sabato 28 maggio 2016

Riflessioni per una nuova prospettiva di cambiamento.


Il mondo sta cambiando velocemente. Tutto quello che era, (valori, ideali, appartenenze), oggi è liquido, come sostiene il sociologo Zygmut Bauman, ed i giovani nella società liquida in cui vivono non trovano più le certezze e i validi riferimenti che nelle passate società traghettavano le generazioni da un sistema ad un altro. Nel mondo in trasformazione le istituzioni che riescono ad organizzarsi meglio e ad adattarsi ai nuovi sistemi si sviluppano e prosperano nelle nuove condizioni. Questo processo si chiama resilienza, ma Charles Darwin ne aveva intuito il senso già nella sua Teoria dell’Evoluzione. Per molto tempo si è creduto che la capacità di sopravvivenza fosse prerogativa dei più forti, ma si è visto che i più deboli riescono ancora meglio attraverso la collaborazione, molti insetti infatti sopravvivono sulla terra da milioni di anni, come le formiche e le api che costituiscono un esempio di vita organizzata intelligente, al contrario dei dinosauri che si sono estinti. Gli umani sono sopravvissuti per la loro tendenza a creare comunità e a dotarsi di organizzazioni per il soddisfacimento dei loro bisogni, mentre la cooperazione è stata fondamentale per lo sviluppo delle facoltà intellettive e per il benessere sociale. I conflitti hanno segnato sempre occasioni di regresso e di stagnazione a causa dei sentimenti di angoscia e di paura che si sono generate nelle popolazioni, oltre alla perdita ingente di risorse umane e materiali. La pace, invece, ha segnato da sempre periodi di ricchezza e di progresso spirituale e materiale. Tutto ciò ormai è iscritto nel patrimonio genetico dell’umanità ed è a tutti evidente che le nuove generazioni, cresciute nella pace e nel progresso, rifuggono dalla guerra. Il mondo della post modernità che noi stiamo vivendo, con grande sofferenza perché ci è ancora difficile coglierne le dinamiche, è un mondo che avrà successo soltanto se le comunità sapranno generare empatia, cioè lo sviluppo di nuove attitudini capaci di farci sentire in armonia con gli altri, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d'animo, e,  quindi, in piena sintonia con ciò che ciascuno vive e sente. La civiltà  dell’empatia è la prospettiva tracciata dall’economista americano Jeremy Rifkin per la costruzione della coscienza globale nel mondo in crisi. In questa nuova dimensione del mondo nel quale il pensiero è sempre più pensiero globale, capace, cioè, di superare le barriere regionali e nazionali, l’agire umano si manifesta come la capacità locale di rispondere ai nuovi problemi del mondo, per cui la nuova dimensione umana dovrà articolarsi sempre più nel senso del pensare globale e dell’agire locale. La conseguenza di questa nuova prospettiva, che a ragione presuppone un nuovo umanesimo capace di influenzare la vita dell’uomo nelle sue articolazioni sociali, produttive, intellettuali, presuppone uno stravolgimento delle istituzioni a tutti i livelli, ed una nuova necessità di competere empaticamente. In questa nuova dimensione umana, le comunità non si scontrano, ma si cercano per risolvere vicendevolmente i propri problemi ed insieme prosperano, la competizione allora favorisce chi riesce a collaborare meglio e non chi prevarica e uccide di più. Occorre dare vita, allora,  ad un nuovo tipo di istituzione locale, il Nuovo Comune Democratico, un’istituzione che dovrà adeguarsi a questa nuova prospettiva globale  per rispondere ai nuovi bisogni con strumenti capaci di promuoverne la presenza nel mondo. Il Nuovo Comune Democratico assume su di sé il compito di sostenere i propri cittadini, nelle varie articolazioni produttive, intellettive, sociali, entro la nuova dimensione globale per competere empaticamente. Per il raggiungimento di questo obiettivo la nuova istituzione dovrà necessariamente ristrutturarsi secondo logiche organizzative adeguate alle nuove esigenze. Attardarsi nella riorganizzazione degli uffici e dei servizi estende ulteriormente il gap che divide  le aree più depresse dalle aree più sviluppate. Nell’era della conoscenza,  una nuova leva di lavoratori, i nuovi operai del sapere, dovranno subentrare agli impiegati amministrativi nell’ambito di  servizi capaci di rispondere ai nuovi bisogni dei cittadini. Molti uffici, ormai residui del vecchio Stato ottocentesco, preposti più al controllo sociale che non alla promozione delle libere attività umane, vanno soppressi o accorpati, per dare spazio ad uffici in grado di promuovere più capacità organizzativa, nuove forme associative, idee di sviluppo, cooperazione con altri territori, impulso alla conoscenza, inclusione sociale, collaborazione intergenerazionale, nuova logistica, ricerca scientifica e tecnologica, nuove attività produttive, formazione culturale e professionale. L’Ente Locale diventa così il centro propulsore di tutte le attività umane del territorio ove il governo si identifica con la partecipazione attiva dei cittadini. Il Nuovo Comune Democratico fornisce l’impulso per una nuova riconversione produttiva. Terra, mare, cultura costituiscono le direttrici verso le quali muove un nuovo modo di fare economia. Nelle campagne occorre portare più conoscenza, più tecnologia, più cooperazione, nel pieno rispetto della tradizione e della salvaguardia ambientale . L’individualismo è stato considerato il peggior difetto dei nostri contadini, ma non è vero. L’unità produttiva familiare nel nostro comprensorio è stata capace di coniugare solidarietà e spirito di sacrificio, dedizione al lavoro e voglia di crescere, conservazione dei propri valori identificativi. Oggi questa realtà familiare va tutelata e salvaguardata, ma va dotata di strumenti che l’aiutino ad essere competitiva entro un contesto molto più vasto come quello globale, ciò significa che va accorciata la filiera produttiva per ricondurre tutte le attività entro i confini territoriali:  ricerca, produzione, trasformazione, marketing, logistica, nuove rotte commerciali. Il prodotto deve potersi identificare con il territorio ed il territorio garantire qualità, salubrità, benessere alimentare, giusto valore per chi vende e per chi acquista. La nuova occupazione nasce e si sviluppa entro questa visione della realtà che ci circonda. Il Nuovo Comune Democratico è il centro propulsore per la nuova riconversione produttiva che segue quella serricola, offrendo  nuovi servizi, coordinando tutti gli attori della filiera, contrattando con la Regione nuovi livelli di intervento nell’ambito della programmazione regionale e comunitaria, rappresentando il territorio ed interloquendo con soggetti istituzionali di altri territori interni ed esterni all’Europa. L’agricoltura rimane l’asse portante dell’economia, ma interagisce con attività industriali per la trasformazione dei prodotti, promuove il commercio, sostiene la ricerca e la formazione nell’ambito della programmazione promossa dal Nuovo Comune Democratico. Le attività industriali, nell’ottica di uno sviluppo multicentrico, debbono trarre dall’agricoltura la materia prima per le necessarie trasformazioni, la produzione di licopene dal pomodoro e di altre sostanze  vegetali, ad esempio, possono segnare l’inizio di un nuovo processo di sviluppo, stabilendo inediti rapporti tra agricoltura ed industria di trasformazione.  Per raggiungere questi obiettivi non è sufficiente aspirare agli aiuti comunitari, occorre reperire nuove risorse finanziarie nel mercato dei capitali, ma per riuscirci è necessario che il territorio diventi attrattivo. Un territorio attrattivo è un’area a criminalità zero, è un’area dove i servizi funzionano,  dove la pubblica amministrazione è trasparente,  dove i cittadini sviluppano e difendono un alto grado di civiltà. Se i cittadini pretendono il lavoro, allora devono curare il decoro delle loro città, devono combattere il crimine denunciando ed isolando i criminali, devono mandare i figli a scuola, non devono mai smettere di acculturarsi e di migliorare la propria professionalità, devono partecipare alla vita politica della propria comunità, devono contribuire con le proprie azioni al benessere collettivo. E' questa la nuova sfida. Il Nuovo Comune Democratico favorisce la crescita civile dei propri rappresentati pretendendo dai più abbienti il giusto tributo ed aiutando i più deboli a recuperare i propri ritardi materiali e culturali, nello stesso tempo esercita con rigore l’applicazione delle norme. Un territorio attrattivo, anche per un ipotesi di sviluppo turistico, necessita di servizi che funzionano, dall’igiene e pulizia urbana ai trasporti, dall’accoglienza agli eventi culturali, dagli spazi ricreativi alla valorizzazione delle risorse naturali ed ambientali. Nel Nuovo Comune Democratico i processi risultano invertiti: il Comune non è il luogo dove una classe dirigente esercita il proprio governo sui cittadini, bensì il luogo dove i cittadini utilizzano gli strumenti della partecipazione per raggiungere i propri obiettivi di crescita materiale e culturale servendosi di una classe dirigente esperta, dotata di competenze culturali e professionali, capace di agire in maniera efficace ed efficiente. Non solo, nel Nuovo Comune Democratico la partecipazione ed il confronto non sono considerati una perdita di tempo. Tutto questo è resilienza, lo sanno bene i vittoriesi che nei secoli hanno fatto dell'innovazione una loro peculiare prerogativa.

lunedì 19 ottobre 2015

Attualità del pensiero del Prof. Giuseppe Susani in materia di pianificazione urbanistica


