mercoledì 7 giugno 2017

Dei delitti e delle pene ai tempi di Totò u' curtu



Voglio dire la mia in merito alla sentenza della Corte Suprema di Cassazione che ha annullato l’ordinanza con la quale il Tribunale di Sorveglianza con ordinanza del 20 maggio 2016  rigettava le richieste, presentate nell'interesse di Salvatore Riina, di differimento dell'esecuzione della pena ex art. 147, n. 3 cod. pen. e, in subordine, di esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare, ex art. 47- ter,comma 1-ter, legge 26 luglio 1975, n.354. A mio avviso la Cassazione è andata oltre l’oggetto delle richieste dell’interessato. Introducendo, nella parte motiva della sentenza, un elemento che riguarda il merito della questione, competenza questa del Tribunale di sorveglianza, non si è limitata a giudicare la legittimità della decisione del tribunale, ma ha introdotto un problema del tutto nuovo, quello di dovere garantire ad un ergastolano mafioso "la morte dignitosa", aspetto questo che riguarda più l'etica e la filosofia piuttosto che il diritto. C'è da chiedersi, infatti, dov'è contemplato il diritto alla morte dignitosa per un ergastolano, qual'è la regola che stabilisce intanto cosa si intende per morte dignitosa e,  poi, attraverso quali azioni è possibile garantire tale diritto. Fino a prova contraria il soggetto è stato condannato all'ergastolo, cioè ad una pena detentiva a carattere perpetuo equivalente alla reclusione a vita, ciò significa che fino a quando il recluso è in vita deve restare in carcere, assistito umanamente, senza tortura, con tutte le cure del caso, con i conforti religiosi, ma in carcere. Si potrebbe, al limite, invocare un atto di pietà facendo ricorso ad una richiesta di grazia per tutti i motivi che possono giustificare un simile provvedimento, ma non è il caso di Riina, il quale non si è mai pentito dei suoi plurimi crimini, non si è mai dissociato dall'organizzazione criminale “Cosa Nostra” e non ha offerto nessuna collaborazione per debellare il sistema criminale del quale risulta egli stesso ancora il massimo rappresentante in carica e, per giunta, in piena attività, considerato che lo stesso continua imperterrito a propinare minacce a destra e a manca. Nè è un soggetto in coma irreversibile, nè in una condizione nella quale si possa definire incapace di intendere e di volere tali da potere giustificare l’applicazione dell’art. 147, n. 3 cod. pen. e dell’ex art. 47- ter,comma 1-ter, legge 26 luglio 1975, n.354. E' interessato da plurime e gravi  patologie, e, stante alle argomentazioni dei giudici della Cassazione,  colpito dalla vecchiaia, inoltre in pericolo di morire per infarto, accidente questo che non si capisce come potrebbe risultare al riparo in una casa privata in quel di Bagheria, dove non pare che la sanità sia migliore di quella di Parma. Le condizioni di assistenza di cui dispone il Riina sono, dunque, dignitose. Gli manca soltanto un letto più grande per potere stare più comodo, letto che non entra nell'ambiente ristretto della cella, ma i giudici del tribunale di sorveglianza hanno ordinato di provvedere in tempi rapidi perché lo stesso possa beneficiare anche di questo accorgimento. Dunque qual'è il problema? Il problema forse è dovuto al fatto che anche i "cretini", come rimarcano illustri giuristi,  possano discutere di giustizia ed entrare nel merito delle sentenze e valutare il lavoro dei giudici? Il problema è che non siamo più nell'epoca di Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, quando gli avvocati interloquivano con i giudici parlando in latino e i poveracci, comunque, dovevano "abbozzare"? E' "cretina" pure la dott.ssa Felicetta Marinelli, il Pubblico Ministero di questo procedimento che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso? C'è da chiedersi se tanti "illustri" giuristi, sempre pronti ad elargire epiteti poco gratificanti verso quanti si sentono tentati da "invasioni di campo", abbiano letto le carte processuali prima di esprimere giudizi a vanvera e se non sia opportuno che tanti, anche bravi professionisti, partecipino alle discussioni con umiltà e, semmai, contribuendo a rendere più comprensibile ai più problematiche così delicate e complesse. Dobbiamo constatare, purtroppo, che certa magistratura pensa di sopperire alle deficienze della politica utilizzando le sentenze come strumenti della politica, ma la Costituzione vigente affida il compito di fare le leggi, che i giudici sono chiamati a fare rispettare, al Parlamento. Pertanto se agli ergastolani spetta di morire in modo dignitoso è un problema che attiene ai compiti del Parlamento, che deve stabilire prima in che cosa consista tale diritto e quando ed in che modo possa essere garantito, e non della Cassazione.
Sempre in tema di dignità umana vale la pena ricordare che dal rapporto annuale dell’Associazione Antigone risulta che il tasso di affollamento delle carceri italiane è del 108%, che sono 3950 i carcerati senza un posto letto, cioè che ci sono migliaia di persone che stanno in cella senza un posto regolare,  mentre altre 9mila hanno meno di 4 metri quadri a testa. Siamo ancora lontani da ciò che ci detta l’Europa. Il record negativo va all’istituto di Latina, con un tasso di sovraffollamento del 192,1%, seguito da quello di Como (183,3%), di Lodi (176%), di Brescia (175,1%) e Catania (173,9%). Il diritto all’affettività, viene sottolineato nelle pagine del dossier, “è solo parzialmente garantito” nonostante gli obblighi di legge. Solo 2, ad esempio, le strutture che permettono ai detenuti di fare delle telefonate via skype ai familiari, cioè una percentuale di attuazione della legge pari all’1%. In 123 carceri è possibile per i familiari prenotare le visite, con una percentuale di attuazione della legge del 63,7%. In 148 si possono fare colloqui di domenica (attuazione della legge al 76,6%), mentre in 98 le visite sono sei giorni a settimana (attuazione della legge al 50,7%). Nel 2015 ci sono stati 7mila episodi di autolesionismo. Mentre 43 persone si sono tolte la vita dietro le sbarre. Significa, si legge nel report, “8,2 detenuti ogni 10mila mediamente presenti”. Visti questi dati, è proprio il caso di perdere tempo ad interrogarsi se è giusto garantire o meno a Totò u’ curtu di morire dignitosamente?

