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mercoledì 30 gennaio 2019

Una storia di braccianti, riflessioni sulla mia città.


La lettera del clero locale rivolta alla cittadinanza sembra avere stimolato  un dibattito politico ormai assente da tempo nella città di Vittoria. Ce n’era bisogno? Io credo di si. Aldilà dei giudizi e delle prese di posizione fin qui registrate, i sacerdoti, che non sono dei  politicanti adusi alle finezze della propaganda politica, hanno espresso un disagio, l’hanno fatto con gli strumenti che gli sono propri, interpretando umori e sentimenti di una città che ormai da tempo vive un disorientamento, un’incapacità a ritrovare il bandolo della matassa, dopo anni di crescita ed espansione della sua forza produttiva. Forse i sacerdoti non sono consapevoli che tutta la verità non sta scritta nel loro comunicato, ma sicuramente hanno presente di muoversi in un deserto di relazioni e di progetti. Perché bisogna dirlo con forza che questo deserto non è nato con lo scioglimento del consiglio comunale e la cacciata del sindaco per presunte collusioni con ambienti mafiosi. Il deserto della società civile a Vittoria c’era da tempo, e semmai lo scioglimento intervenuto di recente non è che la conclusione di un lungo processo di inaridimento del complesso sistema di relazioni tra forze politiche e sociali, sistema produttivo e istituzioni pubbliche, in un contesto sempre più aggravato da condizionamenti di tipo mafioso.

A Vittoria si è concluso, da tempo, il ciclo storico che ebbe inizio tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, allorché migliaia di braccianti senza terra, avviando la sperimentazione delle coltivazioni degli ortaggi sotto serra, si trasformarono in piccoli produttori agricoli, acquistando modesti appezzamenti di terreno. Non fu un movimento spontaneo. I braccianti erano organizzati nei sindacati ed esprimevano una consistente rappresentanza politica raccolta attorno ai partiti di sinistra. A seguito di quelle trasformazioni, una nuova categoria di piccoli imprenditori agricoli si conquistò uno spazio entro l’alveo del ceto medio cittadino. Dentro le logiche di quello che viene considerato l’ascensore sociale, i nuovi arrivati oltre ad affrancarsi dall’antica servitù del lavoro salariato, iniziarono ad esprimere bisogni nuovi, quali possedere una casa, avere un’automobile, il telefono, fare studiare i figli, aspirare ad una seconda casa. Tutto ciò avvenne in una Sicilia attraversata da mille contraddizioni, mentre Vittoria sperimentava un originale laboratorio sociale ed economico. All’interno del Partito Comunista, che rappresentava la maggioranza del movimento bracciantile, si aprì perfino una discussione di non secondaria importanza. Il Partito, allora,  era reduce dalla lotta per la conquista della terra, negli anni precedenti si era dovuto confrontare in numerose realtà dell’isola con il fallimento della riforma agraria. La rincorsa all’acquisto della terra da parte dei braccianti ragusani apparve come una naturale conseguenza di quel fallimento, finché un congresso cittadino  che si tenne a Vittoria, si concluse con una mozione sintetizzata nella parola d’ordine “la terra si acquista e non si conquista”. Il gruppo dirigente in questo modo anticipava di qualche decennio la svolta riformista del Partito Comunista. Ma il confronto non si fermò solo a dirimere la questione tra acquisto o conquista della terra. Nello stesso periodo nelle terre del Buonincontro, tra Vittoria e Gela, venne scoperto un grosso giacimento di petrolio che accese speranze in larghe fasce dell’opinione pubblica, inducendo un lungo e appassionato dibattito, che si concluse con la definitiva ed irreversibile scelta delle nascenti trasformazioni agrarie. All’oro nero si preferì l’oro verde.