Il recente dibattito sul Piano Regolatore Generale della Città di Vittoria, con le sue appendici giudiziarie, pone all’osservatore una serie di domande che, stante il clima preelettorale in cui si trova la città, possono diventare una buona occasione per coloro che si accingono a candidarsi alla guida del Comune per esprimersi su una materia fondamentale per il futuro governo locale. Il Prof. Giuseppe Susani, padre del vigente PRG, ebbe modo di spiegare che il Piano Regolatore,  essendo composto da un’insieme di norme e prescrizioni che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini e delle imprese, sui loro diritti e anche sui loro doveri, nella fase della sua elaborazione ed in quella successiva della sua approvazione, dovrebbe essere supportato non solo dal contributo di tutti i gruppi politici, ma anche dalla maggioranza dei cittadini e delle loro espressioni associative, sindacali, culturali e ricreative. Secondo Susani, più ampia è la partecipazione, la comprensione e la condivisione delle scelte operate dai progettisti, più facile diventa l’attuazione, la vigilanza e il rispetto delle norme da essi posti a fondamento del Piano. Un altro elemento ricorrente nella prassi introdotta da Susani riguarda il modo in cui gli amministratori rispondono alla domanda inevitabile che il progettista pone al committente: a quali interessi si deve ispirare il Piano Regolatore? Attorno a questa domanda si gioca la partita del Piano Regolatore Generale. Il Piano, infatti, può essere, e generalmente lo è, custode di interessi particolari, espressione della rendita fondiaria, di disinvolte attività imprenditoriali, di speculazioni politiche ed amministrative, oppure, e molto di rado, espressione di interessi collettivi e diffusi che possono riguardare il soddisfacimento del bisogno di servizi, di scuole, di attrezzature sportive, di tutela dell’ambiente, di qualità della vita oltre che di alloggi. A queste ultime istanze risponde il Piano vigente, frutto di una grande partecipazione popolare (conservo ancora gelosamente i disegni degli scolari dell’indimenticata maestra Cucuzzella che auspicavano il ritorno delle rondini, gli spazi verdi per giocare). Ma il Piano, sempre  secondo Susani,  è custode della storia e delle tradizioni popolari, interpreta i bisogni e progetta i cambiamenti e gli adattamenti delle strutture urbane nel rispetto delle vocazioni ambientali, senza alterare artificialmente gli assetti naturali e paesaggistici. All’epoca, i precedenti progettisti Ugo e Verace, invero, avevano interpretato il Piano nell’ottica di un dinamismo economico, suggerito dall’improvviso imperversare delle colture sotto serra, di tipo californiano, suggerendo ampi sventramenti di interi comparti edilizi anche nel centro storico, sottovalutando il fatto che lo sviluppo economico non aveva come protagonista la grande impresa capitalista, bensì una massa di migliaia di piccoli coltivatori, ciascuno portatore di interessi modesti, in contrasto, quindi, con le politiche palazzinare che videro protagonisti i fratelli Ferrini di Catania. La sbornia palazzinara durò poco, perché esauriti i bisogni della piccola borghesia cittadina, molti appartamenti restarono invenduti perché non soddisfacevano i bisogni delle famiglie contadine, non abituate a convivere nei condomini che non consentivano il prolungamento delle loro attività produttive. La stessa cosa sta accadendo adesso con l’aeroporto di Comiso, capace di suscitare fantasie di sviluppo  evocative di scenari fantasmagorici che nessuna attinenza hanno a che fare con la realtà, semplicemente perché non sono suffragati da studi e ricerche sulle reali potenzialità offerte dal territorio in materia di turismo, attività per la quale non disponiamo degli stessi saperi consolidati e diffusi come quelli agricoli, per le quali a ragione ci vantiamo di costituire un’autentica eccellenza.  Partecipazione, dunque, ampia condivisione delle scelte, ma soprattutto aderenza ai bisogni ed alle aspettative di larghe masse popolari,  senza perdere di vista lo scenario entro cui maturano e si sviluppano tali attese, rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali, sono questi gli insegnamenti di un grande urbanista che ci ha spiegato passato presente e futuro della nostra città, restituendoci l’orgoglio di sentirci vittoriesi. L’attuale progetto di revisione dello strumento urbanistico non ha niente a che vedere con questo insegnamento. Secondo la vulgata corrente, il Piano vigente ha ingessato lo sviluppo urbanistico della città, dichiarazione che contrasta nettamente con quanto  si legge nella stessa relazione di accompagnamento della proposta di revisione del Piano ove risultano 3500  licenze edilizie rilasciate nel decennio 1997 – 2007 con ben 1.250.000 m di volume costruito, una stanza per abitante! Altro che ingessamento!  Altra vulgata molto gettonata riporta che l’attuale PRG non dispone di aree sufficienti per dotare la città di strutture alberghiere adeguate ai flussi turistici previsti in incremento a causa dell’apertura dell’aeroporto. Anche in questo caso l’affermazione non risponde a verità, in quanto il Piano vigente dispone di un’ampia dotazione di aree riservate alla realizzazione di alberghi e di strutture dedicate all’usufruizione del mare. Semmai c’è da verificare per quali motivi gli insediamenti non hanno avuto pratica realizzazione, ma di ciò nè i progettisti né gli amministratori si sono curati durante questo lungo periodo necessario alla predisposizione di questo aggiornamento degli strumenti urbanistici. Sono tanti otto anni, tante cose possono succedere in otto anni, tanti interessi si possono intrecciare e consolidare in otto anni. Ciò spiega in parte la spaccatura verificatesi in consiglio comunale e la difficoltà a costruire il consenso necessario attorno a scelte fondamentali per la città. Le dichiarazioni dei componenti il gruppo di studio per la revisione del Piano, composto da funzionari e dirigenti del Comune,  rese alla commissione assetto del territorio, lasciano quanto meno allibiti. In pratica, secondo quanto dichiarato, i protagonisti che avrebbero dovuto seguire l’iter di formazione del nuovo strumento urbanistico non sarebbero stati adeguatamente coinvolti. E allora chi è stato coinvolto? In quale arcano meandro, se non dentro il municipio, sono maturate le scelte poste a base del nuovo strumento urbanistico? Sono dunque tanti i motivi che stanno alla base del conflitto insorto tra maggioranza del Consiglio  e Amministrazione Comunale relativamente alla proposta di approvazione della variante al Piano. La maggioranza del Consiglio ha approvato la variante di Piano introducendo correttivi significativi ma l’amministrazione, facendo ricorso a cavilli procedurali, ha ricorso giudiziariamente contro una parte maggioritaria del civico consesso,  così limitando le prerogative del Consiglio  cui spetta per competenza l’approvazione degli strumenti urbanistici. Si tratta di un fatto gravissimo, che ribalta l’attribuzione delle competenze tra consiglio e amministrazione, peraltro suffragato da una sentenza del TAR che, a mio avviso, avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il ricorso dei consiglieri di minoranza, perché è inconcepibile che la magistratura intervenga in una materia attinente l’attività di un consesso pubblico cui spetta il potere di indirizzo e di controllo politico-amministrativo del comune. Il problema infatti non si è affatto risolto, tanto che  l’amministrazione comunale ha prodotto  un nuovo schema di massima da proporre al Consiglio Comunale. Sembrerebbe una proposta di compromesso tra le istanze del Consiglio e l’originaria proposta dell’Amministrazione, ma a ben guardare nulla sembra essere cambiato, le scelte di fondo rimangono tali e quali, nello sfondo si intravede l’emergere di una prospettiva cementificatoria che devasta ancora di più il territorio, crea i presupposti per l’abbandono massiccio del centro storico, determina una consistente svalutazione del patrimonio dei vittoriesi che sul mattone hanno investito i propri risparmi e  acuisce i disagi atavici della città per quanto riguarda la distribuzione dell’acqua, la gestione della rete fognaria, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, il completamento dei servizi (scuole, impiantistica sportiva, viabilità, verde pubblico ed aree attrezzate),  mentre le prospettive di sviluppo legate a nuovi insediamenti turistici sembrano verosimilmente  delle millanterie  di fine legislatura. Sull’onda della parola d’ordine che bisogna rimediare agli insediamenti a macchia di leopardo, di fatto le nuove previsioni tendono alla cementificazione delle poche aree di verde che rimangono ancora a disposizione, favorendo un ulteriore consumo di suolo e abbandonando qualunque prospettiva di riorganizzazione urbana a partire dal centro storico e delle periferie degradate, per le quali la dotazione di servizi risulta ancora fortemente deficitaria. Anche la sbandierata perequazione, senza una regolamentazione che a priori stabilisca criteri ed indirizzi per la sua applicazione, lascia ai futuri amministratori ampi margini di discrezionalità, capaci di indurre ciò che in altri contesti fu definito come vero e proprio “sacco urbanistico”. Sarà, dunque, pressoché improbabile che l’attuale legislatura si concluda con l’ approvazione di un nuovo PRG, mentre al nuovo Consiglio spetterà il compito di ricominciare tutto d’accapo. Per questo motivo sarebbe quanto mai opportuno che queste problematiche fossero affrontate non per slogans, ma attraverso un ampio ed articolato confronto. Solo attraverso il confronto i cittadini possono trarre un apprezzabile convincimento sui problemi reali della città.