domenica 2 ottobre 2016

Perchè è necessario difendere la Costituzione



E’ la più bella Costituzione del mondo. Lo penso e non finirò mai di pensarlo, perché non esiste una rappresentazione così autentica della democrazia, una carta che racchiude i pensieri più alti cui abbia mai aspirato l’umanità. Le idee cristiane, socialiste e liberali costituiscono i fondamenti della carta costituzionale italiana e su quelle idee si fondano le modalità con cui gli italiani intendono praticare la partecipazione alla vita politica del Paese. Come ha detto il professore Zagrebelski nel dibattito televisivo che lo ha visto contrapposto al presidente del consiglio Renzi, la democrazia come enunciata nella Carta Costituzionale è una forma inclusiva di partecipazione al governo del Paese, una modalità che non esclude, anzi, attraverso il decentramento e le varie forme di articolazione delle istituzioni governative, tende a favorire la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. L’idea che la rappresentanza politica che ottiene il maggiore  risultato elettorale è deputata a decidere per tutti, anche se per un periodo di tempo circoscritto, contrasta con l’impianto costituzionale italiano. Il problema non è nuovo se Alexis de Toqueville, fra le figure più apprezzate fra quanti hanno avuto modo di valutare i comportamenti democratici degli individui, ha evidenziato che la democrazia non è solo una forma di governo, ma anche uno stato sociale che ricomprende in sé il costume e la stessa antropologia del modo di essere democratici, perché si fonda sul presupposto dell’uguaglianza delle condizioni e dell’accoglimento delle differenze come valore.
Renzi pone il problema della necessità di pervenire ad un impianto costituzionale capace di determinare un’accelerazione dell’azione di governo ed  imputa all’impalcatura costituzionale, imperniata sul bicameralismo perfetto, i ritardi nella formazione delle leggi. Rivendica, pertanto, il diritto della maggioranza degli elettori di decidere per l’insieme dei cittadini, sottovalutando il punto di vista della minoranza che, in alcuni casi, può essere persino più autorevole e forse anche più adeguato in  determinati contesti. Per raggiungere questo obiettivo, connette la riforma costituzionale con la nuova legge elettorale in modo che nella nuova Camera dei deputati riformata la forza politica che ottiene il 40% dei voti, o che vince il turno di ballottaggio, ottiene la maggioranza assoluta con 340 seggi su 617. Renzi ha maturato questo orientamento all’indomani delle elezioni europee, cioè dopo che il PD ha vinto le elezioni con il 40,08% dei suffragi, pensando di guadagnare lo stesso risultato alle elezioni politiche, convinto che l’azione riformatrice del suo governo avrebbe potuto non solo consolidare ma eventualmente estendere tale risultato. Anche il successo delle elezioni regionali, governate a maggioranza dal centrosinistra, ha contribuito ad ipotizzare una maggioranza significativa del centrosinistra a guida renziana nel nuovo senato, stante che i nuovi senatori saranno espressione delle autonomie locali. Era talmente sicuro di potere raggiungere questo risultato che non ha mancato di legare il suo destino politico all’esito referendario. Ma i risultati dell’azione di governo su cui aveva molto contato, purtroppo non sono confortanti per il primo ministro. Gli esiti del Job Act sono fortemente negativi:  diminuiscono gli occupati, aumenta la disoccupazione giovanile, cresce la precarietà (testimoniata da una gigantesca crescita dei voucher). Anche gli effetti della politica economica sono deludenti: il PIL non cresce,  aumenta il divario Nord-Sud, il sistema bancario risulta sempre più incapace di favorire gli investimenti, i consumi consolidano un dato negativo. A questo punto  il premier si trova davanti ad uno scenario nel quale è difficile conseguire il risultato sperato, i sondaggi ci dicono di un testa a testa tra PD e Movimento 5stelle. Senza l’intervento dell’Europa per rendere più flessibili i conti dello Stato, cioè più debito pubblico, l’idea di potere ottenere consenso attraverso la distribuzione di altri bonus si infrange sul niet categorico di Angela Merkel. In definitiva il sarto Renzi ha lavorato per la vigna del Re, imbastendo un abito su misura per Grillo, il quale, stante ai sondaggi, molto realisticamente potrebbe essere il futuro primo ministro. Non voglio soffermarmi oltre sulle conseguenze di questa eventualità, ma soltanto immaginando i possibili scenari post referendari si può cogliere la delicatezza della materia riguardante la riforma costituzionale ed il varo della nuova legge elettorale.
Non vi è nessun dubbio che da quando in occidente, sull’onda della crisi petrolifera, hanno avuto il sopravvento le idee della Tacher e di Reagan, generatrici di politiche fortemente liberiste, è aumentato il fastidio per i processi democratici, privilegiando la ricerca di soluzioni capaci di consentire la rapidità delle decisioni. Tutto ciò non può non interessare le modalità di funzionamento delle istituzioni governative, le quali sempre più dipendono da ristretti circoli economici e finanziari che agiscono come sovrastrutture all’interno delle istituzioni quali la Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale. Non a caso le nostre rappresentanze politiche sostengono a piè sospinto che le cosiddette riforme sono richieste dalle istituzioni europee ed internazionali. Occorrono al turbo capitalismo istituzioni nazionali a sovranità limitata, governate da politici che devono decidere in fretta senza perdere tempo nei lacci e laccioli della democrazia rappresentativa, pretendendo una democrazia economica al posto di quella politica, maggioranze ottenute da piccole lobby capace di attrarre consenso in virtù di grandi disponibilità finanziarie per catturare l’attenzione di masse sempre più disorientate e private di poteri reali di decisione. Tutto ciò deve fare riflettere sull’opportunità di decidere, nell’attuale contesto mondiale,  su modifiche così importanti all’assetto istituzionale del Paese e delle modalità con cui si perviene alla formazione della rappresentanza politica. La Globalizzazione è ancora un processo non concluso, dominato da ristretti e potenti gruppi d’interesse, mentre interi popoli sono interessati da nuovi ed inimmaginabili scenari, tra venti di guerra e conflitti etnici. La tendenza è quella di erigere muri attorno ai privilegi di una ristretta casta, della quale non fanno più parte i ceti medi, costringendo il resto del mondo, obbligato in una estrema periferia materiale e culturale, a sopravvivere in un nuovo medioevo tecnologico. E’ compito della politica  individuare strategie in grado di invertire la tendenza, e questo impegno non può che essere assunto da quelle forze sinceramente ispirate da ideali democratici. Occorre ricondurre tutte le periferie del mondo al centro, ridando dignità all’uomo rendendolo protagonista del proprio destino. Una rappresentazione icastica di questa prospettiva l’ha tracciata la Chiesa Cattolica nel momento in cui ha chiamato sul soglio pontificio un uomo proveniente dall’estrema periferia del mondo, stravolgendo una prassi che per millenni ha visto prevalere i candidati provenienti dalla Curia romana, e tutto ciò spiega che lo stesso possono fare le istituzioni civili semplicemente cambiando il loro punto di vista. Ed il mio punto di vista, per le ragioni così enunciate,  è votare NO al prossimo referendum costituzionale.

sabato 18 giugno 2016

Domenica? Andrò a votare.