Le trasformazioni produttive ebbero uno sviluppo tumultuoso ed imprevisto. Sebbene le amministrazioni di sinistra, suffragate da un’imponente rete associativa promossa dai partiti  e dai sindacati, si impegnarono a rivitalizzare il tessuto sociale e civile del territorio, alcuni settori del ceto medio cittadino, avvalendosi di autorevoli complicità, diedero vita ad una fitta rete di speculazioni, correlate in parte alla vendita di terreni agricoli data la forte richiesta di appezzamenti di terreno da destinare alle colture serricole, in parte sui terreni necessari a soddisfare il bisogno di case cui aspiravano i nuovi produttori. Ci fu perfino chi festeggiò con gli amici il raggiungimento di un miliardo di patrimonio. Le dune sabbiose che nessuno avrebbe mai acquistato perché considerate improduttive, furono vendute a caro prezzo e la stragrande maggioranza dei braccianti dovette indebitarsi per poterne acquistare tanto quanto necessario a mantenere la famiglia. La stessa cosa si verificò per le aree destinate all’edificazione. Con il favore di alcuni notai i terreni che avrebbero dovuto prima essere lottizzati, venivano venduti come frustoli di terreno agrario, mediamente di cento metri quadrati, favorendo in tal modo la proliferazione di interi quartieri abusivi, e lasciando alla pubblica amministrazione l’onere di sanare gli stessi quartieri portandovi  acqua potabile, fognature, illuminazione pubblica e scuole. Di fronte alla complessità dei problemi che incombevano, il dibattito pubblico si inasprì e nel 1963 l’amministrazione di sinistra fu estromessa dal governo cittadino nel pieno delle trasformazioni in atto, grazie al cambio di casacca,  indotto dalle promesse dell’opposizione, di alcuni  consiglieri comunali. Durante questo periodo, lungo sette anni, intervallato da gestioni commissariali, il piano regolatore generale stentava a decollare, le previsioni urbanistiche prestavano il fianco a speculazioni edilizie di vasta portata; ebbe inizio il sacco urbanistico e la città si espanse a dismisura. Il PRG, nel frattempo,   venne bocciato dalla regione ripetutamente,  mentre la speculazione  si ingrassava attirando l’attenzione di gruppi criminali interessati all’investimento di capitali di dubbia provenienza. Bisogna aspettare il 1975 per venire a capo della complessa situazione. Le nuove amministrazioni che si susseguirono, approvarono il nuovo programma di fabbricazione e avviarono un vasto programma di risanamento: scuole materne, asili nido, servizi sociali, attività culturali, acqua, fognature, mercato ortofrutticolo. Ma mentre la città procedeva a consolidare il proprio modello di sviluppo, vasti interessi speculativi, una complicata matassa di interessi trasversali che non disdegnavano l’apporto di inquietanti sostegni mafiosi, ne segnavano la crescita. Ad un certo punto le forze politiche di sinistra non riuscirono più a governare quel lungo e faticoso processo di cambiamento. Dilaniate dalla conflittualità dei propri gruppi dirigenti, negli anni  assistettero immobili allo sfaldamento di quel tessuto associativo che aveva funzionato da freno alla pervasività di interessi parassitari contigui ad una criminalità raffinata, che si esprimeva non soltanto contaminandosi con i gruppi di fuoco che si contendevano le tradizionali attività dello spaccio di droga e del racket delle estorsioni, ma riuscendo perfino ad occultarsi dentro un verminaio di relazioni affollato da interessi di varia natura, cui non rimasero estranei settori non ben identificati delle istituzioni pubbliche.

Come se non bastasse, i cambiamenti economici introdotti dalla globalizzazione hanno finito per  accentuare il processo di degradazione del tessuto economico e sociale della città. L’emergere della Grande Distribuzione Organizzata ha radicalmente cambiato il sistema mercantile che nel tempo si era consolidato attorno al mercato ortofrutticolo, ed il sistema produttivo, per sopravvivere, ha fatto ricorso alla manodopera degli immigrati dando origine ad una inedita condizione economica, dove produttori e lavoratori agricoli si trovano nella stessa condizione di mera sussistenza, caratterizzata dalla bassa remunerazione del prodotto e dallo svilimento dei salari, così i due protagonisti dell’attività di impresa, il produttore ed il lavoratore salariato, vivono ai limiti del proprio sostentamento i primi, ed ai limiti della dignità umana  i secondi. Migliaia di produttori, per  mantenere il livello di vita guadagnato dopo anni di duri sacrifici e continuare la loro attività di impresa, negli anni si sono indebitati sottoponendosi a nuove forme di sfruttamento, testimoniato anche dalle decine di sportelli bancari che in dispregio di qualunque logica economica continuano a sorgere come funghi. Sono migliaia le case pignorate poste all’asta per insolvenza nei pagamenti da parte di tantissime imprese ridotte al lastrico. Vecchi e nuovi speculatori, evidenti ed occulti, alimentano quel verminaio mai estinto che si nutre di antiche e  nuove forme di connivenza criminale di cui si stenta, ancora una volta, a comprenderne i perversi meccanismi.