giovedì 17 aprile 2014

Un nuovo piano regolatore per un nuovo sviluppo sostenibile


C’è il rischio che il dibattito attorno al Piano Regolatore del Comune di Vittoria finisca per dividere le fazioni contrapposte come i buoni da un lato e i cattivi dall’altro, tra quelli che vogliono la tutela del territorio e dell’ambiente e quelli che vogliono cementificare tutto. Ma aldilà dei buoni propositi degli uni e degli altri, è difficile pensare che interessi occulti non condizionino le fazioni in campo, anche a loro insaputa. La disciplina urbanistica è una materia difficile e complessa, caratterizzata da un lato da una farraginosa ragnatela di norme e prescrizioni solitamente riservata agli addetti ai lavori, cioè i tecnici, dall’altro da un coacervo di interessi diffusi che vanno dalla rendita di posizione dei proprietari fondiari, ai costruttori, alle famiglie che devono costruire le proprie case, agli operai che hanno bisogno di lavorare, all’intermediazione, all’indotto industriale e commerciale che trae le ragioni delle proprie finalità produttive proprio dall’attività edile, agli studi professionali, agli enti pubblici che devono soddisfare il bisogno di infrastrutture e servizi per la collettività. Una platea vasta, multiforme, caratterizzata e cementata da un’unica finalità: costruire. C’è poi un’altra platea, meno visibile, ma non meno importante, composta da quelli che potremmo definire i portatori di interessi immateriali, pur essi diffusi e presenti in vaste aree della popolazione, che sono i cultori della cultura, della storia e della tradizione, gli amanti dell’ambiente e delle sue connotazioni, così come si sono armonizzati nel tempo in conseguenza dei processi che gli uomini hanno attivato per garantire il ricambio organico e che, in un’unica parola, potremmo definire la memoria di un territorio. Il Piano Regolatore, dunque, “regola” una complessa quantità di interessi e di aspettative, alcuni di carattere speculativo proprio delle modalità del produrre: l’investimento finanziario, l’uso delle tecnologie, l’uso della proprietà; altre riguardanti il soddisfacimento di bisogni materiali: quali costruire case, scuole, strade, ospedali; altri riguardanti la conservazione di valori storici ed etici attinenti ad uno specifico  territorio: gli usi e i costumi, le vestigia, la specificità dell’ambiente, la tradizione, i monumenti. Le variazioni attinenti il modo di produrre e il conseguente modificarsi di interessi ed aspettative, inducono una “tensione” al complesso sistema del Piano. Le prescrizioni, le norme di attuazione, con il passare del tempo confliggono con i nuovi attori sociali, quelli che costituiscono i fautori del cambiamento e, dunque, sono proprio questi nuovi protagonisti che alimentano la pressione sulla politica, rivendicando l’adeguamento ai nuovi processi socio-economici. Ecco perché è necessario esaminare lo scenario entro cui matura il tempo per una revisione del Piano. La prima cosa che ci si chiede è se sono mutati i fattori produttivi e come è cambiata o come si è modificata la struttura demografica rispetto ai dati che caratterizzarono il Piano al momento della sua prima elaborazione. Io non sono in possesso dei dati su cui hanno lavorato i tecnici, ma avendo rivolto uno sguardo ai dati recenti elaborati dalla Camera di Commercio di Ragusa, ho constatato  che è in corso una trasformazione degli assetti fondiari relativi al sistema agricolo, nel senso che va affermandosi la costituzione di aziende medio grandi con prevalenza di manodopera salariata con conseguente restringimento della piccola azienda a conduzione familiare. Questa tendenza ha sviluppo esponenziale, ai ritmi attuali e con le difficoltà legate al sistema di commercializzazione, alla concorrenza straniera, alla difficoltà di accesso al credito, entro i prossimi dieci anni verosimilmente si potrebbe verificare un completo capovolgimento degli assetti produttivi: sviluppo dell’azienda capitalistica e scomparsa della piccola azienda contadina. Questa conseguenza non ha effetti neutrali, giacché il decadere di una massa di non meno di 16.000 piccoli produttori verso il lavoro salariato potrebbe avere costi sociali ingenti, anche in considerazione del fatto che i salariati locali dovranno competere con la manodopera immigrata, più disponibile ad accettare forme di lavoro in nero scarsamente remunerato, perlopiù incentivato dall’ulteriore processo di flessibilità che sarà varato con il Job Act. Lo scenario potrebbe far prevedere un processo di impoverimento di quegli strati della popolazione che sono stati protagonisti delle trasformazioni agrarie avviate mezzo secolo fa, per cui è necessario pensare da subito ad una riconversione produttiva capace di salvare migliaia di posti di lavoro. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si, così come penso che questi nuovi assetti non possono non interessare il dibattito politico ed il necessario confronto con le forze sociali: le forze politiche,  i sindacati dei lavoratori e le categorie professionali . Solo dalle scelte e dalle indicazioni che produrrà questo confronto, potranno scaturire quelle tendenze capaci di orientare le nuove regole urbanistiche che, a loro volta, dovranno ispirare il nuovo Piano regolatore. Forze lavoro e nuove tendenze occupazionali. La disoccupazione si attesta attorno al 18%, inferiore di 5 punti rispetto al dato regionale, ma con una forte connotazione negativa che riguarda l’occupazione femminile e con maggiore criticità nella fascia di età compresa tra i 18 e i 40 anni. Si tratta perlopiù di manodopera altamente qualificata, diplomata e laureata, ma con competenze in gran parte estranee ai tradizionali processi produttivi legati all’agricoltura, all’industria e all’artigianato. Gran parte di questi disoccupati aspirano ad un incarico come docente o ad una carriera nella pubblica amministrazione, o  ad esercitare una libera professione. Ma come abbiamo visto la scuola subisce pesanti ridimensionamenti e ne subirà di altri a causa del calo demografico, mentre la pubblica amministrazione non sa ancora come ovviare al dramma del precariato che ha assunto proporzioni non più sostenibili nell’epoca della cosiddetta spending review. Non da meno è la condizione degli ordini professionali, non più in grado di sostenere l’urto dei nuovi arrivati, il numero dei professionisti, infatti, nelle varie specializzazioni, supera il numero medio dei paesi europei e le categorie, negli ultimi anni, hanno subito un processo di graduale impoverimento. Si pone allora  il problema della riconversione delle competenze alla luce di quelle che saranno le direttive entro cui dovrà muovere il nuovo modello di sviluppo. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. Le attività commerciali hanno subito negli ultimi anni una drammatica inversione di tendenza e l’unico fenomeno, ancora scarsamente studiato, è costituito dall’apertura di numerosi esercizi da parte di esercenti cinesi. Di fatto i grandi centri commerciali, che gravitano sul versante ragusano e modicano, hanno inferto colpi durissimi al commercio locale e i tentativi di rivitalizzare il centro storico, considerata l’approssimazione e l’assoluta mancanza di competenze con cui è stato affrontato, non hanno prodotto gli effetti sperati. Il versante turistico versa in una condizione ancora più disperata. Nulla di tutto quanto desidera un turista si trova alla sua portata e di converso abbondano strade sporche e disseminate di buche, spiagge abbandonate per grande parte dell’anno, verde pubblico non adeguatamente curato, fumarole velenosissime a bella vista dalla primavera all’autunno, totale assenza di parcheggi, assenza di collegamenti pubblici verso il comprensorio limitrofo, discariche abusive in tutto il territorio, endemica carenza idrica nel periodo estivo, lungomare sporco e disseminato di contenitori maleodoranti e ridondanti di sacchi di immondizia sotto il sole cocente, traffico caotico. Il turismo è un settore che non matura da sé, è opportuno verificare le potenzialità del territorio per poterle valorizzare ed organizzare sia in termini infrastrutturali sia in termini di competenze, occorre indagare la domanda alla luce dei grandi processi di mobilità indotti dalla globalizzazione dell’economia per potere di conseguenza definire il target dell’offerta, non senza tenere in considerazione che i villaggi turistici già insediati nella provincia non godono ottima salute, ed in considerazione del grande patrimonio edilizio esistente lungo la costa che costituisce la cassaforte dei vittoriesi, nel bene e nel male. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. E si potrebbe continuare: il ruolo dell’aeroporto, l’università e la ricerca applicata all’agricoltura, le fiere ed il mercato ortofrutticolo, il fenomeno immigratorio e le politiche per l’integrazione. Ma la questione di fondo rimane: di quale modello di sviluppo economico si vogliono dotare i vittoriesi? Su quali forze produttive si vuole puntare? Quali interessi si intendono privilegiare? Il resto verrà da sé, perché sarà in conseguenza delle scelte che saranno operate che si potrà stabilire se un milione di metri quadrati di nuova edificazione potrà essere un’enormità o semplicemente insufficiente, tutto dipende dallo sviluppo che si intende imprimere al territorio e quali ne saranno gli attori protagonisti. Per questo motivo ritengo necessario chiudere definitivamente la partita del PRG e necessario affidare l’incarico ad un nuovo professionista che, innanzitutto, dovrà essere un urbanista, un qualcuno che si innamori del nostro territorio come fu il professore Susani, capace di interpretare i sentimenti e gli umori delle popolazioni locali, farsi cultore della loro storia, saperne individuare criticità e potenzialità, sapere stimolare il confronto tra le forze che devono ritornare protagoniste del loro destino ed essere capace, ancora, di disegnare per farci ancora di più innamorare della nostra terra e farci ancora una volta sognare. Non basta, dunque, un pezzo di carta, e per giunta quella sbagliata, su cui opporre numeri a caso su luoghi magari suggeriti in funzione di interessi lasciati maturare nel tempo nell’indifferenza generale, appetibili magari a forze estranee al territorio ma colluse con interessi parassitari locali. Vogliono costruire alberghi, villaggi turistici, centri di attrazione, mega centri commerciali? Ebbene si facciano avanti costoro, ora, prima di mettere nero su bianco, facciano vedere la loro fedina penale e ci dicano da dove proviene il denaro che vogliono investire in questo territorio la cui integrità fino a poco tempo fa è stata difesa con le unghie e coi denti. Non mi risulta che con le zucchine e il pomodoro, con la professione o con l’impiego siano cresciute a Vittoria cotante ricchezze da investire in cotanta abbondanza di territorio. Tra un nuovo sbarco di turchi saraceni e la povertà, per me e i miei figli continuo a preferire una povertà vissuta con piena dignità, a costo di essere considerati babbi per altri quattro secoli, senza contare ancora che siamo capaci di quella diversità, di quel geniaccio che al momento opportuno ci rende capaci di andare oltre qualunque contingenza, ne sono testimonianza quei ragazzi che sanno portare con forza  intelligenza e determinazione il nome di Vittoria nel mondo, e le ragazze che con tanta tenacia stanno riscoprendo la campagna e tutte le sue potenzialità. Il tempo dell’avventura è finito.

lunedì 14 aprile 2014

L'Ato, quella foglia di fico che copre le vergogne dei sindaci


E’ una grave mistificazione della realtà addebitare all’Ato Ambiente la responsabilità della grave situazione in cui versano le discariche, facendo credere che l’Ato sia un carrozzone della regione siciliana. L’Ato S.p.A è una società per azioni la cui composizione sociale è composta da tutti i comuni della provincia rappresentati nell’assemblea dai rispettivi sindaci. La maggioranza dei sindaci non ha mai conferito all’Ato la gestione del ciclo integrato dei rifiuti, preferendo la gestione diretta del servizio per motivi facilmente intuibili con gravi ripercussioni sia per quanto riguarda l’efficienza del servizio sia per i costi elevati che gravano interamente sui bilanci delle famiglie. La gestione delle discariche, invece, è stata affidata all’Ato, ma senza pagarne i relativi costi accumulando un debito verso la Società che complessivamente supera i 30 milioni di euro, debito di cui si dovranno fare carico i cittadini attraverso l’aumento sconsiderato delle tariffe. La grave situazione delle discariche fu posta dal Collegio dei liquidatori  all’ordine del giorno dell’assemblea dei soci  del 19 ottobre 2011, chiedendo con accenti drammatici ai soci di fare fronte ai costi della messa in sicurezza, come da rispettivi contratti, ma i sindaci presenti, più sensibili alle vicende dei 19 co.co.co da sistemare in via definitiva, invece di impegnarsi concretamente per il risanamento delle discariche decisero di rinviare il problema con la scusa di chiedere un improbabile e mai realizzato intervento della regione. Negando la verità dei fatti il sindaco Nicosia non solo rende un cattivo servizio alla collettività che rappresenta, ma contribuisce ad accrescere il senso di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni con grave pregiudizio della tenuta democratica della città.

martedì 14 gennaio 2014

Caro Renzi ti scrivo, così per chiacchierare un po'...


Ho letto sul  blog il tuo ultimo libro on line dal titolo “eNews381”, un titolo sicuramente molto innovativo, quasi da “2001: odissea nello spazio”, il famoso film di Stanley Kubrick che nel 1968  produsse un grande impatto emotivo alla mia generazione. Disse allora Kubrik : «ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio». Mi sono chiesto se, in riferimento al tuo libro, ti senti di condividere lo stesso giudizio. Perché questo tuo scritto, che consta di un indice composto da una prefazione, ben 7 voci principali cui seguono 21 voci secondarie, oltre ad una postfazione,  è capace di creare le stesse suggestioni del film, perché utilizzando gli stessi effetti psichedelici, nel libro risultano combinati efficacemente tra loro le riforme istituzionali e la cancellazione dei politici delle province, la crescita economica e il lavoro, la revisione della spesa e la diminuzione delle tasse, l’agenda digitale e l’eliminazione delle figure dirigenziali, l’obbligo della trasparenza e la riforma della burocrazia. Insomma una cosa straordinaria, come si legge nella prefazione: “capace di sistemare in un mese quello che non si è fatto negli ultimi otto anni. Una “genialata” per dirla alla Bersani ( approfitto, auguri di cuore Pierluigi, ti aspettiamo con ansia). Come nel film,  il raccordo tra le due scene iniziali (quella dell’osso e quella con le navicelle spaziali che orbitano attorno alla terra) che danno la sensazione di percorrere in un lampo milioni di anni di storia dell’umanità, così nel tuo libro il raccordo tra la rottamazione dei politici delle province e il sorriso finale ci offrono, ma solo perché aggirando la realtà penetrano nell’inconscio collettivo, la dolce sensazione del finalmente tutto risolto, una rasserenazione dell’anima.
Debbo riconoscere che con questo libro hai fatto molto di più della buon’anima di un mio amico il quale scrisse un libro, orsono cinquant’anni fa, e lo presentò in pompa magna, perfino con una pubblicità su un periodico locale, annunciando un evento rivoluzionario. In effetti, a ben vedere sulla manchette che avvolgeva la copertina del libro, con molta evidenza, c'era scritto: ”Attenzione contiene una sorpresa!”, cosicché l’ignaro lettore non rimanesse deluso quando, aprendo il libro, si sarebbe accorto che l’autore, nella prefazione così si esprimeva: ”Questo libro segna un’autentica rivoluzione culturale, da oggi il libro lo scrive il lettore e non l’autore….”. Seguivano 220 pagine bianche che gli entusiasti lettori avrebbero dovuto precipitarsi a riempire di contenuti, consapevoli che stavano scrivendo la pagina più entusiasmante mai scritta prima dell’avvento dell’era digitale. Un genio, non c’è che dire.
La stessa onestà intellettuale del mio amico scomparso hai dimostrato anche tu scrivendo nella prefazione: “Gli spunti che trovate in questa e-news saranno inviati domani ai parlamentari, ai circoli, agli addetti ai lavori per chiedere osservazioni, critiche, integrazioni. Dunque non è un documento chiuso, ma aperto al lavoro di chiunque. Anche vostro”. Un mio amico, un vecchio del PD, mi ha detto: ”Giovanni, ma fammi capire una cosa, ma non gli abbiamo dato i voti perché lui ci doveva mettere le idee e noi avremmo dovuto godere i benefici? Maiala come gl’è strano! Ma vuoi vedere che le idee ce le dobbiamo mettere noi della base e lui si prende i benefici!”
E’ proprio così? Un caro saluto e auguri di buon lavoro.

mercoledì 13 marzo 2013

L’8 marzo delle donne: e’ tempo della democrazia paritaria! Se non ora quando?