Domenica andrò a votare, sento di doverlo fare per un dovere civico, perché Vittoria non può morire, perché vanno tenuti separati i due livelli, quello politico e quello giudiziario. La Giustizia avrà avuto, almeno lo spero, dei buoni motivi per irrompere in modo così prorompente nel momento in cui il popolo esercita un diritto fondamentale quale quello di scegliere il proprio sindaco, ma ciò non deve togliere nulla alla politica che deve continuare il suo corso e non sottrarsi ai propri doveri. Probabilmente esigenze investigative hanno reso necessario un intervento mentre la campagna elettorale è in corso, proprio per cercare conferma di talune pesanti ipotesi accusatorie. C’è sempre tempo, qualora dovessero essere confermate le accuse rivolte ai candidati, trovare rimedi secondo quanto previsto dalla legge. Vado a votare dopo avere seguito la campagna elettorale e valutato i programmi, le risorse umane che si intendono utilizzare, le concrete possibilità attuative, le necessarie mediazioni ed interlocuzioni che ciascun candidato può realisticamente utilizzare per raggiungere i propri obiettivi, l’esperienza necessaria per guidare una macchina amministrativa farraginosa e molto complicata da gestire. In ultimo ho sentito questa sera i due candidati esporre in televisione i propri progetti. Ho trovato Giovanni Moscato molto maturato, evidentemente l’esperienza consiliare è stata per lui molto significativa e intercetta oggi la voglia di cambiamento di vaste aree del mondo giovanile che aspira al cambiamento, ma non c’è quella rottura, pur anche significativa, con i retaggi e quelle nostalgie verso un passato che la maggioranza degli italiani ha definitivamente cancellato e sepolto. Quei saluti romani in piazza avrebbero richiesto non un banale compiacimento, ma una risoluta stigmatizzazione, proprio a segnare quella rottura necessaria e pur pretesa ed ostentata con la scelta di abbandonare i simboli di partito e preferire le liste civiche. Anche il programma non mi è parso adeguato ai profondi cambiamenti di cui il territorio necessita per rispondere alle nuove sfide globali. Ciò, a mio avviso, è dovuto ad una conoscenza superficiale delle dinamiche economiche e sociali che sottendono alla grave crisi che, dopo anni di relativa espansione, oggi interessa l’intera economia cittadina. Manca il progetto per una Città nuova e manca la designazione dei protagonisti capaci di rendere attuabile il progetto, cioè gli agenti del cambiamento. Cambiare il regolamento del mercato è un falso problema, può servire solo a rendere legale ciò che legale non è. Se non si capisce che il Mercato di Vittoria è un retaggio del passato e che la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli necessita di un approccio moderno in sintonia con le nuove rotte commerciali globali,  diventa velleitaria ogni aspirazione al cambiamento. Si può cambiare, ma a Vittoria occorre proporre un progetto capace di coinvolgere migliaia di produttori che innanzitutto devono sapere vincere la propria inerzia e la loro naturale resistenza al cambiamento. Vittoria ospita nel proprio territorio più di ottomila immigrati e non sono fantasmi, sono cittadini che danno il proprio contributo alla crescita di questa Città. Bisogna pur sapere se entrano, ed in che modo, dentro le politiche di sviluppo. Il Piano regolatore, i servizi sociali, le politiche per l’impiego, le forme del lavoro, le necessità abitative, non sono aspetti su cui è possibile sorvolare. Ecco, a mio avviso la destra a Vittoria non ha ancora maturato un’idea di governo per questo territorio, per questa gente, per la nostra gente. Aiello, nei confronti del quale personalmente ho sempre manifestato critiche severe, mi sembra, in mancanza di alternative, un profondo conoscitore della macchina amministrativa e rappresenta tuttora, malgrado qualcuno lo definisce un “auto-necrofago”, una larga parte del mondo produttivo di cui conosce bisogni ed aspirazioni. Il suo programma mi è parso minimale ma fortemente caratterizzato da aspetti concreti che riguardano il normale funzionamento della macchina amministrativa, ciò di cui ha bisogno Vittoria in questa fase, una ripartenza,  a cominciare dai servizi essenziali: dalla pulizia, alla riparazione delle buche stradali, dall’erogazione dell’acqua, alla manutenzione delle scuole, fino alla riorganizzazione di fiere e mercati e alla revisione del PRG. Giusto il tempo per consentire al deserto della politica di far rinascere un fiore, quella classe di giovani dirigenti avveduti e lungimiranti cui affidare il destino di questa Città.

sabato 28 maggio 2016

Riflessioni per una nuova prospettiva di cambiamento.