Dentro questo quadro disarmante, la città negli ultimi anni ha assistito al graduale, e ora definitivo, impoverimento del proprio tessuto associativo. Associazioni professionali e partiti sono letteralmente scomparsi e se qualcuno ancora dà segni di una qualche testimonianza, manca, comunque, di un progetto, di una capacità di analisi della realtà complessa in cui si muovono i vari attori sociali. Le amministrazioni comunali si sono fermate alla gestione ordinaria, non comprendendo che nel nuovo assetto globale delle relazioni umane, spetta alla rappresentanza locale  dare slancio al tessuto associativo, promuovendo, attraverso una rinnovata progettualità, un proficuo rapporto con le istituzioni nazionali ed europee anche attraverso una riqualificazione delle risorse umane di cui dispone. La gestione spicciola del potere, l’alimentare  il proliferare di clientele vecchie e nuove, muoversi dentro un labile confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, ha contrassegnato l’attività di non pochi politici lungo questi anni, sempre con l’occhio  puntato ad un seggio al parlamento regionale o al parlamento nazionale, obiettivo che assicura piccoli privilegi e una rendita sicura a politici di poco pregio, perlopiù svincolati dagli ideali e dall’etica di chi li ha preceduti, considerati questi ultimi poco più che dei rincoglioniti. La Regione e lo Stato assenti, succubi di un’Europa considerata nemica dai produttori per non avere saputo valorizzare non solo le trasformazioni intervenute, ma per non avere percepito per tempo come questa plaga meridionale fosse diventata strategica entro i nuovi scenari mondiali e, soprattutto, con l’emergere dell’Africa come interlocutore necessario per la stabilità in Europa.

Dentro questo quadro disarmante, vecchie e nuove forme criminali si organizzano per dare il colpo definitivo a ciò che resta dell’economia florida e promittente di una volta. Ed è per questo motivo che lo scioglimento del consiglio comunale non spiega di per sè tutto il malessere in cui versa la città, che non può essere ridotto allo scambio di qualche voto da parte di piccoli criminali interessati ad una promessa di assunzione al comune. Dentro il verminaio in cui allignano interessi di vasta portata,  agiscono attori di vario livello, molti dei quali riescono ad occultarsi grazie a complicità e connivenze che sfuggono alle lenti piuttosto appannate degli inquirenti. Perché non ci si chiede come è possibile che in una fase di grave recessione economica, migliaia di case pignorate a famiglie arrivate sul lastrico, vengono messe all’asta e vendute a prezzi stracciati? Forse che tale meccanismo non è in correlazione con un’economia che si nutre di vecchie e nuove attività criminali? All’interno di questo perverso sistema  vanno anche approfondite le scelte di natura urbanistica contenute  nel piano regolatore varato dalle ultime amministrazioni. Le nuove previsioni urbanistiche prevedono l'edificazione lungo ciò che resta della costa che partendo da Vittoria si snoda fino a quasi la città di Acate,  dove il patrimonio costruito, per densità, risulta già ampiamente sovradimensionato e che solo per tale motivo sarebbe necessario l’approfondimento, per capire quali interessi si celano dietro scelte apparentemente illogiche e perciò incomprensibili. Basterebbe esaminare i passaggi di proprietà che si sono succedute negli ultimi dieci anni lungo la costa per trarre le necessarie considerazioni. La città è in ginocchio, ma non ha perso la speranza, non ha smesso di sognare. Solo chi questa storia di braccianti non l’ha vissuta e non la conosce, può azzardare di pensarla arresa e frustrata. Malgrado le conseguenze della crisi economica, che Vittoria vive alla stregua delle altre città del Meridione d’Italia, ogni mattina partono dal mercato centinaia di camion pieni di primizie che profumano ancora di intelligenza operosa e di consapevolezza delle proprie potenzialità. Mai, comunque, come in questi anni l’interlocuzione è stata così difficile con i governi regionali e nazionali, e ciò rende complicato riprogettare un nuovo ciclo economico. I produttori sono soli, e da soli tutto diventa più difficile e maledettamente complicato. Eppure la gente a Vittoria continua con coraggio a scommettere, a sperimentare, a soffrire ma non ad arrendersi. Ha solo bisogno di darsi una nuova classe dirigente capace di sapere interpretare i  suoi bisogni, indicare la via, esplicitare gli obiettivi e sapere come mobilitare le energie che ci sono. Ma il clero locale, se può avvertire e denunciare il disagio in cui versa la città,  non ha impresso nella propria missione il compito di svelare il complicato bandolo della matassa. La città ha bisogno di una ripartenza per la quale da un lato non è più procrastinabile lo smantellamento alla radice del perverso intreccio di interessi illegali, dall’altro è necessario fare emergere al più presto alla vita pubblica il tessuto sano di cui dispone ampiamente, e questo è il compito della commissione prefettizia.