Molte sono state le donne che, nella ricorrenza dell’8 marzo, hanno voluto sottolineare di non avere nulla da festeggiare, semmai riflettere sul fatto che la condizione della donna subisce, ancora oggi, uno stato di degradazione rispetto allo status sociale e giuridico dei maschi, e di violenza, come i ripetuti casi di femminicidio dimostrano vista l’ ossessiva frequenza con cui se ne occupano le cronache dei giornali. La giornata dell’’8 marzo, comunque, a mio avviso, rimane la Festa delle Donne, la ricorrenza che ne celebra il lunghissimo percorso di riscatto da una condizione di assoggettamento al primato che i maschi hanno imposto più con la cultura che con la differenza biologica. L’Uomo, infatti, alla stregua di tante altre specie animali, è innanzitutto un essere sociale, come le formiche, caratterizzato sì dall’egoismo, cioè, dalla sua necessità di adattamento ai processi naturali, ma anche per il senso innato di solidarietà intesa come strategia capace di assicurargli la sopravvivenza nella mutevolezza delle condizioni dell'ambiente. L’uomo e la donna, quindi, cellula costitutiva del più ampio progetto di società, sono per legge di natura destinati a collaborare fra di loro e ad intessere, oltre il processo procreativo, le condizioni per determinare il successo della vita proprio attraverso lo scambio solidale. Anche quella che potremmo definire la prima divisione del lavoro, la femmina dà la vita e il maschio si adopera per assisterla, si fonda sostanzialmente su un sentimento di solidarietà o su un bisogno di solidarietà. Gli studi più recenti, portati alla ribalta internazionale dal prof. Edward O. Wilson della Harvard University, sembrano confermare, non senza polemiche, questa teoria, sostenendo che se è vero, secondo la teoria darwiniana, che il più forte è destinato alla sopravvivenza,  è anche dimostrato  che i gruppi solidali fra di loro aumentano le proprie possibilità di conservazione. Allora che cosa ha determinato il progressivo ribaltamento di questa originaria condizione solidaristica in uno strumento di coercizione e di assoggettamento dell’uno verso l’altro? E’ probabile, come dimostrano diversi studi, da quelli di Johann Jakob Bachofen a quelli dell’etnologo Bronislaw  Malinowski, che la condizione sociale originaria dei gruppi umani sia stata caratterizzata da una forma di matriarcato: una figura femminile sostanzialmente stabile, dentro la “caverna”, dedita all’organizzazione economica e sociale del gruppo;  un maschio preposto ad attività di approvvigionamento del cibo e, all’occorrenza, di difesa dagli attacchi esterni, situazione che ha consentito alla donna, in questa fase, di disporre di un  ampio potere. Le condizioni, probabilmente, si sarebbero rovesciate allorché,  a causa della penuria di risorse, il gruppo originario ha dovuto muoversi alla ricerca di condizioni più favorevoli ad assicurarsi il  ricambio organico, passando da una situazione di prevalente stanzialità ad un’altra caratterizzata dal nomadismo, condizione questa che ha visto il prevalere dell’esperienza maschile su quella femminile. Sicuramente l’affermazione del potere maschile ha richiesto l’avvicendamento di diversi periodi storici, il perfezionamento tecnologico, l’affermarsi dell’agricoltura e il formarsi della cultura come accumulazione di pratiche, esperienze, codici comportamentali capaci di originare quella propensione all' elaborazione simbolica che è il linguaggio,  tipico della condizione umana. Tra i due sessi, dunque, si è giocata una straordinaria contesa per il potere su terreni diversi e disparati, non escluso quello della rappresentazione simbolica, inclusa, per incorporazione, nella tradizione orale e poi nella raffigurazione pittorica e nella scrittura. Nell’affermare il suo primato sulla donna l’uomo non ha mancato di usare tutti i nuovi strumenti per associarla, di volta in volta, ad un destino crudele ed ineludibile: ora responsabile del peccato originale, causa del loro decadere dallo stato di grazia alla condizione umana pervasa dalla sofferenza e dal sacrificio del lavoro, ora strega, ora seduttrice, ora madonna, ora moglie e madre, tutti simboli usati dai maschi per perpetuare una condizione di permanente subalternità.

C’è stata, quindi, nella giornata dell’8 marzo, che quest’anno è stata celebrata con una riflessione sul rapporto donna e politica, voluta da Rosetta Perupato e dalla Consulta Comunale Femminile, l’occasione non solo di rivisitare questa lotta per il potere combattuta tra uomini e donne nei vari ambiti della cultura, del linguaggio, della società, per capire e comprenderne la dinamica evolutiva, ma per chiedersi, infine, se sono maturi i tempi di una ricomposizione originaria in senso solidale della gestione del potere. La conquista di nuovi spazi nella sfera pubblica da parte delle donne, pone a mio avviso la necessità di porre come condizione non più procrastinabile l’affermazione di una democrazia paritaria da costruire sul presupposto che la rappresentanza non può fondarsi su condizioni di pari opportunità ma sull’uguaglianza effettiva dei generi, “50” e “50” di quote in ogni dove decisionale per consentire alle donne di portare a compimento la loro rivoluzione, l’unica oggi che può permettere realisticamente di modificare i meccanismi del potere, per andare oltre la sensazione che c’è qualcosa che si muove, oltre i segnali che è possibile cogliere nei risultati di tante ricerche e di studi che da anni vengono condotti nel nostro e in tanti altri Paesi. Altrimenti non ha senso parlare di differenza di genere se questa differenza non da un contenuto e una direzione di senso ai risultati, importantissimi, di queste ultime elezioni che hanno visto tante donne in Parlamento quanto non se ne contano nelle democrazie più mature. E una utopia? Allora impariamo a sperare nel senso indicato da Ernst Bloch: “L'importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all'aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L'affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all'esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono “. E il nuovo è la carica di empatia che possono introdurre le donne nel potere decidere, insieme, un diverso orientamento della vita sociale ed economica, un diverso assetto della scuola, della struttura politica, un diverso approccio ai problemi dell’ambiente, della vita delle città. Festeggiare i risultati fin qui raggiunti nella speranza di una nuova prospettiva, mi sembra il modo migliore per celebrare l’8 marzo delle donne nel senso dichiarato dal poeta Kahlil Gibran: “Quando la mano di un uomo tocca la mano di una donna, entrambi toccano il cuore dell'eternità”.

venerdì 25 gennaio 2013

Elezioni politiche 2013… qui si fa un quarantotto!