Il mondo sta cambiando velocemente. Tutto quello che era, (valori, ideali, appartenenze), oggi è liquido, come sostiene il sociologo Zygmut Bauman, ed i giovani nella società liquida in cui vivono non trovano più le certezze e i validi riferimenti che nelle passate società traghettavano le generazioni da un sistema ad un altro. Nel mondo in trasformazione le istituzioni che riescono ad organizzarsi meglio e ad adattarsi ai nuovi sistemi si sviluppano e prosperano nelle nuove condizioni. Questo processo si chiama resilienza, ma Charles Darwin ne aveva intuito il senso già nella sua Teoria dell’Evoluzione. Per molto tempo si è creduto che la capacità di sopravvivenza fosse prerogativa dei più forti, ma si è visto che i più deboli riescono ancora meglio attraverso la collaborazione, molti insetti infatti sopravvivono sulla terra da milioni di anni, come le formiche e le api che costituiscono un esempio di vita organizzata intelligente, al contrario dei dinosauri che si sono estinti. Gli umani sono sopravvissuti per la loro tendenza a creare comunità e a dotarsi di organizzazioni per il soddisfacimento dei loro bisogni, mentre la cooperazione è stata fondamentale per lo sviluppo delle facoltà intellettive e per il benessere sociale. I conflitti hanno segnato sempre occasioni di regresso e di stagnazione a causa dei sentimenti di angoscia e di paura che si sono generate nelle popolazioni, oltre alla perdita ingente di risorse umane e materiali. La pace, invece, ha segnato da sempre periodi di ricchezza e di progresso spirituale e materiale. Tutto ciò ormai è iscritto nel patrimonio genetico dell’umanità ed è a tutti evidente che le nuove generazioni, cresciute nella pace e nel progresso, rifuggono dalla guerra. Il mondo della post modernità che noi stiamo vivendo, con grande sofferenza perché ci è ancora difficile coglierne le dinamiche, è un mondo che avrà successo soltanto se le comunità sapranno generare empatia, cioè lo sviluppo di nuove attitudini capaci di farci sentire in armonia con gli altri, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d'animo, e,  quindi, in piena sintonia con ciò che ciascuno vive e sente. La civiltà  dell’empatia è la prospettiva tracciata dall’economista americano Jeremy Rifkin per la costruzione della coscienza globale nel mondo in crisi. In questa nuova dimensione del mondo nel quale il pensiero è sempre più pensiero globale, capace, cioè, di superare le barriere regionali e nazionali, l’agire umano si manifesta come la capacità locale di rispondere ai nuovi problemi del mondo, per cui la nuova dimensione umana dovrà articolarsi sempre più nel senso del pensare globale e dell’agire locale. La conseguenza di questa nuova prospettiva, che a ragione presuppone un nuovo umanesimo capace di influenzare la vita dell’uomo nelle sue articolazioni sociali, produttive, intellettuali, presuppone uno stravolgimento delle istituzioni a tutti i livelli, ed una nuova necessità di competere empaticamente. In questa nuova dimensione umana, le comunità non si scontrano, ma si cercano per risolvere vicendevolmente i propri problemi ed insieme prosperano, la competizione allora favorisce chi riesce a collaborare meglio e non chi prevarica e uccide di più. Occorre dare vita, allora,  ad un nuovo tipo di istituzione locale, il Nuovo Comune Democratico, un’istituzione che dovrà adeguarsi a questa nuova prospettiva globale  per rispondere ai nuovi bisogni con strumenti capaci di promuoverne la presenza nel mondo. Il Nuovo Comune Democratico assume su di sé il compito di sostenere i propri cittadini, nelle varie articolazioni produttive, intellettive, sociali, entro la nuova dimensione globale per competere empaticamente. Per il raggiungimento di questo obiettivo la nuova istituzione dovrà necessariamente ristrutturarsi secondo logiche organizzative adeguate alle nuove esigenze. Attardarsi nella riorganizzazione degli uffici e dei servizi estende ulteriormente il gap che divide  le aree più depresse dalle aree più sviluppate. Nell’era della conoscenza,  una nuova leva di lavoratori, i nuovi operai del sapere, dovranno subentrare agli impiegati amministrativi nell’ambito di  servizi capaci di rispondere ai nuovi bisogni dei cittadini. Molti uffici, ormai residui del vecchio Stato ottocentesco, preposti più al controllo sociale che non alla promozione delle libere attività umane, vanno soppressi o accorpati, per dare spazio ad uffici in grado di promuovere più capacità organizzativa, nuove forme associative, idee di sviluppo, cooperazione con altri territori, impulso alla conoscenza, inclusione sociale, collaborazione intergenerazionale, nuova logistica, ricerca scientifica e tecnologica, nuove attività produttive, formazione culturale e professionale. L’Ente Locale diventa così il centro propulsore di tutte le attività umane del territorio ove il governo si identifica con la partecipazione attiva dei cittadini. Il Nuovo Comune Democratico fornisce l’impulso per una nuova riconversione produttiva. Terra, mare, cultura costituiscono le direttrici verso le quali muove un nuovo modo di fare economia. Nelle campagne occorre portare più conoscenza, più tecnologia, più cooperazione, nel pieno rispetto della tradizione e della salvaguardia ambientale . L’individualismo è stato considerato il peggior difetto dei nostri contadini, ma non è vero. L’unità produttiva familiare nel nostro comprensorio è stata capace di coniugare solidarietà e spirito di sacrificio, dedizione al lavoro e voglia di crescere, conservazione dei propri valori identificativi. Oggi questa realtà familiare va tutelata e salvaguardata, ma va dotata di strumenti che l’aiutino ad essere competitiva entro un contesto molto più vasto come quello globale, ciò significa che va accorciata la filiera produttiva per ricondurre tutte le attività entro i confini territoriali:  ricerca, produzione, trasformazione, marketing, logistica, nuove rotte commerciali. Il prodotto deve potersi identificare con il territorio ed il territorio garantire qualità, salubrità, benessere alimentare, giusto valore per chi vende e per chi acquista. La nuova occupazione nasce e si sviluppa entro questa visione della realtà che ci circonda. Il Nuovo Comune Democratico è il centro propulsore per la nuova riconversione produttiva che segue quella serricola, offrendo  nuovi servizi, coordinando tutti gli attori della filiera, contrattando con la Regione nuovi livelli di intervento nell’ambito della programmazione regionale e comunitaria, rappresentando il territorio ed interloquendo con soggetti istituzionali di altri territori interni ed esterni all’Europa. L’agricoltura rimane l’asse portante dell’economia, ma interagisce con attività industriali per la trasformazione dei prodotti, promuove il commercio, sostiene la ricerca e la formazione nell’ambito della programmazione promossa dal Nuovo Comune Democratico. Le attività industriali, nell’ottica di uno sviluppo multicentrico, debbono trarre dall’agricoltura la materia prima per le necessarie trasformazioni, la produzione di licopene dal pomodoro e di altre sostanze  vegetali, ad esempio, possono segnare l’inizio di un nuovo processo di sviluppo, stabilendo inediti rapporti tra agricoltura ed industria di trasformazione.  Per raggiungere questi obiettivi non è sufficiente aspirare agli aiuti comunitari, occorre reperire nuove risorse finanziarie nel mercato dei capitali, ma per riuscirci è necessario che il territorio diventi attrattivo. Un territorio attrattivo è un’area a criminalità zero, è un’area dove i servizi funzionano,  dove la pubblica amministrazione è trasparente,  dove i cittadini sviluppano e difendono un alto grado di civiltà. Se i cittadini pretendono il lavoro, allora devono curare il decoro delle loro città, devono combattere il crimine denunciando ed isolando i criminali, devono mandare i figli a scuola, non devono mai smettere di acculturarsi e di migliorare la propria professionalità, devono partecipare alla vita politica della propria comunità, devono contribuire con le proprie azioni al benessere collettivo. E' questa la nuova sfida. Il Nuovo Comune Democratico favorisce la crescita civile dei propri rappresentati pretendendo dai più abbienti il giusto tributo ed aiutando i più deboli a recuperare i propri ritardi materiali e culturali, nello stesso tempo esercita con rigore l’applicazione delle norme. Un territorio attrattivo, anche per un ipotesi di sviluppo turistico, necessita di servizi che funzionano, dall’igiene e pulizia urbana ai trasporti, dall’accoglienza agli eventi culturali, dagli spazi ricreativi alla valorizzazione delle risorse naturali ed ambientali. Nel Nuovo Comune Democratico i processi risultano invertiti: il Comune non è il luogo dove una classe dirigente esercita il proprio governo sui cittadini, bensì il luogo dove i cittadini utilizzano gli strumenti della partecipazione per raggiungere i propri obiettivi di crescita materiale e culturale servendosi di una classe dirigente esperta, dotata di competenze culturali e professionali, capace di agire in maniera efficace ed efficiente. Non solo, nel Nuovo Comune Democratico la partecipazione ed il confronto non sono considerati una perdita di tempo. Tutto questo è resilienza, lo sanno bene i vittoriesi che nei secoli hanno fatto dell'innovazione una loro peculiare prerogativa.