lunedì 19 ottobre 2015

Attualità del pensiero del Prof. Giuseppe Susani in materia di pianificazione urbanistica


Il recente dibattito sul Piano Regolatore Generale della Città di Vittoria, con le sue appendici giudiziarie, pone all’osservatore una serie di domande che, stante il clima preelettorale in cui si trova la città, possono diventare una buona occasione per coloro che si accingono a candidarsi alla guida del Comune per esprimersi su una materia fondamentale per il futuro governo locale. Il Prof. Giuseppe Susani, padre del vigente PRG, ebbe modo di spiegare che il Piano Regolatore,  essendo composto da un’insieme di norme e prescrizioni che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini e delle imprese, sui loro diritti e anche sui loro doveri, nella fase della sua elaborazione ed in quella successiva della sua approvazione, dovrebbe essere supportato non solo dal contributo di tutti i gruppi politici, ma anche dalla maggioranza dei cittadini e delle loro espressioni associative, sindacali, culturali e ricreative. Secondo Susani, più ampia è la partecipazione, la comprensione e la condivisione delle scelte operate dai progettisti, più facile diventa l’attuazione, la vigilanza e il rispetto delle norme da essi posti a fondamento del Piano. Un altro elemento ricorrente nella prassi introdotta da Susani riguarda il modo in cui gli amministratori rispondono alla domanda inevitabile che il progettista pone al committente: a quali interessi si deve ispirare il Piano Regolatore? Attorno a questa domanda si gioca la partita del Piano Regolatore Generale. Il Piano, infatti, può essere, e generalmente lo è, custode di interessi particolari, espressione della rendita fondiaria, di disinvolte attività imprenditoriali, di speculazioni politiche ed amministrative, oppure, e molto di rado, espressione di interessi collettivi e diffusi che possono riguardare il soddisfacimento del bisogno di servizi, di scuole, di attrezzature sportive, di tutela dell’ambiente, di qualità della vita oltre che di alloggi. A queste ultime istanze risponde il Piano vigente, frutto di una grande partecipazione popolare (conservo ancora gelosamente i disegni degli scolari dell’indimenticata maestra Cucuzzella che auspicavano il ritorno delle rondini, gli spazi verdi per giocare). Ma il Piano, sempre  secondo Susani,  è custode della storia e delle tradizioni popolari, interpreta i bisogni e progetta i cambiamenti e gli adattamenti delle strutture urbane nel rispetto delle vocazioni ambientali, senza alterare artificialmente gli assetti naturali e paesaggistici. All’epoca, i precedenti progettisti Ugo e Verace, invero, avevano interpretato il Piano nell’ottica di un dinamismo economico, suggerito dall’improvviso imperversare delle colture sotto serra, di tipo californiano, suggerendo ampi sventramenti di interi comparti edilizi anche nel centro storico, sottovalutando il fatto che lo sviluppo economico non aveva come protagonista la grande impresa capitalista, bensì una massa di migliaia di piccoli coltivatori, ciascuno portatore di interessi modesti, in contrasto, quindi, con le politiche palazzinare che videro protagonisti i fratelli Ferrini di Catania. La sbornia palazzinara durò poco, perché esauriti i bisogni della piccola borghesia cittadina, molti appartamenti restarono invenduti perché non soddisfacevano i bisogni delle famiglie contadine, non abituate a convivere nei condomini che non consentivano il prolungamento delle loro attività produttive. La stessa cosa sta accadendo adesso con l’aeroporto di Comiso, capace di suscitare fantasie di sviluppo  evocative di scenari fantasmagorici che nessuna attinenza hanno a che fare con la realtà, semplicemente perché non sono suffragati da studi e ricerche sulle reali potenzialità offerte dal territorio in materia di turismo, attività per la quale non disponiamo degli stessi saperi consolidati e diffusi come quelli agricoli, per le quali a ragione ci vantiamo di costituire un’autentica eccellenza.  