Certo che ne sono successe di cose nell’anno che ci ha appena lasciati! Probabilmente, presi dall’angoscia della fine del mondo pronosticata dai Maya, non ci siamo accorti del tutto che tante cose , dopo il 2012, non sono più come prima. La politica, che negli ultimi anni non ha certamente dato il meglio di sé, ha finito per perdere quel ruolo di centralità nella vita sociale così come si era venuta a determinare all’indomani delle due rivoluzioni moderne, la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese, due eventi che sconvolsero il mondo per l’avvento sul proscenio della Storia delle masse, divenute viepiù protagoniste del loro destino. Il potere, così, di conseguenza, migrò dall’assolutismo delle caste nobiliari alle folle, masse, cioè, organizzate con fini diversi, ora economiche, ora religiose, ora culturali che la politica, nel tempo, ha tentato di armonizzare nella prospettiva di realizzare il bene comune. Il termine rivoluzione, agli inizi dell’ottocento, irruppe, dunque, con veemenza in gran parte dell’Europa avocando a sé la voglia incontenibile di cambiamento, e non tanto di libertà, che questa, piuttosto, non è l’aspirazione delle grandi masse.  Acuto osservatore di questa peculiarità delle masse fu Gustave Le Bone, il quale osservando l’irrompere delle folle nella vita pubblica osservava come gli individui, allorchè confusi in una moltitudine, proiettassero fuori di sé una porzione della propria anima che, in unione con quella degli altri individui ivi convenuti, formava ciò che lui stesso definiva l”anima delle folle”. Purtroppo, a differenza dell’anima individuale, modellata sull’esperienza personale, risultato di una costruzione affettiva e relazionale con l’ambito familiare e sociale di provenienza, l’anima della folle era la risultanza, per Le Bone, degli istinti più primitivi che ciascuno individuo conserva, perché ascritti, come sostenne più tardi Jung, negli archetipi primordiali che caratterizzano le specie viventi. Di queste osservazioni si occupò pure Sigmund Freud riconoscendo a Le Bone il merito di avere scoperto come negli  individui, allorché parte di moltitudini anche occasionali, si determina una regressione dell’attività psichica. Altri studiosi ebbero modo di occuparsi del fenomeno, talché lo stesso J.A.Schumpeter ebbe ad evidenziare come nei parlamenti, ma anche in forme associative più ristrette, è possibile rilevare una diminuzione del livello intellettuale delle persone da ascrivere ad “influenze extralogiche” sicchè “…i lettori dei giornali, gli ascoltatori dei programmi radiofonici, i membri di un partito, anche se non fisicamente riuniti in gruppo, tendono a divenire, dal punto di vista psicologico, una folla, a cadere in uno stato di eccitazione in cui ogni tentativo di ragionamento logico ha il solo effetto di stimolare impulsi bestiali”. Tesi, queste ultime, che a molti sono sembrate azzardate, ma colte, anche se in una prospettiva di analisi scientifica, anche da studiosi come Horkheimer e Adorno che hanno rilevato come anche “nella moderna società tecnica, le tesi di Le Bone, trovano conferma, seppure in superficie”. D'altronde, oggi basta portarsi in uno stadio per assistere ad una partita di calcio, per vedere il nostro vicino di casa, il rigoroso ed impettito avvocato, distinguersi fra i più esagitati per gridare: “ Arbitro cornuto!”, per farsi un’idea dello stato regressivo della psiche cui incorrono persone che mai e poi mai avremmo sospettato nei panni di pericolosi agitatori da stadio. Sarà, forse, per questo motivo, che una giovane africana ha potuto assumere, in Italia, per legge, i connotati di una nipote di un capo di stato straniero nel corso di una agitata seduta parlamentare. E sarà anche per lo stesso motivo che tutte le sconcezze legislative,  in Italia, vengono prodotte nel corso dell’approvazione delle cosiddette leggi finanziarie che, di prassi, vengono portate al voto prima di natale in un clima di straordinaria euforia e concitazione, causa, per l’appunto, di quella regressione psichica di cui ci stiamo occupando. L’irrompere delle masse sulla scena pubblica, dunque, per ritornare al nostro discorso iniziale, avviene subito dopo le due grandi rivoluzioni in Europa e, soprattutto in Italia, sotto lo stimolo di gruppi ed orientamenti diversi, accomunati dal desiderio di determinare un cambiamento dello stato di cose esistenti, così gruppi di rivoluzionari sotto sigle diverse, dalla Carboneria fino agli Adelfi e i Filadelfi, si espansero lungo tutto lo Stivale. Ma fu la Sicilia a dare il via ai moti insurrezionali che successivamente dilagarono in Europa fino a raggiungere la Francia e la Germania, quando il 12 gennaio del 1848 scoppiò un’insurrezione popolare che portò alla proclamazione dell’indipendenza siciliana (lo Stato di Sicilia), durata poco più di un anno. La parola rivoluzione, dunque, correva lungo percorsi accidentati portando con sè un virus capace di contagiare popoli differenti, ceti sociali diversi, accomunati dall’ansia di un cambiamento che ormai le rivoluzioni, quella economica e quella politica, avevano innescato senza alcuna possibilità di arretramento. In quell’anno 1848 successero tali e tanti di quegli avvenimenti che ancora oggi, quando si vuole fare riferimento ad una situazione di scompiglio e di confusione si suole ripetere: “ Qui succede un quarantotto!”. Anche oggi, il termine rivoluzione muove lungo percorsi, a volte apparentemente dissimili, ma nella sostanza convergenti nella direzione di un cambiamento. Oggi, come allora, altre rivoluzioni, una economica (tecnologia dell’informazione), l’altra politica (globalizzazione), costituiscono le premesse di un processo ormai avviato, segnato dalla fine della centralità dei Partiti e dall’irrompere delle folle (mediatiche, televisive) sulla scena pubblica. Ancora una volta i moti partono dalla Sicilia, è il caso della Rivoluzione della Dignità di Crocetta o della Rivoluzione Civile di Ingroia, ma non sono i soli perché anche le forze della Restaurazione organizzano la loro controrivoluzione ed il linguaggio si è fatto confuso, così come confuse sono le forze in campo: il ceto medio si è proletarizzato, i capitalisti rinnegano il libero mercato, i grandi finanzieri rivendicano il potere che prima fu dei nobili e poi della borghesia. Per raggiungere il proprio obiettivo, ogni protagonista cerca di rivolgersi direttamente alle masse, che perlopiù sono costituite da folle televisive, occupando ogni spazio reso disponibile dai nuovi mezzi di comunicazione (anche facebook, twitter), usando un linguaggio omologato che punta direttamente a fare presa in quella parte irrazionale della psiche umana che, davanti la televisione, vive quel processo di retrocessione ad una condizione di primitività. E’ allora possibile che nel volgere di qualche giorno si possa dire tutto ed il contrario di tutto, perfino che il Presidente del Consiglio possa affermare che l’IMU non può essere messa in discussione e, contemporaneamente, alla televisione accanto, ribadire che forse qualcosa va cambiata, e, in tutto questo è difficile scorgere un barlume di logica. Oggi, come allora, di fronte a tanta confusione, è possibile che succeda di nuovo un quarantotto.  Marx, ribaltando la premessa del “Manifesto”, direbbe: “Degli spettri oggi si aggirano per l’Europa…si chiamano Monti, Berlusconi, Merkel, Lagarde, Putin…! ”, e lancerebbe un nuovo monito: “Consumatori di tutto il mondo, unitevi!”

domenica 16 dicembre 2012

Scuola, l'okkupazione che vorrei


Se le nostre scuole fossero permanentemente “occupate” dagli studenti forse si potrebbe scrivere un capitolo nuovo nella storia della scuola italiana. Certo non mi riferisco alle “okkupazioni” di cui si parla in questi giorni, cioè momenti di espressione della protesta e del disagio che in questo momento vivono milioni di giovani, di genitori, di famiglie. Penso, piuttosto, ad una scuola come ad uno spazio fisico da vivere sempre, uno spazio senza tempo, senza campanelle, uno spazio da condividere con tutti, con i  propri compagni, con gli insegnanti, i propri amici, la propria famiglia. Uno spazio da vivere come un’estensione della sfera affettiva familiare proiettata verso la società, dove potere sperimentare la dimensione della propria crescita senza i traumi del taglio netto del cordone ombelicale che lega i giovani alla famiglia, alla scuola, alla società, al lavoro. La scuola, cioè, come luogo di felicità e non come luogo di espiazione, di ansia, di frustrazione o, come a volte accade, di isolamento e solitudine, come luogo dove sperimentare percorsi di solidarietà e di condivisione, necessari in una società pervasa dall’ideologia del merito e della competizione. La mia personale storia scolastica credo che sia paragonabile a quella che ha sperimentato la gran parte delle persone della mia età, ma io ho avuto la fortuna di frequentare la scuola di “donna Pippinedda”, una sorta di scuola materna “ante litteram” che una coppia senza figli decise di istituire a casa propria, probabilmente per soddisfare l’istinto materno represso di una donna straordinaria che non poteva avere figli. Quella di donna Pippinedda era una scuola senza regole particolari, dove non si pagava alcuna retta, dove non c’erano programmi ministeriali, c’era soltanto lo spirito creativo e l’amore, grande, di Pippinedda per i bambini. In quella scuola non vigeva la regola che i bambini dovessero restare separati dalle bambine, per cui tutti potevano sperimentare il gioco in comune senza alcuna malizia o pregiudizio, non c’erano orari da rispettare per cui le famiglie erano libere di riprendere i figli in qualunque momento senza l’obbligo di rendere alcuna giustificazione, e ciascuno poteva verificare autonomamente il livello di beneficio che traevano i bambini frequentando quella scuola così insolita. Tra i  giochi che ricordo con immagini mentali vivide e per nulla offuscate dal tempo c’è quello che consisteva nell’aiutare Pippinedda, da tutti chiamata zia Pippina, a “fabbricare il pane”. Non era una cosa semplice, eppure Pippina riusciva a coinvolgere tutti affidando a ciascuno un compito particolare, che cambiava ogni qualvolta il gioco si ripeteva, per cui c’era chi aiutava a “scaniare” l’impasto della farina con l’acqua, il lievito e il sale sulla “sbrivola”; chi con pezzetti di pasta “scaniata” formava i “pupiddi”, chi, infine, porgeva il pane lievitato per essere cotto nel forno, precedentemente riscaldato con piccoli tronchi di legno e “magghiola”. Poi, quando finiva il lavoro “duro”, Pippina ci riuniva in cerchio e, dopo una rapida distribuzione di piccole formelle di marmellata di cotogne, cominciava a raccontare “i cunti”, un garbuglio di personaggi e di fatti capace di risvegliare qualunque sentimento ed espressione, dalle risate a  squarciagola fino alle lacrime e ai singhiozzi, fino a mezzogiorno quando Pippina ci lasciava  liberi di giocare per preparare la minestra per tutti. Mi ricordo che la mattina mi alzavo prestissimo, preso dall’ansia di andare a “scuola”, ma prima passavo a prendere la mia compagnetta preferita, Olga, che abitava dirimpetto la mia casa; la tenevo stretta per mano e mi sentivo responsabile della sua incolumità. Ero felice di andare a “scuola” e le giornate, anche quelle calde d’estate, correvano veloci; quella “scuola” era il luogo non solo della nostra crescita, era soprattutto il luogo della relazione, dell’empatia tra di noi e tra ciascuno di noi e la “maestra”, l’amore di Pippina si respirava nell’aria. Quando arrivò il primo giorno della prima elementare, in classe mi ritrovai con un altro bambino proveniente dalla “scuola” di Pippinedda, fu una gioia indicibile, eravamo gli unici felici mentre tutti piangevano e si attaccavano alle gonne delle madri; da quel giorno, per noi, la scuola divenne un’altra storia. Da allora ho sognato la scuola come un luogo aperto, dove potere interagire, sperimentare,  collaborare con gli insegnanti, da vivere sempre, da eleggere come luogo in cui sperimentare la libertà e la responsabilità, dove coniugare impegno e svago, dove potere utilizzare tutti gli strumenti secondo una logica di bisogni individuali entro una prospettiva di crescita comune e solidale, dove potere liberamente tracciare i confini delle proprie naturali vocazioni senza subire il pregiudizio e la fatale predeterminazione del proprio futuro. Oggi gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione ci consentirebbero di costruire una scuola diversa, non che quella di prima fosse necessariamente sbagliata, ma oggi occorre una scuola per i tempi che viviamo, occorrono dei “luoghi” ove ai giovani sia data la possibilità di sperimentare il proprio percorso di emancipazione dalla famiglia per “migrare” verso una società che è in fase di cambiamento e dove non è assicurata nessuna certezza circa la propria futura collocazione se non in rapporto alle esperienze e ai vissuti che ciascuno potrà realizzare in questi nuovi “luoghi della conoscenza”, aperti alla contaminazione con il territorio, pronti a “incubare” pure necessità e bisogni espressi dalla società, dall’economia, dall’ambiente. Gli insegnanti sono pronti, sono pure loro figli di quest’epoca e ne sono interpreti, ma va ripensato fino in fondo il loro stato giuridico e la loro centralità nel contesto di una società il cui processo di cambiamento, incentrandosi sulla conoscenza, rende fondamentale la figura dell’insegnante per l’avvenire di ogni paese. Giovani ed insegnanti, pertanto, entrano da protagonisti in qualunque ipotesi di riforma, perché prima che di risorse economiche, ancora prima di una qualunque “spending review”, occorre stabilire che tipo di società vogliamo costruire, a quali bisogni occorre dare risposte, definire le priorità, chi e come deve farsi carico dei processi di riorganizzazione amministrativa e didattica, a quali valori si dovrà fare riferimento, soltanto dopo, e non prima, potrebbe essere necessario mettere mano ai “cordoni della borsa”, e chissà che pure si potrebbe risparmiare qualcosa.

venerdì 14 dicembre 2012

Accattoni d'Italia!