lunedì 19 ottobre 2015

Attualità del pensiero del Prof. Giuseppe Susani in materia di pianificazione urbanistica


Il recente dibattito sul Piano Regolatore Generale della Città di Vittoria, con le sue appendici giudiziarie, pone all’osservatore una serie di domande che, stante il clima preelettorale in cui si trova la città, possono diventare una buona occasione per coloro che si accingono a candidarsi alla guida del Comune per esprimersi su una materia fondamentale per il futuro governo locale. Il Prof. Giuseppe Susani, padre del vigente PRG, ebbe modo di spiegare che il Piano Regolatore,  essendo composto da un’insieme di norme e prescrizioni che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini e delle imprese, sui loro diritti e anche sui loro doveri, nella fase della sua elaborazione ed in quella successiva della sua approvazione, dovrebbe essere supportato non solo dal contributo di tutti i gruppi politici, ma anche dalla maggioranza dei cittadini e delle loro espressioni associative, sindacali, culturali e ricreative. Secondo Susani, più ampia è la partecipazione, la comprensione e la condivisione delle scelte operate dai progettisti, più facile diventa l’attuazione, la vigilanza e il rispetto delle norme da essi posti a fondamento del Piano. Un altro elemento ricorrente nella prassi introdotta da Susani riguarda il modo in cui gli amministratori rispondono alla domanda inevitabile che il progettista pone al committente: a quali interessi si deve ispirare il Piano Regolatore? Attorno a questa domanda si gioca la partita del Piano Regolatore Generale. Il Piano, infatti, può essere, e generalmente lo è, custode di interessi particolari, espressione della rendita fondiaria, di disinvolte attività imprenditoriali, di speculazioni politiche ed amministrative, oppure, e molto di rado, espressione di interessi collettivi e diffusi che possono riguardare il soddisfacimento del bisogno di servizi, di scuole, di attrezzature sportive, di tutela dell’ambiente, di qualità della vita oltre che di alloggi. A queste ultime istanze risponde il Piano vigente, frutto di una grande partecipazione popolare (conservo ancora gelosamente i disegni degli scolari dell’indimenticata maestra Cucuzzella che auspicavano il ritorno delle rondini, gli spazi verdi per giocare). Ma il Piano, sempre  secondo Susani,  è custode della storia e delle tradizioni popolari, interpreta i bisogni e progetta i cambiamenti e gli adattamenti delle strutture urbane nel rispetto delle vocazioni ambientali, senza alterare artificialmente gli assetti naturali e paesaggistici. All’epoca, i precedenti progettisti Ugo e Verace, invero, avevano interpretato il Piano nell’ottica di un dinamismo economico, suggerito dall’improvviso imperversare delle colture sotto serra, di tipo californiano, suggerendo ampi sventramenti di interi comparti edilizi anche nel centro storico, sottovalutando il fatto che lo sviluppo economico non aveva come protagonista la grande impresa capitalista, bensì una massa di migliaia di piccoli coltivatori, ciascuno portatore di interessi modesti, in contrasto, quindi, con le politiche palazzinare che videro protagonisti i fratelli Ferrini di Catania. La sbornia palazzinara durò poco, perché esauriti i bisogni della piccola borghesia cittadina, molti appartamenti restarono invenduti perché non soddisfacevano i bisogni delle famiglie contadine, non abituate a convivere nei condomini che non consentivano il prolungamento delle loro attività produttive. La stessa cosa sta accadendo adesso con l’aeroporto di Comiso, capace di suscitare fantasie di sviluppo  evocative di scenari fantasmagorici che nessuna attinenza hanno a che fare con la realtà, semplicemente perché non sono suffragati da studi e ricerche sulle reali potenzialità offerte dal territorio in materia di turismo, attività per la quale non disponiamo degli stessi saperi consolidati e diffusi come quelli agricoli, per le quali a ragione ci vantiamo di costituire un’autentica eccellenza.  Partecipazione, dunque, ampia condivisione delle scelte, ma soprattutto aderenza ai bisogni ed alle aspettative di larghe masse popolari,  senza perdere di vista lo scenario entro cui maturano e si sviluppano tali attese, rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali, sono questi gli insegnamenti di un grande urbanista che ci ha spiegato passato presente e futuro della nostra città, restituendoci l’orgoglio di sentirci vittoriesi. L’attuale progetto di revisione dello strumento urbanistico non ha niente a che vedere con questo insegnamento. Secondo la vulgata corrente, il Piano vigente ha ingessato lo sviluppo urbanistico della città, dichiarazione che contrasta nettamente con quanto  si legge nella stessa relazione di accompagnamento della proposta di revisione del Piano ove risultano 3500  licenze edilizie rilasciate nel decennio 1997 – 2007 con ben 1.250.000 m di volume costruito, una stanza per abitante! Altro che ingessamento!  Altra vulgata molto gettonata riporta che l’attuale PRG non dispone di aree sufficienti per dotare la città di strutture alberghiere adeguate ai flussi turistici previsti in incremento a causa dell’apertura dell’aeroporto. Anche in questo caso l’affermazione non risponde a verità, in quanto il Piano vigente dispone di un’ampia dotazione di aree riservate alla realizzazione di alberghi e di strutture dedicate all’usufruizione del mare. Semmai c’è da verificare per quali motivi gli insediamenti non hanno avuto pratica realizzazione, ma di ciò nè i progettisti né gli amministratori si sono curati durante questo lungo periodo necessario alla predisposizione di questo aggiornamento degli strumenti urbanistici. Sono tanti otto anni, tante cose possono succedere in otto anni, tanti interessi si possono intrecciare e consolidare in otto anni. Ciò spiega in parte la spaccatura verificatesi in consiglio comunale e la difficoltà a costruire il consenso necessario attorno a scelte fondamentali per la città. Le dichiarazioni dei componenti il gruppo di studio per la revisione del Piano, composto da funzionari e dirigenti del Comune,  rese alla commissione assetto del territorio, lasciano quanto meno allibiti. In pratica, secondo quanto dichiarato, i protagonisti che avrebbero dovuto seguire l’iter di formazione del nuovo strumento urbanistico non sarebbero stati adeguatamente coinvolti. E allora chi è stato coinvolto? In quale arcano meandro, se non dentro il municipio, sono maturate le scelte poste a base del nuovo strumento urbanistico? Sono dunque tanti i motivi che stanno alla base del conflitto insorto tra maggioranza del Consiglio  e Amministrazione Comunale relativamente alla proposta di approvazione della variante al Piano. La maggioranza del Consiglio ha approvato la variante di Piano introducendo correttivi significativi ma l’amministrazione, facendo ricorso a cavilli procedurali, ha ricorso giudiziariamente contro una parte maggioritaria del civico consesso,  così limitando le prerogative del Consiglio  cui spetta per competenza l’approvazione degli strumenti urbanistici. Si tratta di un fatto gravissimo, che ribalta l’attribuzione delle competenze tra consiglio e amministrazione, peraltro suffragato da una sentenza del TAR che, a mio avviso, avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il ricorso dei consiglieri di minoranza, perché è inconcepibile che la magistratura intervenga in una materia attinente l’attività di un consesso pubblico cui spetta il potere di indirizzo e di controllo politico-amministrativo del comune. Il problema infatti non si è affatto risolto, tanto che  l’amministrazione comunale ha prodotto  un nuovo schema di massima da proporre al Consiglio Comunale. Sembrerebbe una proposta di compromesso tra le istanze del Consiglio e l’originaria proposta dell’Amministrazione, ma a ben guardare nulla sembra essere cambiato, le scelte di fondo rimangono tali e quali, nello sfondo si intravede l’emergere di una prospettiva cementificatoria che devasta ancora di più il territorio, crea i presupposti per l’abbandono massiccio del centro storico, determina una consistente svalutazione del patrimonio dei vittoriesi che sul mattone hanno investito i propri risparmi e  acuisce i disagi atavici della città per quanto riguarda la distribuzione dell’acqua, la gestione della rete fognaria, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, il completamento dei servizi (scuole, impiantistica sportiva, viabilità, verde pubblico ed aree attrezzate),  mentre le prospettive di sviluppo legate a nuovi insediamenti turistici sembrano verosimilmente  delle millanterie  di fine legislatura. Sull’onda della parola d’ordine che bisogna rimediare agli insediamenti a macchia di leopardo, di fatto le nuove previsioni tendono alla cementificazione delle poche aree di verde che rimangono ancora a disposizione, favorendo un ulteriore consumo di suolo e abbandonando qualunque prospettiva di riorganizzazione urbana a partire dal centro storico e delle periferie degradate, per le quali la dotazione di servizi risulta ancora fortemente deficitaria. Anche la sbandierata perequazione, senza una regolamentazione che a priori stabilisca criteri ed indirizzi per la sua applicazione, lascia ai futuri amministratori ampi margini di discrezionalità, capaci di indurre ciò che in altri contesti fu definito come vero e proprio “sacco urbanistico”. Sarà, dunque, pressoché improbabile che l’attuale legislatura si concluda con l’ approvazione di un nuovo PRG, mentre al nuovo Consiglio spetterà il compito di ricominciare tutto d’accapo. Per questo motivo sarebbe quanto mai opportuno che queste problematiche fossero affrontate non per slogans, ma attraverso un ampio ed articolato confronto. Solo attraverso il confronto i cittadini possono trarre un apprezzabile convincimento sui problemi reali della città.