Partecipazione, dunque, ampia condivisione delle scelte, ma soprattutto aderenza ai bisogni ed alle aspettative di larghe masse popolari,  senza perdere di vista lo scenario entro cui maturano e si sviluppano tali attese, rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali, sono questi gli insegnamenti di un grande urbanista che ci ha spiegato passato presente e futuro della nostra città, restituendoci l’orgoglio di sentirci vittoriesi. L’attuale progetto di revisione dello strumento urbanistico non ha niente a che vedere con questo insegnamento. Secondo la vulgata corrente, il Piano vigente ha ingessato lo sviluppo urbanistico della città, dichiarazione che contrasta nettamente con quanto  si legge nella stessa relazione di accompagnamento della proposta di revisione del Piano ove risultano 3500  licenze edilizie rilasciate nel decennio 1997 – 2007 con ben 1.250.000 m di volume costruito, una stanza per abitante! Altro che ingessamento!  Altra vulgata molto gettonata riporta che l’attuale PRG non dispone di aree sufficienti per dotare la città di strutture alberghiere adeguate ai flussi turistici previsti in incremento a causa dell’apertura dell’aeroporto. Anche in questo caso l’affermazione non risponde a verità, in quanto il Piano vigente dispone di un’ampia dotazione di aree riservate alla realizzazione di alberghi e di strutture dedicate all’usufruizione del mare. Semmai c’è da verificare per quali motivi gli insediamenti non hanno avuto pratica realizzazione, ma di ciò nè i progettisti né gli amministratori si sono curati durante questo lungo periodo necessario alla predisposizione di questo aggiornamento degli strumenti urbanistici. Sono tanti otto anni, tante cose possono succedere in otto anni, tanti interessi si possono intrecciare e consolidare in otto anni. Ciò spiega in parte la spaccatura verificatesi in consiglio comunale e la difficoltà a costruire il consenso necessario attorno a scelte fondamentali per la città. Le dichiarazioni dei componenti il gruppo di studio per la revisione del Piano, composto da funzionari e dirigenti del Comune,  rese alla commissione assetto del territorio, lasciano quanto meno allibiti. In pratica, secondo quanto dichiarato, i protagonisti che avrebbero dovuto seguire l’iter di formazione del nuovo strumento urbanistico non sarebbero stati adeguatamente coinvolti. E allora chi è stato coinvolto? In quale arcano meandro, se non dentro il municipio, sono maturate le scelte poste a base del nuovo strumento urbanistico? Sono dunque tanti i motivi che stanno alla base del conflitto insorto tra maggioranza del Consiglio  e Amministrazione Comunale relativamente alla proposta di approvazione della variante al Piano. La maggioranza del Consiglio ha approvato la variante di Piano introducendo correttivi significativi ma l’amministrazione, facendo ricorso a cavilli procedurali, ha ricorso giudiziariamente contro una parte maggioritaria del civico consesso,  così limitando le prerogative del Consiglio  cui spetta per competenza l’approvazione degli strumenti urbanistici. Si tratta di un fatto gravissimo, che ribalta l’attribuzione delle competenze tra consiglio e amministrazione, peraltro suffragato da una sentenza del TAR che, a mio avviso, avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il ricorso dei consiglieri di minoranza, perché è inconcepibile che la magistratura intervenga in una materia attinente l’attività di un consesso pubblico cui spetta il potere di indirizzo e di controllo politico-amministrativo del comune. Il problema infatti non si è affatto risolto, tanto che  l’amministrazione comunale ha prodotto  un nuovo schema di massima da proporre al Consiglio Comunale. Sembrerebbe una proposta di compromesso tra le istanze del Consiglio e l’originaria proposta dell’Amministrazione, ma a ben guardare nulla sembra essere cambiato, le scelte di fondo rimangono tali e quali, nello sfondo si intravede l’emergere di una prospettiva cementificatoria che devasta ancora di più il territorio, crea i presupposti per l’abbandono massiccio del centro storico, determina una consistente svalutazione del patrimonio dei vittoriesi che sul mattone hanno investito i propri risparmi e  acuisce i disagi atavici della città per quanto riguarda la distribuzione dell’acqua, la gestione della rete fognaria, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, il completamento dei servizi (scuole, impiantistica sportiva, viabilità, verde pubblico ed aree attrezzate),  mentre le prospettive di sviluppo