Ma che Paese è l’Italia raccontata sui giornali  e sui media di tutto il mondo! Me lo chiedo da più giorni perché le cronache non finiscono mai di stupire. Oggi ho appreso del lager siciliano dove la mafia usava cremare i cadaveri dei propri nemici,  nello stesso forno dove cuocevano il pane che vendevano ad ignari clienti. Ma che persone sono queste? Peggio delle bestie feroci, incapaci di sentimenti, vivono in un completo stato di animalità o, forse, peggio, perché gli animali esprimono pure sentimenti di affezione e di solidarietà. Ma come possiamo ancora tollerare tutto ciò nella più assoluta indifferenza, notizie che ci scivolano addosso come  pioggia  a lavare i nostri sensi di colpa!

Berlusconi ritorna e l’Europa vive un sussulto. Ancora lui, le sue storie, i suoi affari, i suoi intrighi, i suoi amorazzi, mentre il Paese precipita nella povertà, nell’arretratezza culturale e civile, nella corruzione e nella dissolutezza dei comportamenti della sua classe dirigente. Al Sud come al Nord, la corruzione dilaga e non c’è freno che possa arginare il fenomeno, interi parlamenti regionali sotto la lente dei magistrati per reati miserabili, per accattonaggio, perché non può definirsi diversamente la pratica di giocare ai video-games, di comprare il cappuccino con i soldi dello Stato! E’ il risultato di quella promessa rivoluzione liberale annunciata in parlamento con tanto di spargimento di spumante e mortadella:  liberi di fare, liberi di rubare!

La trasmissione Report affonda il bisturi nella piaga della formazione professionale siciliana, ne emerge un sistema di intrallazzi, di compiacenze, una parentopoli che ingloba un indegno sistema di relazioni che costa ai siciliani 500 milioni di euro l’anno senza produrre nulla. E il deputato, compiaciuto,esclama: “Siamo presenti nel settore perché facciamo politica. Creiamo una rete di attività che permette di creare una rete di consenso. È normale”. Vergogna! Certo, forse è normale in un Paese sottosviluppato, non in una Regione dove il Presidente ha promesso la rivoluzione della dignità. Ma la rivoluzione è il presupposto di un mutamento radicale che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello, ivi comprese le classi dirigenti, altrimenti è solo miseria culturale e morte civile.

martedì 4 dicembre 2012

Bersani, le favole,la sinistra e i disconnessi virtuali


Bersani ha vinto le primarie del centrosinistra. Credo che si tratta di un risultato importante per il centrosinistra e per l’Italia. Adesso il Paese ha un sicuro punto di riferimento, in altri tempi si sarebbe detto dell’immaginazione al potere, nel nostro caso che la serietà ha avuto la possibilità di imporsi su una politica imbastita di effimere parole d’ordine (che brutta parola la rottamazione!) e di incomprensibili propositi. Il significato della vittoria di Bersani è tutto racchiuso nelle uniche parole con contenuto di senso che ha proferito nel suo discorso di ringraziamento: “Io non vi racconterò favole”. Ecco, queste parole segnano il dopo del berlusconismo, un’era, cioè, caratterizzata dalle favole, che ha estraniato il Paese dai processi complessi che hanno caratterizzato il mondo, lasciando che la borghesia italiana, quella dell’italietta di sempre, continuasse a pensare  che  non fosse successo nulla, che nulla potesse intaccare i propri privilegi, esattamente come i nobili dell’ancien regime che continuavano a mangiare broche mentre il popolo moriva affamato. Per ciò mi sono chiesto a chi Bersani non dovrà raccontare le favole. Sicuramente non ai ceti produttivi, operai, artigiani, piccoli imprenditori, insegnanti, impiegati, pensionati, gente, cioè, che alle favole non crede più da tempo, che pensa proprio che non è più tempo di favole, oggi, che la crisi si è abbattuta solo ed esclusivamente sulle loro spalle. Né hanno bisogno di sentire favole le giovani generazioni, quelli che oggi hanno quarant’anni e che sono cresciuti nutriti dalle favole e dalle balle di Berlusconi. Quella di Bersani, allora, è la fine delle favole per tutti, per i furbi che continuano a godere dei servizi dello Stato senza pagare le tasse, per coloro che al merito  hanno preferito la raccomandazione, ai partiti che hanno occupato lo Stato pensando di essere essi stessi la democrazia, alle imprese che hanno pensato di sfruttare il territorio contro ogni logica di tutela e di salvaguardia degli equilibri naturali, quelli che pensano “consumo, ergo sum” credendo che le risorse siano inesauribili. Bersani sa pure che la favola della “mano invisibile” che regola il mercato e accontenta tutti, riesumata da Reagan e dalla Thatcher verso la fine del secolo scorso, non regge di fronte alle sfide della globalizzazione. Sa pure che il liberismo ha fatto il suo tempo, che capitalismo e comunismo, come si sono sviluppati nel secolo breve, hanno esaurito tutto il loro potenziale entro l’esperienza industrialista, che oggi occorre con coraggio percorrere nuove vie non solo per rispondere alle sfide della globalizzazione, ma per fronteggiare l’emergenza ambientale e l’esaurimento delle risorse naturali, dal petrolio all’acqua. I giornali ogni giorno ci raccontano di fabbriche che chiudono, di disoccupazione in costante aumento, di giovani che interrompono gli studi, di persone “per bene” che affollano nelle grandi città le mense della caritas. Proprio oggi a Genova, dove mi trovo per motivi familiari, una persona di buon aspetto, sicuramente non un barbone, mi ha fermato chiedendomi con educazione: “Signore, per favore, può darmi un euro, non mangio da giorni”. Ho sentito forte una commozione come non l’ho mai provata. Su Repubblica oggi ho letto che nel mezzogiorno d’Italia oltre trecentomila ragazzi sotto i 18 anni non si sono mai connessi ad internet, non hanno mai visto un cinema, non hanno mai letto un libro. Li chiamano i “disconnessi virtuali”, sono i nuovi poveri che si aggiungono ai “poveri vergognosi” come si chiamavano nel medioevo i nobili decaduti allo stato di povertà. Gli italiani hanno saputo esprimere il meglio delle proprie capacità nei momenti più drammatici, per questo motivo “l’hortus conclusus” del centro sinistra costituisce un limite forte per un’operazione politica di grande respiro, quando è più logico pensare ad un Patto per l’Italia capace di portare il Paese oltre il berlusconismo, oltre l’idea tutta provinciale e autarchica dell’italietta che riesce a risolvere da sola tutti i propri problemi con la speranza di rimanere fortificati ciascuno entro il proprio recinto fatto di effimere certezze. Per questo motivo Bersani è il politico che meglio di chiunque altro interpreta i segni del tempo che viviamo, per la sue caratteristiche, il suo modo lento, di mediare, mettere insieme, convincere, essere, insomma, inclusivo nel momento in cui c’è bisogno di gioco di squadra, qualcosa di più di un  personale protagonismo senza speranze. Lui che dice di non raccontare favole sa bene che, continuando di questo passo,  lor signori  rischiano di perdere la brioche e pure la testa.

sabato 10 novembre 2012

Tutti pazzi per Obama


Una lacrima sul viso, quella del presidente degli Stati Uniti Barak Obama,  ha fatto il giro dei giornali e delle televisioni di tutto il mondo. Debbo essere sincero, questa lacrima è la cosa che mi ha colpito di più di queste lunghe e appassionanti elezioni americane. Perché un uomo che piange, in una società ancora così sessista e arcaicamente tradizionale, costituisce veramente un segno dei tempi, è una rivoluzione. In altre epoche, non tanto remote, si sarebbero mobilitati i servizi segreti per impedire al pubblico di vedere l’immagine di un capo che piange e, probabilmente, l’opposizione, e non solo, ne avrebbe chiesto l’ impeachment per eccesso di debolezza d’animo! Invero, questa lacrima testimonia tutta la forza di Obama, un uomo che riesce ad emozionarsi nell’esprimere il proprio riconoscimento a tutte quelle ragazze e a quei ragazzi volontari che avevano seguito con grande spirito di sacrificio un intero anno di campagna elettorale, testimoniando in questo modo di essere un uomo capace di sentimenti, di umiltà, di condivisione. E, in fondo, è questo che i cittadini vorrebbero dai propri politici, e forse è più importante dei risultati che un politico può realisticamente conseguire. Mi hai detto che ci avresti provato, ci hai provato ma non ci sei riuscito, però mi hai detto la verità, e questo mi basta. Per questo motivo la gente d’America si è mobilitata, quell’America che qualche decennio fa, nei manuali di scienza della politica, veniva ricordata per la disassuefazione al voto, mentre oggi fa la fila per votare Obama. E Barak si emoziona quando parla della sua gente e dimostra di credere fino in fondo alle cose che dice e promette. Al giornalista che lo intervista qualche ora dopo il suo primo discorso da vincitore che gli chiede quali sono le priorità del suo secondo mandato, Obama risponde categorico e senza incertezze: “La scuola e job,job,job – lavoro,lavoro,lavoro!”. Nient’altro è così urgente e fondamentale del suo programma di governo se non come trovare i mezzi per realizzare questi suoi propositi:”Sarà necessario che i ricchi come me paghino più tasse per consentire ai meno abbienti di accedere a quegli strumenti che costituiscono i presupposti della libertà, del sogno americano”. Questi strumenti sono l’istruzione ed il lavoro, senza questi requisiti, nella società della conoscenza, non si va da nessuna parte e senza l’introduzione di seri principi di uguaglianza non si trovano le risorse per raggiungere lo scopo. Barak sa che in Parlamento non ha la maggioranza dei deputati e dei senatori per potere procedere sulla via di queste riforme fondamentali e apre all’opposizione:”Facciamo queste riforme insieme, sono aperto a nuove idee, altrimenti ci aspettano anni di grandi difficoltà”. Anche in questo caso il Presidente testimonia un grande senso di realismo, ma anche di fermezza: “Altrimenti le detrazioni fiscali di cui godono i ricchi dovranno essere soppresse”. Si riferisce, in questo caso, al grande regalo concesso da Bush alle classi americane più ricche che usufruiscono ancora di notevoli benefici fiscali, probabile causa della grande depressione economica che sta attraversando l’America. Certo è che con Obama è stato introdotto in America il concetto di Socialismo dei ricchi, una cosa assurda per i grandi teorici del liberismo economico, cioè promuovere grandi investimenti statali per salvare le grandi banche e le grandi imprese  dal fallimento, ma ciò, se non altro, ha dimostrato che la politica serve proprio a questo: rendere possibile ciò che la teoria ritiene impraticabile. Però a differenza di ciò che accade in Italia, Obama da un lato ha concesso gli aiuti alle imprese, come una boccata di ossigeno, ma dall’altro canto ha preteso che i soldi dello Stato fossero restituiti. E ciò lo sa bene il nostro Marchionne che ne è stato un beneficiario per la ristrutturazione della Chrysler, soltanto che con Obama fa l’amerikano, mentre con Monti vuole fare l’indiano come quanto prometteva venti miliardi di investimenti in Italia magari dietro inconfessabili contropartite. Insomma, Obama sarà pure un ricco capitalista, ma certamente è un uomo che ha compreso appieno il suo tempo, che sa interpretare i bisogni di una società in trasformazione e che deve tracciare un nuovo orizzonte per quello che per lunghi anni è stato il sogno americano. Lo fa con sincerità, con garbo, con sentimento, con onestà e anche con molta autorevolezza. Forse sono questi i motivi per cui in Italia tutti sono pazzi per Obama.