giovedì 17 aprile 2014

Un nuovo piano regolatore per un nuovo sviluppo sostenibile


C’è il rischio che il dibattito attorno al Piano Regolatore del Comune di Vittoria finisca per dividere le fazioni contrapposte come i buoni da un lato e i cattivi dall’altro, tra quelli che vogliono la tutela del territorio e dell’ambiente e quelli che vogliono cementificare tutto. Ma aldilà dei buoni propositi degli uni e degli altri, è difficile pensare che interessi occulti non condizionino le fazioni in campo, anche a loro insaputa. La disciplina urbanistica è una materia difficile e complessa, caratterizzata da un lato da una farraginosa ragnatela di norme e prescrizioni solitamente riservata agli addetti ai lavori, cioè i tecnici, dall’altro da un coacervo di interessi diffusi che vanno dalla rendita di posizione dei proprietari fondiari, ai costruttori, alle famiglie che devono costruire le proprie case, agli operai che hanno bisogno di lavorare, all’intermediazione, all’indotto industriale e commerciale che trae le ragioni delle proprie finalità produttive proprio dall’attività edile, agli studi professionali, agli enti pubblici che devono soddisfare il bisogno di infrastrutture e servizi per la collettività. Una platea vasta, multiforme, caratterizzata e cementata da un’unica finalità: costruire. C’è poi un’altra platea, meno visibile, ma non meno importante, composta da quelli che potremmo definire i portatori di interessi immateriali, pur essi diffusi e presenti in vaste aree della popolazione, che sono i cultori della cultura, della storia e della tradizione, gli amanti dell’ambiente e delle sue connotazioni, così come si sono armonizzati nel tempo in conseguenza dei processi che gli uomini hanno attivato per garantire il ricambio organico e che, in un’unica parola, potremmo definire la memoria di un territorio. Il Piano Regolatore, dunque, “regola” una complessa quantità di interessi e di aspettative, alcuni di carattere speculativo proprio delle modalità del produrre: l’investimento finanziario, l’uso delle tecnologie, l’uso della proprietà; altre riguardanti il soddisfacimento di bisogni materiali: quali costruire case, scuole, strade, ospedali; altri riguardanti la conservazione di valori storici ed etici attinenti ad uno specifico  territorio: gli usi e i costumi, le vestigia, la specificità dell’ambiente, la tradizione, i monumenti. Le variazioni attinenti il modo di produrre e il conseguente modificarsi di interessi ed aspettative, inducono una “tensione” al complesso sistema del Piano. Le prescrizioni, le norme di attuazione, con il passare del tempo confliggono con i nuovi attori sociali, quelli che costituiscono i fautori del cambiamento e, dunque, sono proprio questi nuovi protagonisti che alimentano la pressione sulla politica, rivendicando l’adeguamento ai nuovi processi socio-economici. Ecco perché è necessario esaminare lo scenario entro cui matura il tempo per una revisione del Piano. La prima cosa che ci si chiede è se sono mutati i fattori produttivi e come è cambiata o come si è modificata la struttura demografica rispetto ai dati che caratterizzarono il Piano al momento della sua prima elaborazione. Io non sono in possesso dei dati su cui hanno lavorato i tecnici, ma avendo rivolto uno sguardo ai dati recenti elaborati dalla Camera di Commercio di Ragusa, ho constatato  che è in corso una trasformazione degli assetti fondiari relativi al sistema agricolo, nel senso che va affermandosi la costituzione di aziende medio grandi con prevalenza di manodopera salariata con conseguente restringimento della piccola azienda a conduzione familiare. Questa tendenza ha sviluppo esponenziale, ai ritmi attuali e con le difficoltà legate al sistema di commercializzazione, alla concorrenza straniera, alla difficoltà di accesso al credito, entro i prossimi dieci anni verosimilmente si potrebbe verificare un completo capovolgimento degli assetti produttivi: sviluppo dell’azienda capitalistica e scomparsa della piccola azienda contadina. Questa conseguenza non ha effetti neutrali, giacché il decadere di una massa di non meno di 16.000 piccoli produttori verso il lavoro salariato potrebbe avere costi sociali ingenti, anche in considerazione del fatto che i salariati locali dovranno competere con la manodopera immigrata, più disponibile ad accettare forme di lavoro in nero scarsamente remunerato, perlopiù incentivato dall’ulteriore processo di flessibilità che sarà varato con il Job Act. Lo scenario potrebbe far prevedere un processo di impoverimento di quegli strati della popolazione che sono stati protagonisti delle trasformazioni agrarie avviate mezzo secolo fa, per cui è necessario pensare da subito ad una riconversione produttiva capace di salvare migliaia di posti di lavoro. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si, così come penso che questi nuovi assetti non possono non interessare il dibattito politico ed il necessario confronto con le forze sociali: le forze politiche,  i sindacati dei lavoratori e le categorie professionali . Solo dalle scelte e dalle indicazioni che produrrà questo confronto, potranno scaturire quelle tendenze capaci di orientare le nuove regole urbanistiche che, a loro volta, dovranno ispirare il nuovo Piano regolatore. Forze lavoro e nuove tendenze occupazionali. La disoccupazione si attesta attorno al 18%, inferiore di 5 punti rispetto al dato regionale, ma con una forte connotazione negativa che riguarda l’occupazione femminile e con maggiore criticità nella fascia di età compresa tra i 18 e i 40 anni. Si tratta perlopiù di manodopera altamente qualificata, diplomata e laureata, ma con competenze in gran parte estranee ai tradizionali processi produttivi legati all’agricoltura, all’industria e