legate a nuovi insediamenti turistici sembrano verosimilmente  delle millanterie  di fine legislatura. Sull’onda della parola d’ordine che bisogna rimediare agli insediamenti a macchia di leopardo, di fatto le nuove previsioni tendono alla cementificazione delle poche aree di verde che rimangono ancora a disposizione, favorendo un ulteriore consumo di suolo e abbandonando qualunque prospettiva di riorganizzazione urbana a partire dal centro storico e delle periferie degradate, per le quali la dotazione di servizi risulta ancora fortemente deficitaria. Anche la sbandierata perequazione, senza una regolamentazione che a priori stabilisca criteri ed indirizzi per la sua applicazione, lascia ai futuri amministratori ampi margini di discrezionalità, capaci di indurre ciò che in altri contesti fu definito come vero e proprio “sacco urbanistico”. Sarà, dunque, pressoché improbabile che l’attuale legislatura si concluda con l’ approvazione di un nuovo PRG, mentre al nuovo Consiglio spetterà il compito di ricominciare tutto d’accapo. Per questo motivo sarebbe quanto mai opportuno che queste problematiche fossero affrontate non per slogans, ma attraverso un ampio ed articolato confronto. Solo attraverso il confronto i cittadini possono trarre un apprezzabile convincimento sui problemi reali della città.

giovedì 17 aprile 2014

Un nuovo piano regolatore per un nuovo sviluppo sostenibile


C’è il rischio che il dibattito attorno al Piano Regolatore del Comune di Vittoria finisca per dividere le fazioni contrapposte come i buoni da un lato e i cattivi dall’altro, tra quelli che vogliono la tutela del territorio e dell’ambiente e quelli che vogliono cementificare tutto. Ma aldilà dei buoni propositi degli uni e degli altri, è difficile pensare che interessi occulti non condizionino le fazioni in campo, anche a loro insaputa. La disciplina urbanistica è una materia difficile e complessa, caratterizzata da un lato da una farraginosa ragnatela di norme e prescrizioni solitamente riservata agli addetti ai lavori, cioè i tecnici, dall’altro da un coacervo di interessi diffusi che vanno dalla rendita di posizione dei proprietari fondiari, ai costruttori, alle famiglie che devono costruire le proprie case, agli operai che hanno bisogno di lavorare, all’intermediazione, all’indotto industriale e commerciale che trae le ragioni delle proprie finalità produttive proprio dall’attività edile, agli studi professionali, agli enti pubblici che devono soddisfare il bisogno di infrastrutture e servizi per la collettività. Una platea vasta, multiforme, caratterizzata e cementata da un’unica finalità: costruire. C’è poi un’altra platea, meno visibile, ma non meno importante, composta da quelli che potremmo definire i portatori di interessi immateriali, pur essi diffusi e presenti in vaste aree della popolazione, che sono i cultori della cultura, della storia e della tradizione, gli amanti dell’ambiente e delle sue connotazioni, così come si sono armonizzati nel tempo in conseguenza dei processi che gli uomini hanno attivato per garantire il ricambio organico e che, in un’unica parola, potremmo definire la memoria di un territorio. Il Piano Regolatore, dunque, “regola” una complessa quantità di interessi e di aspettative, alcuni di carattere speculativo proprio delle modalità del produrre: l’investimento finanziario, l’uso delle tecnologie, l’uso della proprietà; altre riguardanti il soddisfacimento di bisogni materiali: quali costruire case, scuole, strade, ospedali; altri riguardanti la conservazione di valori storici ed etici attinenti ad uno specifico  territorio: gli usi e i costumi, le vestigia, la specificità dell’ambiente, la tradizione, i monumenti. Le variazioni attinenti il modo di produrre e il conseguente modificarsi di interessi ed aspettative, inducono una “tensione” al complesso sistema del Piano. Le prescrizioni, le norme di attuazione, con il passare del tempo confliggono con i nuovi attori sociali, quelli che costituiscono i fautori del cambiamento e, dunque, sono proprio questi nuovi protagonisti che alimentano la pressione sulla politica, rivendicando l’adeguamento ai nuovi processi socio-economici. Ecco perché è necessario esaminare lo scenario entro cui matura il tempo per una revisione del