mercoledì 31 ottobre 2012

Le sfide di Crocetta tra ipotesi di sviluppo e timori di immobilismo

Le elezioni regionali del 28 ottobre scorso consegnano ai siciliani un risultato di grande sconvolgimento del panorama sociale e politico dell’isola. L’elezione di Rosario Crocetta costituisce senza alcun dubbio una rottura significativa con una prassi consolidata che ha visto susseguirsi alla Presidenza della Regione, tranne qualche eccezione,  personaggi del blocco di potere dominante, cioè il blocco affaristico-mafioso-clientelare. L’irrompere sulla scena politica siciliana di quello che, a ragione, è stato definito il ciclone Grillo, costituisce, altresì, un altro elemento di rottura rispetto all’atteggiamento, spesso corresponsabile, che larga parte del popolo siciliano ha conservato nei confronti della propria classe dirigente. Parlare di una presa di coscienza popolare del declino di una Regione, che della propria autonomia ha fatto una fiera prerogativa, e dell’esigenza di avviare una nuova fase di riscatto e di libertà, è ancora troppo presto, ma non c’è alcun dubbio che queste elezioni hanno creato uno spartiacque tra il prima e il dopo di questa stagione elettorale. La presenza di Grillo, sottovalutata fino alla vigilia da tutte le forze politiche in campo, ha sparigliato le carte della politica siciliana e reso definitivamente  impraticabile quel nuovo connubio che fino a pochi mesi prima aveva caratterizzato il nuovo blocco di potere tra  MPA-PD-UDC, anche se durante la campagna elettorale molti dei protagonisti si sono affannati a riproporlo come possibile rimedio rispetto alla palesata impossibilità, rilevata attraverso i sondaggi, di dare vita ad una maggioranza organica di governo, giusto sull’esempio delle larghe intese che sostengono il governo Monti. Malgrado, però, queste novità e questi stravolgimenti, le elezioni non hanno sciolto tutti i nodi lasciati in eredità dal precedente governo Lombardo, per l’impossibilità di costituire un governo al quale affiancare una organica maggioranza parlamentare. Anzi, ad un’attenta lettura dei risultati, la composizione dei seggi in larga parte rappresenta proprio il vecchio blocco di potere, anche se in qualche caso rinnovato negli uomini ma non certo nella volontà di favorire il rinnovamento delle istituzioni. Crocetta, dunque, dovrà muoversi necessariamente al di fuori degli schemi classici e formare un governo capace di raccogliere consenso innanzitutto fuori dall’istituzione, nell’opinione pubblica, per condizionare l’assemblea regionale e puntare su una forma di trasversalità capace di privilegiare cambiamento e innovazione a discapito della fame di potere dei partiti e dei loro interessi clientelari e mal affaristici. Un governo, perciò, di competenti, di persone oneste e senza “storie” di cui vergognarsi, non necessariamente di appartenenza, privi di vincoli verso consorterie e massonerie di vario genere. Lo vuole il popolo siciliano, ma è anche una necessità dovuta alla contingenza di una Regione che si trova sull’orlo di un baratro economico, una Regione alla quale non solo manca l’autorevolezza di una classe dirigente all’altezza della situazione, ma che si trova anche priva di un progetto di futuro. La recente campagna elettorale è stata caratterizzata da troppi slogans e da pochi proponimenti, dall’assenza di idee credibili e spendibili, dalla mancanza di autorevolezza senza la quale qualunque progetto resta solo un buon proposito senza quella spinta motivazionale capace di conquistare il cuore di un popolo sofferente. Con lo zainetto sulle spalle, dalle nostre parti si può andare solo a raccogliere “babbaluci”, non basta l’audacia di un rottamatore, l’arroganza giovanilistica e inconcludente a mobilitare le masse. A chi rimprovera i cittadini di non essere stati lungimiranti per avere disertato le urne facendo, così, perdere l’opportunità di eleggere un deputato locale, occorre rinfacciare come il familismo amorale, fenomeno di cui si sono occupati autorevoli studiosi come Alberto Alesina e Andrea Ichino, trova indulgenza soltanto in quelle plaghe sottosviluppate economicamente e culturalmente, non certo nell’area iblea, dove, fortunatamente, alligna la fierezza di quelle genti che hanno saputo determinare il proprio destino grazie alle proprie capacità, all’intelligenza e all’ansia di libertà che le ha animate.  Sono le scelte da intraprendere che  caratterizzerà il nuovo governo della Regione Sicilia, ed i tagli non possono che essere un corollario necessario e irrinunciabile dell’azione di Governo, perché solo dai tagli possono arrivare le risorse per pagare il debito e rilanciare lo sviluppo. Non è più, dunque, rinviabile il nodo della  Formazione Professionale, per la quale la Regione spende oltre 500 milioni di euro l’anno per mantenere un apparato clientelare di nessuna utilità per i disoccupati; il nodo della forestazione, altro carrozzone clientelare svicolato da qualunque ipotesi di sviluppo produttivo del territorio; il pesante carrozzone burocratico della Regione dove maggiormente si alligna l’intreccio clientelare-affaristico-mafioso; la sanità sulla quale pesano interessi trasversali di casta che alimentano la spesa senza contropartite in termini di efficienza ed efficacia dei servizi resi ai cittadini; i fondi europei, bloccati da interessi clientelari e mafiosi, utilizzati finora in minima parte e solo per favorire un dilagante malcostume dal quale nessuna istituzione, anche la scuola, risulta ormai estranea. Da questi comparti, oltre che da un rinnovato rapporto tra Stato e Regione, possono venire le risorse da destinare ai territori e ai ceti produttivi per rilanciare l’economia. Ma qui è necessario allontanare i centri di spesa dalla Regione. Occorre una riforma dell’istituzione  regionale che la privi da qualunque attività di gestione, se non per quelle altamente qualificate (quali grandi  infrastrutture, gestione delle calamità naturali ecc.), per dare più risorse, più mezzi, più autonomia ai territori, riservando ad essa compiti legislativi e di controllo. La ridefinizione delle provincie può essere l’occasione per fare scelte coraggiose e innovative in direzione del decentramento, basterebbero tre o quattro macro aree su cui disegnare il nuovo assetto amministrativo cui far corrispondere altrettanti progetti di sviluppo in sintonia con le vocazioni territoriali, senza attardarsi su inutili quanto stereotipate posizioni di retroguardia a difesa dell’assetto istituzionali esistente. Dieci proposte di legge per cambiare la Sicilia che il nuovo governo dovrebbe sottoporre all’Assemblea Regionale entro i primi cento giorni, oppure il ritorno alle elezioni.  Su un’ipotesi del genere si scommette il futuro della Sicilia per evitare la più gattopardesca delle soluzioni: l'inciucio. Crocetta, rivoluzionario bon grè mal grè .

      



                            
                                


mercoledì 17 ottobre 2012

Dopo lo "sbarco" di Grillo la Sicilia potrebbe non essere più la stessa


Dopo lo “sbarco” di Grillo, le elezioni in Sicilia sembrano non avere più storia. Su un aspetto della campagna elettorale sembra oramai acquisito un fatto: Grillo conquista le piazze. Mai vista tanta gente dai tempi in cui arrivavano i big nazionali come Berlinguer, Moro e tanti altri. Qualcuno dice che la gente è attratta dal Grillo comico, dallo spettacolo. Ma tanto si sa, quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba. La verità è ben più tragica, ed è chiaro che nell’epoca in cui i partiti come organizzazioni sono letteralmente spariti dalla scena e tanti piccoli scilipoti devono confrontarsi sul terreno della comunicazione, allora veramente non c’è più storia, chi lo frega Grillo che è un guru della comunicazione, chi può vincerlo sul terreno che gli è proprio? Non sappiamo cos’altro si inventerà prima della conclusione della campagna elettorale, ma lo “sbarco” in Sicilia attraversando lo Stretto di Messina a nuoto è stata una trovata geniale. Ci stanno tutte le proprietà per la costruzione di un evento capace di tramutarsi in mito. Preparato con l’annuncio attraverso la stampa, ha creato curiosità ed attesa, ha scommesso sul coraggio e sulla forza. Si è preparato bene per recitare la parte dell’eroe in quest’arena dove parecchi sono i cavalieri che competono con le spade spuntate per le loro qualità di onorevoli falliti o di outsider buttati lì dai pupari più furbi, quelli che capiscono che non è aria che tira e che è meglio aspettare momenti migliori. D’altronde non sono stati i dirigenti dei partiti a scommettere sul carisma, sul personalismo al posto del collettivo? Mi ricordo ancora, tanto tempo fa, quando i comunisti e i democristiani affiggevano i manifesti con i loro simboli, la falce e il martello o lo scudo crociato, evitando di esporre facce ammiccanti e spesso anche stucchevoli, tempi in cui si andava porta a porta a parlare con la gente. Oggi, a causa di un’errata interpretazione della modernità, nel simbolo si trovano i nomi dei leader, con il risultato che trombato il leader non resta nemmeno il partito. Quasi tutti hanno voluto puntare sulla forza del proprio carisma personale, costruito a colpi di frasi ad effetto, sulla propria capacità di “bucare il video”, a discapito dei programmi e del buon governo. Ma se tutto ciò può andare bene per chi si presenta ingenuamente per la prima volta al cospetto dell’elettorato, altrettanto non si può certo dire per chi ha governato per venti anni. E’ emblematico il video che mostra il candidato Presidente Miccichè che parla in una piazza quasi deserta davanti ad uno striscione sorretto da un gruppetto di ragazzi su cui campeggia la scritta:”17 anni con Lombardo, Berlusconi, Cuffaro, Dell’Utri , Miccichè togliti dalle liste elettorali!”. Qui non è più sufficiente la seduzione del tribuno bello ed intelligente, la gente vuole resoconti, fatti e non più parole…parole…parole. La costruzione mediatica del dirigente non funziona più,  su questo terreno vince Grillo perché è il suo mestiere. La gente chiede partecipazione, confronto delle idee, costruzione di un progetto e certamente Grillo non è tutto questo. Grillo fa il suo mestiere di comico, dice alla gente ciò che la gente vuole sentire. La gente sa che i politici rubano e vuole qualcuno che glielo dice e glielo canta. I discorsi di Grillo rafforzano il sentimento popolare e amplificano l’antipolitica. Fanno male i politici a sottovalutare Grillo liquidandolo come un abominevole pifferaio magico. In Sicilia la sconfitta della politica potrebbe rafforzare il sistema clientelare-mafioso che potrebbe avere più presa su un’assemblea regionale composta prevalentemente da personaggi inquinati e da persone inesperte. Ma la campagna elettorale continua nell’assenza assoluta di confronto, in piazze deserte e nella continua recita di monologhi così omolagati che sembrano costruiti in serie dalla moderna fabbrica elettorale. Manca una visione realistica della Sicilia di domani, manca il coraggio dell’autocritica, mancano le idee, un progetto a cui legare le ansie e le aspettative dei giovani, manca la capacità di rigenerare fiducia. E poi c'è un deficit di competenze necessarie per affrontare seriamente il nodo della riforma della Regione, presupposto utile ed inderogabile per la sua rinascita morale e civile, senza la quale è impossibile parlare di sviluppo. Così, mentre i cittadini continuano con sacrificio e timore ad affrontare le loro giornate pervase ed aggravate dai problemi di sempre, continuano gli eventi inventati da Grillo tra gli applausi e gli entusiasmi di quel popolo che, ancora una volta resta sedotto, come scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni:”… «dall’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale, per l’uomo intelligente come tale… forse unica forma di sciovinismo popolare in Italia”. Alla fine, com’è successo per l’altro “sbarco” più famoso, molti chiederanno di dedicargli una strada o  costruirgli un monumento, magari senza sapere perché.

martedì 16 ottobre 2012

Risolto il caso della piccola disabile privata dell’assistenza, ma chi paga per l’incuria?