all’artigianato. Gran parte di questi disoccupati aspirano ad un incarico come docente o ad una carriera nella pubblica amministrazione, o  ad esercitare una libera professione. Ma come abbiamo visto la scuola subisce pesanti ridimensionamenti e ne subirà di altri a causa del calo demografico, mentre la pubblica amministrazione non sa ancora come ovviare al dramma del precariato che ha assunto proporzioni non più sostenibili nell’epoca della cosiddetta spending review. Non da meno è la condizione degli ordini professionali, non più in grado di sostenere l’urto dei nuovi arrivati, il numero dei professionisti, infatti, nelle varie specializzazioni, supera il numero medio dei paesi europei e le categorie, negli ultimi anni, hanno subito un processo di graduale impoverimento. Si pone allora  il problema della riconversione delle competenze alla luce di quelle che saranno le direttive entro cui dovrà muovere il nuovo modello di sviluppo. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. Le attività commerciali hanno subito negli ultimi anni una drammatica inversione di tendenza e l’unico fenomeno, ancora scarsamente studiato, è costituito dall’apertura di numerosi esercizi da parte di esercenti cinesi. Di fatto i grandi centri commerciali, che gravitano sul versante ragusano e modicano, hanno inferto colpi durissimi al commercio locale e i tentativi di rivitalizzare il centro storico, considerata l’approssimazione e l’assoluta mancanza di competenze con cui è stato affrontato, non hanno prodotto gli effetti sperati. Il versante turistico versa in una condizione ancora più disperata. Nulla di tutto quanto desidera un turista si trova alla sua portata e di converso abbondano strade sporche e disseminate di buche, spiagge abbandonate per grande parte dell’anno, verde pubblico non adeguatamente curato, fumarole velenosissime a bella vista dalla primavera all’autunno, totale assenza di parcheggi, assenza di collegamenti pubblici verso il comprensorio limitrofo, discariche abusive in tutto il territorio, endemica carenza idrica nel periodo estivo, lungomare sporco e disseminato di contenitori maleodoranti e ridondanti di sacchi di immondizia sotto il sole cocente, traffico caotico. Il turismo è un settore che non matura da sé, è opportuno verificare le potenzialità del territorio per poterle valorizzare ed organizzare sia in termini infrastrutturali sia in termini di competenze, occorre indagare la domanda alla luce dei grandi processi di mobilità indotti dalla globalizzazione dell’economia per potere di conseguenza definire il target dell’offerta, non senza tenere in considerazione che i villaggi turistici già insediati nella provincia non godono ottima salute, ed in considerazione del grande patrimonio edilizio esistente lungo la costa che costituisce la cassaforte dei vittoriesi, nel bene e nel male. E’ questo un dato che attiene la revisione del Piano Regolatore? Io penso di si. E si potrebbe continuare: il ruolo dell’aeroporto, l’università e la ricerca applicata all’agricoltura, le fiere ed il mercato ortofrutticolo, il fenomeno immigratorio e le politiche per l’integrazione. Ma la questione di fondo rimane: di quale modello di sviluppo economico si vogliono dotare i vittoriesi? Su quali forze produttive si vuole puntare? Quali interessi si intendono privilegiare? Il resto verrà da sé, perché sarà in conseguenza delle scelte che saranno operate che si potrà stabilire se un milione di metri quadrati di nuova edificazione potrà essere un’enormità o semplicemente insufficiente, tutto dipende dallo sviluppo che si intende imprimere al territorio e quali ne saranno gli attori protagonisti. Per questo motivo ritengo necessario chiudere definitivamente la partita del PRG e necessario affidare l’incarico ad un nuovo professionista che, innanzitutto, dovrà essere un urbanista, un qualcuno che si innamori del nostro territorio come fu il professore Susani, capace di interpretare i sentimenti e gli umori delle popolazioni locali, farsi cultore della loro storia, saperne individuare criticità e potenzialità, sapere stimolare il confronto tra le forze che devono ritornare protagoniste del loro destino ed essere capace, ancora, di disegnare per farci ancora di più innamorare della nostra terra e farci ancora una volta sognare. Non basta, dunque, un pezzo di carta, e per giunta quella sbagliata, su cui opporre numeri a caso su luoghi magari suggeriti in funzione di interessi lasciati maturare nel tempo nell’indifferenza generale, appetibili magari a forze estranee al territorio ma colluse con interessi parassitari locali. Vogliono costruire alberghi, villaggi turistici, centri di attrazione, mega centri commerciali? Ebbene si facciano avanti costoro, ora, prima di mettere nero su bianco, facciano vedere la loro fedina penale e ci dicano da dove proviene il denaro che vogliono investire in questo territorio la cui integrità fino a poco tempo fa è stata difesa con le unghie e coi denti. Non mi risulta che con le zucchine e il pomodoro, con la professione o con l’impiego siano cresciute a Vittoria cotante ricchezze da investire in cotanta abbondanza di territorio. Tra un nuovo sbarco di turchi saraceni e la povertà, per me e i miei figli continuo a preferire una povertà vissuta con piena dignità, a costo di essere considerati babbi per altri quattro secoli, senza contare ancora che siamo capaci di quella diversità, di quel geniaccio che al momento opportuno ci rende capaci di andare oltre qualunque contingenza, ne sono testimonianza quei ragazzi che sanno portare con forza  intelligenza e determinazione il nome di Vittoria nel mondo, e le ragazze che con tanta tenacia stanno riscoprendo la campagna e tutte le sue potenzialità. Il tempo dell’avventura è finito.

