le proprietà per la costruzione di un evento
capace di tramutarsi in mito. Preparato con l’annuncio attraverso la stampa, ha
creato curiosità ed attesa, ha scommesso sul coraggio e sulla forza. Si è
preparato bene per recitare la parte dell’eroe in quest’arena dove parecchi
sono i cavalieri che competono con le spade spuntate per le loro qualità di onorevoli
falliti o di outsider buttati lì dai pupari più furbi, quelli che capiscono che
non è aria che tira e che è meglio aspettare momenti migliori. D’altronde non
sono stati i dirigenti dei partiti a scommettere sul carisma, sul personalismo
al posto del collettivo? Mi ricordo ancora, tanto tempo fa, quando i comunisti
e i democristiani affiggevano i manifesti con i loro simboli, la falce e il
martello o lo scudo crociato, evitando di esporre facce ammiccanti e spesso
anche stucchevoli, tempi in cui si andava porta a porta a parlare con la gente.
Oggi, a causa di un’errata interpretazione della modernità, nel simbolo si
trovano i nomi dei leader, con il risultato che trombato il leader non resta nemmeno
il partito. Quasi tutti hanno voluto puntare sulla forza del proprio carisma
personale, costruito a colpi di frasi ad effetto, sulla propria capacità di
“bucare il video”, a discapito dei programmi e del buon governo. Ma se tutto
ciò può andare bene per chi si presenta ingenuamente per la prima volta al
cospetto dell’elettorato, altrettanto non si può certo dire per chi ha
governato per venti anni. E’ emblematico il video che mostra il candidato
Presidente Miccichè che parla in una piazza quasi deserta davanti ad uno
striscione sorretto da un gruppetto di ragazzi su cui campeggia la scritta:”17
anni con Lombardo, Berlusconi, Cuffaro, Dell’Utri , Miccichè togliti dalle
liste elettorali!”. Qui non è più sufficiente la seduzione del tribuno bello ed
intelligente, la gente vuole resoconti, fatti e non più parole…parole…parole.
La costruzione mediatica del dirigente non funziona più, su questo terreno vince Grillo perché è il
suo mestiere. La gente chiede partecipazione, confronto delle idee, costruzione
di un progetto e certamente Grillo non è tutto questo. Grillo fa il suo
mestiere di comico, dice alla gente ciò che la gente vuole sentire. La gente sa
che i politici rubano e vuole qualcuno che glielo dice e glielo canta. I
discorsi di Grillo rafforzano il sentimento popolare e amplificano l’antipolitica.
Fanno male i politici a sottovalutare Grillo liquidandolo come un abominevole
pifferaio magico. In Sicilia la sconfitta della politica potrebbe rafforzare il
sistema clientelare-mafioso che potrebbe avere più presa su un’assemblea
regionale composta prevalentemente da personaggi inquinati e da persone
inesperte. Ma la campagna elettorale continua nell’assenza assoluta di
confronto, in piazze deserte e nella continua recita di monologhi così
omolagati che sembrano costruiti in serie dalla moderna fabbrica elettorale.
Manca una visione realistica della Sicilia di domani, manca il coraggio dell’autocritica,
mancano le idee, un progetto a cui legare le ansie e le aspettative
dei giovani, manca la capacità di rigenerare fiducia. E poi c'è un deficit di competenze necessarie per affrontare seriamente il nodo
della riforma della Regione, presupposto utile ed inderogabile per la sua
rinascita morale e civile, senza la quale è impossibile parlare di sviluppo.
Così, mentre i cittadini continuano con sacrificio e timore ad affrontare le
loro giornate pervase ed aggravate dai problemi di sempre, continuano gli
eventi inventati da Grillo tra gli applausi e gli entusiasmi di quel popolo
che, ancora una volta resta sedotto, come scriveva Antonio Gramsci nei
Quaderni:”… «dall’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale,
per l’uomo intelligente come tale… forse unica forma di sciovinismo popolare in
Italia”. Alla fine, com’è successo per l’altro “sbarco” più famoso, molti
chiederanno di dedicargli una strada o costruirgli
un monumento, magari senza sapere perché.martedì 16 ottobre 2012
Risolto il caso della piccola disabile privata dell’assistenza, ma chi paga per l’incuria?
Ho letto oggi sul giornale “La Sicilia” che
l’Assessore Giovanni Caruano ha chiesto scusa alle famiglie per i ritardi con
cui il Comune di Vittoria ha provveduto ad assegnare il personale alle scuole
per occuparsi dei bambini disabili. Ho colto in questo gesto un segno di civiltà
e di educazione che è difficile trovare in questo deserto che è diventato la
politica nel nostro territorio. Ma mi sono chiesto anche, come credo se lo chiedano
tanti altri cittadini, chi paga per questo ritardo che non trova nessuna giustificazione?
In questo caso non si possono addurre scuse banali o di semplice circostanza,
non si possono invocare i soliti ritardi nei trasferimenti della regione, delle
risorse sottratte agli Enti Locali dal Governo Monti, quando poi si assiste,
malgrado i continui piagnistei e mugugni, all’assunzione di esperti per i quali
possono esprimersi solo seri e fondati giudizi di inopportunità. Anzi, in
questa circostanza sono stati addotti motivi legati ai tempi tecnici necessari
per l’espletamento della gara, ma allora viene da chiedersi perché non si è
provveduto in tempo utile? Perché per fare una disinfestazione bisogna
aspettare sempre l’arrivo inoltrato dell’estate, per pulire le spiagge aspettare il mese di agosto? Perché i servizi
arrivano sempre alla fine, quando ormai non servono più? Mi chiedo allora, come
se lo chiedono tanti cittadini, ma che fanno i dirigenti del Comune, come viene
valutato il loro lavoro, ma, soprattutto, con quali criteri sono scelti dall’amministrazione
e quali sono i provvedimenti adottati in caso di inefficienza o di inadeguatezza rispetto al ruolo che svolgono?
Sarebbe ora, che di fronte all’ennesimo ingiustificato ritardo che ha costretto
una famiglia a rivolgersi ai carabinieri per avere riconosciuto un diritto
sacrosanto, subendo l’umiliazione di finire pure sulle pagine dei giornali, ci
fosse un provvedimento disciplinare, uno solo, per potere dimostrare,
finalmente, di esercitare utilmente
l’incarico politico ricevuto dai cittadini. Una volta gli alti burocrati
lamentavano il fatto che da loro ci si aspettavano i miracoli a fronte di
stipendi miserabili, ma oggi ci sono dirigenti che costano alle casse comunali
oltre centomila euro l’anno ed è giusto che vengano censurati quando dimostrano
di non essere all’altezza della situazione. giovedì 11 ottobre 2012
Noi, i ragazzi del ' 68.
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