Ho letto oggi sul giornale “La Sicilia” che l’Assessore Giovanni Caruano ha chiesto scusa alle famiglie per i ritardi con cui il Comune di Vittoria ha provveduto ad assegnare il personale alle scuole per occuparsi dei bambini disabili. Ho colto in questo gesto un segno di civiltà e di educazione che è difficile trovare in questo deserto che è diventato la politica nel nostro territorio. Ma mi sono chiesto anche, come credo se lo chiedano tanti altri cittadini, chi paga per questo ritardo che non trova nessuna giustificazione? In questo caso non si possono addurre scuse banali o di semplice circostanza, non si possono invocare i soliti ritardi nei trasferimenti della regione, delle risorse sottratte agli Enti Locali dal Governo Monti, quando poi si assiste, malgrado i continui piagnistei e mugugni, all’assunzione di esperti per i quali possono esprimersi solo seri e fondati giudizi di inopportunità. Anzi, in questa circostanza sono stati addotti motivi legati ai tempi tecnici necessari per l’espletamento della gara, ma allora viene da chiedersi perché non si è provveduto in tempo utile? Perché per fare una disinfestazione bisogna aspettare sempre l’arrivo inoltrato dell’estate, per pulire le spiagge  aspettare il mese di agosto? Perché i servizi arrivano sempre alla fine, quando ormai non servono più? Mi chiedo allora, come se lo chiedono tanti cittadini, ma che fanno i dirigenti del Comune, come viene valutato il loro lavoro, ma, soprattutto, con quali criteri sono scelti dall’amministrazione e quali sono i provvedimenti adottati in caso di inefficienza o di  inadeguatezza rispetto al ruolo che svolgono? Sarebbe ora, che di fronte all’ennesimo ingiustificato ritardo che ha costretto una famiglia a rivolgersi ai carabinieri per avere riconosciuto un diritto sacrosanto, subendo l’umiliazione di finire pure sulle pagine dei giornali, ci fosse un provvedimento disciplinare, uno solo, per potere dimostrare, finalmente,  di esercitare utilmente l’incarico politico ricevuto dai cittadini. Una volta gli alti burocrati lamentavano il fatto che da loro ci si aspettavano i miracoli a fronte di stipendi miserabili, ma oggi ci sono dirigenti che costano alle casse comunali oltre centomila euro l’anno ed è giusto che vengano censurati quando dimostrano di non essere all’altezza della situazione.

giovedì 11 ottobre 2012

Noi, i ragazzi del ' 68.


E’ arrivato l’autunno, ma non perché cadono le foglie, perché scendono in piazza gli studenti. E’ un autunno diverso questo, con tutti i climi caldi, sul fronte della scuola, della politica, del lavoro, del tempo. La FLC della CGIL  prova a coniugare le rivendicazioni dei lavoratori con quelle degli studenti chiamandoli a partecipare alla giornata di mobilitazione del 12 ottobre, per denunciare quel disagio che colpisce, ormai, fasce molto estese della società italiana. Questa coniugazione di obiettivi, questo provare a lottare, questa denuncia condivisa di operai e studenti mi riporta alla memoria il primo autunno caldo, quello del 1969. Fu quello il periodo che seguiva la straordinaria stagione del ’68, un’epoca magica che investì tutto il mondo e che anticipò, con tutta la sua carica innovativa, gli avvenimenti più salienti del secolo scorso, dalla guerra in Vietnam fino alla caduta del muro di Berlino e all’implosione del sistema comunista. Ma anche in quella occasione, come oggi, i problemi del nostro Paese erano diversi rispetto al resto del mondo. Negli Stati Uniti d’America il ’68 si contrassegnò per l’avversione dei giovani alla guerra in Vietnam, mentre nelle università si avvertiva forte il bisogno di confrontarsi sui problemi dei diritti civili, così le istanze pacifiste si mescolavano con la forte insofferenza verso la guerra in una società in cui la popolazione di colore si raccoglieva e lottava attratta dal pensiero di Martin Luther King, il quale non si stancava di ripetere: "Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali". L’America liberale, così, per la prima volta, si trovava ad affrontare la soluzione di un nodo cruciale e cioè se in una società libera e democratica potessero sussistere le gravi discriminazioni razziali e le pratiche segregazioniste che intellettuali e giovani studenti denunciavano apertamente, non più soltanto nelle scuole, ma in tutte le piazze d’America. In Italia, invece, i problemi che masse di giovani denunciavano per primi nelle scuole e nelle piazze di tutti i paesi, dal nord al sud, riguardavano non solo la condizione di una scuola pensata e vissuta ancora secondo i canoni di una legislazione e una prassi organizzativa risalente al ventennio fascista, ma soprattutto il profilo autoritario e dirigista che ancora caratterizzava i luoghi della connivenza civile, dalla famiglia alla scuola, dalle fabbriche alle campagne, perfino le articolazioni dello Stato. Fino ad allora si era pensato che, con la fine della seconda guerra mondiale, nel mondo si fosse aperta una pagina nuova nella storia dell’umanità, che i principi conquistati nel corso della rivoluzione francese, libertà uguaglianza fraternità, potessero finalmente essere accolti e praticati in tutti i paesi civili, che i milioni di caduti fossero il prezzo da pagare per dare, finalmente, all’umanità un futuro di pace e di libertà. Il periodo immediatamente successivo alla guerra fu in Italia, in effetti, un momento di grande risveglio civile e culturale, capace di segnare grandi conquiste popolari, come, per esempio, il suffragio universale, la Costituzione che, ancora oggi, rimane uno degli strumenti giuridici più efficaci e straordinari del mondo. Ma la guerra fredda, con tutti i suoi angoscianti postulati di paura e di morte, finì per spegnere quegli entusiasmi, e la società italiana ripiombò nell’immobilismo, così quel primo tentativo riformatore, avviato subito dopo la guerra, che avrebbe dovuto portare l’Italia ad allinearsi con gli altri paesi occidentali, cedette il passo ad un lungo periodo di stagnazione raffreddando il processo di cambiamento dello Stato, che pur dotato di una  Costituzione avanzata sotto il profilo civile e sociale, rimaneva, nelle sue forme organizzative, pressappoco ai livelli dello Statuto Albertino con qualche ritocco operato dal governo fascista che certamente non si era ispirato a principi di giustizia e di eguaglianza. Il movimento degli studenti del ’68 fu, così, l’alba di un generale risveglio della società italiana, all’inizio perfino poco compreso da gran parte della sinistra storica italiana. Fu una voglia di liberarsi da riti e  metodi che avevano caratterizzato una società chiusa e bigotta, dove una minoranza della popolazione, quella ricca e ben accreditata, poteva porre fine al matrimonio e perfino abortire, frequentare le scuole private, prepararsi a diventare classe dirigente apprendendo saperi e pratiche estranee alla scuola pubblica che, prevalentemente, era rimasta ancora, dopo sessant’anni, la scuola di Giovanni Gentile, una scuola ancora fascista nei principi  e nella prassi. Almeno, così appariva a me stesso, costretto a subire ogni mattina il sequestro del giornale quotidiano dove scrivevo da corrispondente, perché non era previsto il giornale in classe dai “programmi ministeriali”. Ecco il bisogno di essere alternativi e dissacranti, non violenti ma rivoluzionari, comunque portatori di istanze che andavano ben aldilà della mancanza di bidelli o di aule sovraffollate e prive di  riscaldamento. Un movimento, perciò, diverso dagli altri che nello stesso periodo si sviluppavano in Francia e Germania o negli Stati Uniti d’America, proprio perché in Italia toccavano aspetti essenziali della società e dello Stato, una condizione che ben si confaceva alla critica di Herbert Marcuse, all’epoca molto letto dagli studenti, secondo il quale le società industriali, ivi ricomprendendo anche quelle socialiste, erano inevitabilmente portatrici di una morale sostanzialmente repressiva, includendo nel proprio pensiero pessimista ciò che Adorno e Horkheimer avevano sostenuto circa il rapporto tra  sviluppo tecnologico ed emancipazione delle masse. Marcuse, per tornare ai giorni nostri, con la sua opera, che io ritengo fra i più importanti prodotti culturali del secolo scorso, “L’ uomo a una dimensione”, anticipava di molto ciò che oggi è di tutta evidenza riguardo al carattere fortemente repressivo della società industriale avanzata, una società capace soltanto di ridurre l’uomo alla semplice ed unica dimensione di consumatore, un uomo felice e stupido nello stesso tempo, che considera libertà quella di potere consumare tra prodotti diversi. E’ questa una condizione che il ventennio berlusconiano in Italia  ha reso molto più drammatica del resto del mondo, perché rafforzata negativamente dalla povertà culturale, dal malcostume e dall’incapacità delle classi dirigenti, cosa che oggi rende più difficile l’affermazione di un processo civile ed economico in sintonia con i Paesi più avanzati. Spetta ai giovani, ancora una volta, interpretare il mondo per cambiare in senso progressivo lo stato delle cose esistente, perché hanno la forza delle idee, la voglia del cambiamento, il diritto di essere protagonisti. La CGIL, promuovendo questa giornata, che è anche di incontro tra giovani e lavoratori, non ripete l’errore di quegli anni, quando gli studenti furono visti con tanto sospetto, recuperando, invece, tutta la potenzialità di quell’autunno “caldo” del 1969, allorché operai e studenti si incontrarono per la prima volta in una battaglia comune di cambiamento. Sono convinto di ciò perché osservo, parlando con molti giovani, che loro sono portatori, oltre che dei bisogni propri della scuola, anche dei problemi vissuti drammaticamente nell’ambito familiare, problemi di disagio economico, di mancanza di prospettive, di solitudine. Io, per motivi di salute, non potrò essere presente alla manifestazione degli studenti di domani, ma lo sarò col cuore e con la mente e auguro  alle ragazze e ai ragazzi e a tutti gli operatori della scuola che parteciperanno, di essere antesignani di un nuovo grande periodo di riscatto morale e civile che, muovendo dalla scuola e dai suoi bisogni, sappia cogliere l’esigenza di riappropriarsi dei diritti prima conquistati ed oggi negati e, soprattutto, del proprio futuro.



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