lunedì 14 aprile 2014

L'Ato, quella foglia di fico che copre le vergogne dei sindaci


E’ una grave mistificazione della realtà addebitare all’Ato Ambiente la responsabilità della grave situazione in cui versano le discariche, facendo credere che l’Ato sia un carrozzone della regione siciliana. L’Ato S.p.A è una società per azioni la cui composizione sociale è composta da tutti i comuni della provincia rappresentati nell’assemblea dai rispettivi sindaci. La maggioranza dei sindaci non ha mai conferito all’Ato la gestione del ciclo integrato dei rifiuti, preferendo la gestione diretta del servizio per motivi facilmente intuibili con gravi ripercussioni sia per quanto riguarda l’efficienza del servizio sia per i costi elevati che gravano interamente sui bilanci delle famiglie. La gestione delle discariche, invece, è stata affidata all’Ato, ma senza pagarne i relativi costi accumulando un debito verso la Società che complessivamente supera i 30 milioni di euro, debito di cui si dovranno fare carico i cittadini attraverso l’aumento sconsiderato delle tariffe. La grave situazione delle discariche fu posta dal Collegio dei liquidatori  all’ordine del giorno dell’assemblea dei soci  del 19 ottobre 2011, chiedendo con accenti drammatici ai soci di fare fronte ai costi della messa in sicurezza, come da rispettivi contratti, ma i sindaci presenti, più sensibili alle vicende dei 19 co.co.co da sistemare in via definitiva, invece di impegnarsi concretamente per il risanamento delle discariche decisero di rinviare il problema con la scusa di chiedere un improbabile e mai realizzato intervento della regione. Negando la verità dei fatti il sindaco Nicosia non solo rende un cattivo servizio alla collettività che rappresenta, ma contribuisce ad accrescere il senso di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni con grave pregiudizio della tenuta democratica della città.

martedì 14 gennaio 2014

Caro Renzi ti scrivo, così per chiacchierare un po'...


Ho letto sul  blog il tuo ultimo libro on line dal titolo “eNews381”, un titolo sicuramente molto innovativo, quasi da “2001: odissea nello spazio”, il famoso film di Stanley Kubrick che nel 1968  produsse un grande impatto emotivo alla mia generazione. Disse allora Kubrik : «ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio». Mi sono chiesto se, in riferimento al tuo libro, ti senti di condividere lo stesso giudizio. Perché questo tuo scritto, che consta di un indice composto da una prefazione, ben 7 voci principali cui seguono 21 voci secondarie, oltre ad una postfazione,  è capace di creare le stesse suggestioni del film, perché utilizzando gli stessi effetti psichedelici, nel libro risultano combinati efficacemente tra loro le riforme istituzionali e la cancellazione dei politici delle province, la crescita economica e il lavoro, la revisione della spesa e la diminuzione delle tasse, l’agenda digitale e l’eliminazione delle figure dirigenziali, l’obbligo della trasparenza e la riforma della burocrazia. Insomma una cosa straordinaria, come si legge nella prefazione: “capace di sistemare in un mese quello che non si è fatto negli ultimi otto anni. Una “genialata” per dirla alla Bersani ( approfitto, auguri di cuore Pierluigi, ti aspettiamo con ansia). Come nel film,  il raccordo tra le due scene iniziali (quella dell’osso e quella con le navicelle spaziali che orbitano attorno alla terra) che danno la sensazione di percorrere in un lampo milioni di anni di storia dell’umanità, così nel tuo libro il raccordo tra la rottamazione dei politici delle province e il sorriso finale ci offrono, ma solo perché aggirando la realtà penetrano nell’inconscio collettivo, la dolce sensazione del finalmente tutto risolto, una rasserenazione dell’anima.
Debbo riconoscere che con questo libro hai fatto molto di più della buon’anima di un mio amico il quale scrisse un libro, orsono cinquant’anni fa, e lo presentò in pompa magna, perfino con una pubblicità su un periodico locale, annunciando un evento rivoluzionario. In effetti, a ben vedere sulla manchette che avvolgeva la copertina del libro, con molta evidenza, c'era scritto: ”Attenzione contiene una sorpresa!”, cosicché l’ignaro lettore non rimanesse deluso quando, aprendo il libro, si sarebbe accorto che l’autore, nella prefazione così si esprimeva: ”Questo libro segna un’autentica rivoluzione culturale, da oggi il libro lo scrive il lettore e non l’autore….”. Seguivano 220 pagine bianche che gli entusiasti lettori avrebbero dovuto precipitarsi a riempire di contenuti, consapevoli che stavano scrivendo la pagina più entusiasmante mai scritta prima dell’avvento dell’era digitale. Un genio, non c’è che dire.
La stessa onestà intellettuale del mio amico scomparso hai dimostrato anche tu scrivendo nella prefazione: “Gli spunti che trovate in questa e-news saranno inviati domani ai parlamentari, ai circoli, agli addetti ai lavori per chiedere osservazioni, critiche, integrazioni. Dunque non è un documento chiuso, ma aperto al lavoro di chiunque. Anche vostro”. Un mio amico, un vecchio del PD, mi ha detto: ”Giovanni, ma fammi capire una cosa, ma non gli abbiamo dato i voti perché lui ci doveva mettere le idee e noi avremmo dovuto godere i benefici? Maiala come gl’è strano! Ma vuoi vedere che le idee ce le dobbiamo mettere noi della base e lui si prende i benefici!”
E’ proprio così? Un caro saluto e auguri di buon lavoro.