Piano. La prima cosa che ci si chiede è se sono mutati i fattori produttivi e come è cambiata o come si è modificata la struttura demografica rispetto ai dati che caratterizzarono il Piano al momento della sua prima elaborazione. Io non sono in possesso dei dati su cui hanno lavorato i tecnici, ma avendo rivolto uno sguardo ai dati recenti elaborati dalla Camera di Commercio di Ragusa, ho constatato  che è in corso una trasformazione degli assetti fondiari relativi al sistema agricolo, nel senso che va affermandosi la costituzione di aziende medio grandi con prevalenza di manodopera salariata con conseguente restringimento della piccola azienda a conduzione familiare. Questa tendenza ha sviluppo esponenziale, ai ritmi attuali e con le difficoltà legate al sistema di commercializzazione, alla concorrenza straniera, alla difficoltà di accesso al credito, entro i prossimi dieci anni verosimilmente si potrebbe verificare un completo capovolgimento degli assetti produttivi: sviluppo dell’azienda capitalistica e scomparsa della piccola azienda contadina. Questa conseguenza non ha effetti neutrali, giacché il decadere di una massa di non meno di 16.000 piccoli produttori verso il lavoro salariato potrebbe avere costi sociali ingenti, anche in considerazione del fatto che i salariati locali dovranno competere con la manodopera immigrata, più disponibile ad accettare forme di lavoro in nero scarsamente remunerato, perlopiù incentivato dall’ulteriore processo di flessibilità che sarà varato con il Job Act. Lo scenario potrebbe far prevedere un processo di impoverimento di quegli strati della popolazione che sono stati protagonisti delle trasformazioni agrarie avviate mezzo secolo fa, per cui è necessario pensare da subito ad una riconversione produttiva capace di salvare migliaia di posti di lavoro. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si, così come penso che questi nuovi assetti non possono non interessare il dibattito politico ed il necessario confronto con le forze sociali: le forze politiche,  i sindacati dei lavoratori e le categorie professionali . Solo dalle scelte e dalle indicazioni che produrrà questo confronto, potranno scaturire quelle tendenze capaci di orientare le nuove regole urbanistiche che, a loro volta, dovranno ispirare il nuovo Piano regolatore. Forze lavoro e nuove tendenze occupazionali. La disoccupazione si attesta attorno al 18%, inferiore di 5 punti rispetto al dato regionale, ma con una forte connotazione negativa che riguarda l’occupazione femminile e con maggiore criticità nella fascia di età compresa tra i 18 e i 40 anni. Si tratta perlopiù di manodopera altamente qualificata, diplomata e laureata, ma con competenze in gran parte estranee ai tradizionali processi produttivi legati all’agricoltura, all’industria e all’artigianato. Gran parte di questi disoccupati aspirano ad un incarico come docente o ad una carriera nella pubblica amministrazione, o  ad esercitare una libera professione. Ma come abbiamo visto la scuola subisce pesanti ridimensionamenti e ne subirà di altri a causa del calo demografico, mentre la pubblica amministrazione non sa ancora come ovviare al dramma del precariato che ha assunto proporzioni non più sostenibili nell’epoca della cosiddetta spending review. Non da meno è la condizione degli ordini professionali, non più in grado di sostenere l’urto dei nuovi arrivati, il numero dei professionisti, infatti, nelle varie specializzazioni, supera il numero medio dei paesi europei e le categorie, negli ultimi anni, hanno subito un processo di graduale impoverimento. Si pone allora  il problema della riconversione delle competenze alla luce di quelle che saranno le direttive entro cui dovrà muovere il nuovo modello di sviluppo. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. Le attività commerciali hanno subito negli ultimi anni una drammatica inversione di tendenza e l’unico fenomeno, ancora scarsamente studiato, è costituito dall’apertura di numerosi esercizi da parte di esercenti cinesi. Di fatto i grandi centri commerciali, che gravitano sul versante ragusano e modicano, hanno inferto colpi durissimi al commercio locale e i tentativi di rivitalizzare il centro storico, considerata l’approssimazione e l’assoluta mancanza di competenze con cui è stato affrontato, non hanno prodotto gli effetti sperati. Il versante turistico versa in una condizione ancora più disperata. Nulla di tutto quanto desidera un turista si trova alla sua portata e di converso abbondano strade sporche e disseminate di buche, spiagge abbandonate per grande parte dell’anno, verde pubblico non adeguatamente curato, fumarole velenosissime a bella vista dalla primavera all’autunno, totale assenza di parcheggi, assenza di collegamenti pubblici verso il comprensorio limitrofo, discariche abusive in tutto il territorio, endemica carenza idrica nel periodo estivo, lungomare sporco e disseminato di contenitori maleodoranti e ridondanti di sacchi di immondizia sotto il sole cocente, traffico caotico. Il turismo è un settore che non matura da sé, è opportuno verificare le potenzialità del territorio per poterle valorizzare ed organizzare sia in termini infrastrutturali sia in termini di competenze, occorre indagare la domanda alla luce dei grandi processi di mobilità indotti dalla globalizzazione dell’economia per potere di conseguenza definire il target dell’offerta, non senza tenere in considerazione che i villaggi turistici già insediati nella provincia non godono ottima salute, ed in considerazione del grande patrimonio edilizio esistente lungo la costa che costituisce la cassaforte dei vittoriesi, nel bene e nel male. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. E si potrebbe continuare: il ruolo dell’aeroporto, l’università e la ricerca applicata all’agricoltura, le fiere ed il mercato ortofrutticolo, il fenomeno immigratorio e le politiche per l’integrazione. Ma la questione di fondo rimane: di quale modello di sviluppo economico si vogliono dotare i vittoriesi? Su quali forze produttive si vuole puntare? Quali interessi si intendono privilegiare? Il resto verrà da sé, perché sarà in conseguenza delle scelte che saranno operate che si potrà stabilire se un milione di metri quadrati di nuova edificazione potrà essere un’enormità o semplicemente insufficiente, tutto dipende dallo sviluppo che si intende imprimere al territorio e quali ne saranno gli attori protagonisti. Per questo motivo ritengo necessario chiudere definitivamente la partita del PRG e necessario affidare l’incarico ad un nuovo professionista che, innanzitutto, dovrà essere un urbanista, un qualcuno che si innamori del nostro territorio come fu il professore Susani, capace di interpretare i sentimenti e gli umori delle popolazioni locali, farsi cultore della loro storia, saperne individuare criticità e potenzialità, sapere stimolare il confronto tra le forze che devono ritornare protagoniste del loro destino ed essere capace, ancora, di disegnare per farci ancora di più innamorare della nostra terra e farci ancora una volta sognare. Non basta, dunque, un pezzo di carta, e per giunta quella sbagliata, su cui opporre numeri a caso su luoghi magari suggeriti in funzione di interessi lasciati maturare nel tempo nell’indifferenza generale, appetibili magari a forze estranee al territorio ma colluse con interessi parassitari locali. Vogliono costruire alberghi, villaggi turistici, centri di attrazione, mega centri commerciali? Ebbene si facciano avanti costoro, ora, prima di mettere nero su bianco, facciano vedere la loro fedina penale e ci dicano da dove proviene il denaro che vogliono investire in questo territorio la cui integrità fino a poco tempo fa è stata difesa con le unghie e coi denti. Non mi risulta che con le zucchine e il pomodoro, con la professione o con l’impiego siano cresciute a Vittoria cotante ricchezze da investire in cotanta abbondanza di territorio. Tra un nuovo sbarco di turchi saraceni e la povertà, per me e i miei figli continuo a preferire una povertà vissuta con piena dignità, a costo di essere considerati babbi per altri quattro secoli, senza contare ancora che siamo capaci di quella diversità, di quel geniaccio che al momento opportuno ci rende capaci di andare oltre qualunque contingenza, ne sono testimonianza quei ragazzi che sanno portare con forza  intelligenza e determinazione il nome di Vittoria nel mondo, e le ragazze che con tanta tenacia stanno riscoprendo la campagna e tutte le sue potenzialità. Il tempo dell’avventura è finito.